Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21627 del 19/09/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. II, 19/09/2017, (ud. 23/03/2017, dep.19/09/2017),  n. 21627

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA INTERLOCUTORIA

sul ricorso 10752-2016 proposto da:

T.M., D.P., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIALE MAZZINI 114/B, presso lo studio dell’avvocato GIOVAMBATTISTA

FERRIOLO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

FERDINANDO EMILIO ABBATE;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositato il

03/12/2015 n. cronol. 1909/2015 relativo al ricorso R.G.n. 582/2015

V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/03/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

T.M. e D.P., con ricorso L. n. 89 del 2001, ex art. 3 depositato il 16 aprile 2015, chiedevano la liquidazione di un equo indennizzo per l’eccessiva durata di un processo introdotto il 28 settembre 2010 a norma della stessa (procedimento di equa riparazione) davanti alla Corte di Appello di Perugia. Questa, aveva dichiarato inammissibile la domanda, con provvedimento del 5 gennaio 2012 poi riformato dalla Corte di Cassazione con sentenza del 19 dicembre 2012, che aveva condannato l’Amministrazione statale a pagare l’importo di Euro 875,00 a titolo di equa riparazione per la vicenda in oggetto. In difetto di un pagamento spontaneo si era reso necessario promuovere azione esecutiva nei confronti dello Stato con precetto notificato in data 13 dicembre 2013 seguito da pignoramento di fondi assegnati alla Rossi dal Giudice dell’esecuzione di Roma con ordinanza del 2 ottobre 2014.

Il Consigliere designato, ravvisandone i presupposti con decreto, ha ingiunto al Ministero della Giustizia il pagamento senza dilazione della somma di Euro 1000,00 a titolo di equa riparazione per la lentezza del suddetto procedimento di equa riparazione, oltre interessi e spese.

Il Ministero della Giustizia con opposizione ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5 ter si doleva della decisione e chiedeva la dichiarazione di incompetenza per territorio della Corte di Firenze e a favore della Corte di Appello di Perugia ed, in subordine, la dichiarazione di inammissibilità del ricorso per intervenuta decadenza della ricorrente con conseguente annullamento del decreto opposto o, in ulteriore subordine, dichiarare infondato il ricorso per decreto ingiuntivo e per l’effetto annullare il decreto opposto.

La Corte di Appello di Firenze, con decreto n. 582 del 2015, accoglieva l’opposizione e respingeva la domanda di equa riparazione proposta da T.M. per intervenuta decadenza rispetto al giudizio di cognizione presupposto, dichiarava la propria incompetenza per territorio a favore della Corte di Perugia rispetto al giudizio di esecuzione opposto. Condannava Rossi Giuliana al pagamento delle spese del giudizio. Secondo la Corte di Appello di Firenze la domanda di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 4 doveva essere proposta a pena di decadenza entro sei mesi dal momento in cui la decisione che concludeva il procedimento presupposto era divenuto definitivo. Nella specie il Magistrato designato aveva ritenuto tempestiva la domanda, assumendo come unitaria la vicenda processuale fatta valere dalla A.M., in quanto concluso in data 20 ottobre 2014 con l’ordinanza di assegnazione delle somme pignorate, non tenendo conto della profonda differenza tra processo di cognizione e processo di esecuzione che essendo strutturalmente autonomi, non possono venire unificati in un calcolo di durata complessiva. La pendenza dell’azione esecutiva, non solo non impedisce la formazione del giudicato sulla pronuncia di condanna, ma, normalmente, la presuppone, dal momento che l’esecutività si ottiene con la definitività dell’accertamento del diritto e della condanna dell’obbligato. Sicchè, per le prime due fasi di cognizione (di merito e di legittimità) è intervenuta decadenza, mentre per il successivo procedimento esecutivo svoltosi davanti al Tribunale di Roma, vi sarebbe incompetenza per territorio della Corte Territoriale di Firenze a favore della Corte di Appello di Perugia secondo il criterio dell’art. 11 c.p.p..

La cassazione di questo decreto è stata chiesta da T.M. e D.P., con ricorso affidato a tre motivi. Il Ministero della Giustizia in questa fase non svolto attività giudiziale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= T.M. e D.P.:

a) Con il primo motivo di ricorso lamentano la violazione e/o falsa applicazione di legge, L. n. 89 del 2001, artt. 2, 3, 4 ed artt. 38 e 50 c.p.c.. La ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe errato nel considerare separatamente il giudizio di cognizione e quello di esecuzione, atteso che ciò che rileva è la effettività della tutela e il giudizio deve essere considerato nella sua unitarietà.

b) con il secondo motivo deducono la violazione e/o falsa applicazione della legge, L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 4 sostenendo che, ove venga dedotta la irragionevole durata di un procedimento presupposto avente ad oggetto una domanda di equa riparazione, articolatosi in più fasi di cognizione ed in una di esecuzione, l’art. 6 della CEDU imporrebbe di considerare tale complesso e articolato procedimento come un unico e unitario processo, scandito da fasi complementari e consequenziali, la cui definitività coincide con il momento del passaggio in giudicato del provvedimento emesso all’esito della fase esecutiva.

c) con il terzo motivo denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e del D.M. n. 55 del 2014, censurando il decreto impugnato per avere disposto la sua condanna al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in Euro 1.000,00, oltre accessori;

1.1.= In via preliminare il Collegio osserva che, di recente le Sezioni Unite di questa Corte, hanno affermato che “ai fini dell’equa riparazione per irragionevole durata, il procedimento di cognizione e quello di esecuzione devono essere considerati unitariamente o separatamente in base alla condotta di parte, allo scopo di preservare la certezza delle situazioni giuridiche e di evitarne l’esercizio abusivo. Pertanto, ove si sia attivata per l’esecuzione nel termine di sei mesi dalla definizione del procedimento di cognizione, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 4 la parte può esigere la valutazione unitaria dei procedimenti, finalisticamente considerati come unicum, mentre, ove abbia lasciato spirare quel termine, essa non può più far valere l’irragionevole durata del procedimento di cognizione, essendovi soluzione di continuità rispetto al successivo procedimento di esecuzione” (Cass., S.U., n. 9142 del 2016).

Tuttavia, come emerge dall’ordinanza appena richiamata, nel formulare il principio di diritto appena detto non sembra abbia tenuto conto che la parte privata avrebbe inizialmente sei mesi di tempo dal passaggio in giudicato per procedere alla notifica all’Amministrazione debitrice, ed in forma esecutiva, del titolo ex L. n. 89 del 2001 e, soprattutto, non sembra abbia tenuto conto che, a partire dalla notifica del titolo, l’Amministrazione avrebbe a disposizione sei mesi e cinque giorni per provvedere al pagamento del dovuto. Con la conseguenza che, trascorsi i sei mesi e cinque giorni, la parte privata potrebbe attivare la procedura esecutiva, notificando l’atto di precetto entro gli eventuali sei mesi indicati dalle Sezioni Unite. In altri termini, dalla lettura dell’ordinanza dalle Sezioni Unite non è chiaro se i sei mesi entro i quali notificare l’atto di precetto debbano decorrere dalla notifica della sentenza, oppure dallo spirare del termine dei sei mesi e cinque giorni, entro i quali l’Amministrazione poterebbe corrispondere il dovuto.

Sennonchè, gli aspetti qui evidenziati, implicando una specificazione e/o una puntualizzazione di un principio generale di diritto già espresso, necessitano un opportuno approfondimento che potrà essere effettuato dalla Sezione con Pubblica Udienza.

Questo aspetto preliminare induce a rimettere la causa al Presidente della Sezione perchè fissi apposita udienza pubblica.

PQM

 

La Corte rimette la causa al Presidente di Sezione per la fissazione di una pubblica udienza.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile di questa Corte di Cassazione, il 23 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2017

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA