Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21614 del 19/09/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 19/09/2017, (ud. 18/07/2017, dep.19/09/2017),  n. 21614

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14685-2016 proposto da:

Z.D., M.V., Z.M., ZA.MA., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 72, presso lo studio

dell’avvocato ANGELO MARIO ROBERTI, che li rappresenta e difende

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

e contro

Z.A.M., + ALTRI OMESSI

– intimati –

e contro

Z.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ROMEO ROMEI

19, presso lo studio dell’avvocato BRUNO RIITANO, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato ADOLFO RIITANO in virtù di

procura in calce al controricorso;

– ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 3811/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/07/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Con atto di citazione notificato il 7 giugno 1994, Z.A.M., + ALTRI OMESSI

Con successivo atto notificato il 27 febbraio 1996, i medesimi attori, premesso di essere incorsi in errore nell’indicare come defunta N.A., la convennero in giudizio, ad integrazione del contraddittorio.

Si costituirono ritualmente i convenuti – salvo Z.M. e Z.G., che restarono contumaci – e resistettero alla domanda.

Con sentenza in data 21 febbraio 2000, il Tribunale di Roma ritenuto che, essendo ancora in vita uno dei venditori, gli attori erano privi di legittimazione in ordine alla petizione di eredità e che nessuna prova era stata fornita dell’allegata simulazione – rigettò le domande e condannò gli attori alla rifusione delle spese del giudizio.

Avverso questa sentenza proposero appello i soccombenti con atto di citazione notificato il 6 aprile 2001, successivamente integrato con atti notificati, rispettivamente, il 9 luglio 2001 ed il 29 novembre 2001.

Si costituirono, resistendo all’impugnazione, gli appellati Z.S., + ALTRI OMESSI

La Corte capitolina, con sentenza depositata il 17 luglio 2003, ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello. La Corte d’appello ha rilevato: che gli appellanti, all’udienza di prima comparizione del 25 giugno 2001, avevano chiesto ed ottenuto l’autorizzazione alla rinnovazione della notifica a Za.Ma., Z.G. e Z.S.; che, eseguito tempestivamente il rinnovo della notifica nei confronti di Z.G. e Z.S., alla successiva udienza del 22 ottobre 2001 i medesimi appellanti avevano chiesto un nuovo termine per la notifica a Za.Ma., dato l’esito negativo del tentativo precedente, e l’ordinanza che aveva disposto in tal senso aveva fatto espressamente salva la questione della tempestività della rinnovazione, riservandola al collegio.

Tanto premesso, la Corte del gravame ha osservato che, siccome in tema di accertamento della simulazione vi è litisconsorzio necessario fra tutte le parti del contratto, l’impugnazione andava dichiarata inammissibile, ai sensi dell’art. 331 c.p.c., comma 2, per non avere nessuna delle parti provveduto all’integrazione nel termine fissato nei confronti di Za.Ma..

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 1552 del 2010 rilevava che l’atto di appello proposto da Z.A.M., + ALTRI OMESSI

Quest’ultima, a seguito di riassunzione da parte della sola Z.A.M., con una prima sentenza non definitiva n. 2693 del 17 maggio 2012, ha dichiarato aperta la successione di Z.S., ed ha dichiarato relativamente simulato l’atto per notar D.R. del 17 giugno 1983, disponendo per la prosecuzione del giudizio quanto all’accertamento della lesione.

Rilevava che l’erede che miri a reintegrare la propria quota di legittima, in quanto legittimario leso, può ritenersi terzo rispetto all’atto impugnato, con la conseguenza che la prova della simulazione può essere offerta anche a mezzo testi ovvero presunzioni.

Riteneva che nel caso di specie la domanda degli attori era stata proposta nella qualità di eredi necessari del padre, deducendosi che la vendita in realtà celava una donazione con riserva di usufrutto.

Doveva quindi ritenersi che fosse stata proposta una domanda di simulazione relativa, funzionale all’esercizio dell’azione di riduzione.

Così qualificata la domanda ha ritento che fosse stata offerta la prova anche per presunzioni della natura liberale dell’atto intercorso tra il de cuius ad alcuni dei suoi figli, ma senza che ciò potesse condurre alla nullità dell’atto, in quanto la vendita era stata effettuata con i requisiti di forma e di sostanza previsti per la donazione.

Con una seconda sentenza non definitiva n. 6872 del 18 dicembre 2013, la medesima Corte d’Appello, determinava, sulla scorta del valore dei beni donati dal de cuius, l’ammontare della quota di riserva di ognuno degli attori, individuando le somme che i beneficiari della donazione dovevano restituire alla massa.

Quindi, con la sentenza definitiva n. 5608 del 19 giugno 2015 approvava il progetto di divisione dei beni relitti come elaborato sub A) ai nn. 1-2-3-.

Per la cassazione delle tre sentenze hanno proposto ricorso M.V., Z.M., Za.Ma., Z.D. sulla base di tre motivi.

Ha resistito con controricorso Z.A.M., proponendo a sua volta ricorso incidentale affidato a tre motivi.

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

I primi due motivi del ricorso principale ad avviso del Collegio sono fondati.

Con il primo si lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c. in quanto la Corte d’Appello con la prima sentenza non definitiva, la cui invalidità si trasmette poi per effetto espansivo anche alle successive sentenze, ha statuito circa la natura relativamente simulata dell’atto di compravendita oggetto della citazione introduttiva del giudizio, sebbene nella citazione stessa fosse stata richiesta la declaratoria di nullità o di inefficacia, ovvero che fosse annullato l’atto in questione.

Ne consegue che altrettanto erroneamente è stata decisa una domanda di riduzione che non risultava in alcun modo oggetto della domanda originaria.

Il secondo motivo denunzia poi la violazione dell’art. 345 c.p.c., in quanto, sempre facendosi riferimento al tenore della domanda originaria, che non contemplava nè la proposizione dell’azione di riduzione nè quella di simulazione relativa, la Corte d’Appello aveva favorevolmente deciso su tali ultime domande tardivamente proposte solo in sede di appello.

Ed, invero, ove si abbia riguardo al contenuto dell’atto di citazione, la cui diretta disamina è consentita al Collegio attesa la denunzia di un error in procedendo con i motivi in esame, gli attori avevano richiesto dichiararsi nullo e comunque privo di efficacia giuridica, e comunque annullare l’atto di compravendita del 17 giugno 1983, e per l’effetto chiedevano altresì dichiararsi aperta la successione legittima del defunto Z.S., dichiarando gli attori coeredi legittimi, con l’attribuzione a tutti gli eredi dei diritti di proprietà, procedendo per l’effetto alla divisione dell’eredità.

Orbene, se la richiesta di inefficacia consente indubbiamente di ritenere che la domanda originaria fosse volta anche ad ottenere l’accertamento della simulazione assoluta, come peraltro opinato anche da questa Corte nella sentenza che ha cassato la prima decisione della Corte distrettuale, non è possibile però ritenere inclusa nelle originarie richieste degli attori anche quella di simulazione relativa, e precisamente la richiesta di accertare che l’atto di vendita in realtà dissimulava una donazione, istanza evidentemente funzionale al solo accoglimento dell’azione di riduzione, in quanto solo la simulazione assoluta avrebbe permesso di includere il bene apparentemente alienato nel relictum, consentendone quindi la devoluzione in base alle regole della successione legittima.

Viceversa l’accertamento della natura liberale dell’atto, in presenza di un atto di compravendita, munito però dei requisiti di forma e di sostanza prescritti per la donazione, come appunto previsto dall’art. 1414 c.c., comma 2 non consente che il bene faccia parte del relictum, e può giovare agli attori nei limiti in cui si accerti che l’atto sia lesivo della quota di legittima.

Manca nell’atto introduttivo del giudizio un riferimento alla qualità anche di legittimari vantata dagli attori, palesandosi in maniera inequivoca l’intento dei medesimi di aspirare unicamente al conseguimento della quota ab intestato, sul presupposto dell’assoluta carenza di efficacia dell’atto, in quanto assolutamente simulato.

Deve pertanto escludersi che gli attori avessero inizialmente fatto valere anche la qualità di legittimari, non risultando in alcun modo espressamente formulata la proposizione di una domanda di riduzione (si confronti da ultimo, circa l’autonomia tra la domanda di divisione e quella di riduzione, ed in ordine agli specifici vantaggi offerti da quest’ultima rispetto a quelli derivanti dall’operatività della collazione, Cass. 29/10/2015 n. 22097).

Ne deriva altresì che anche l’accertamento della simulazione è avvenuto sulla base di un regime probatorio presupponente però la proposizione di una domanda in realtà non avanzata ab initio, con la conseguente invalidità della sentenza gravata.

L’accoglimento dei primi due motivi, determina poi l’assorbimento del terzo motivo, con il quale si deduce la violazione dell’art. 1442 c.c., in relazione alla maturazione della prescrizione per l’accertamento della simulazione.

Del pari devono ritenersi assorbiti i tre motivi del ricorso incidentale.

Infatti, quanto al primo, con il quale si deduce che erroneamente la Corte d’Appello aveva ritenuto che, nonostante l’accertamento della natura liberale dell’atto dissimulato, lo stesso era da ritenersi valido per l’esistenza nell’atto di vendita dei requisiti di forma e di sostanza previsti per la donazione, si fonda evidentemente sulla validità dell’accertamento della simulazione compiuto da parte del giudice di merito avvalendosi della prova presuntiva, ma sul presupposto erroneo che l’accertamento fosse funzionale ad una domanda di riduzione, della quale si è sopra rilevata la tardiva ed inammissibile proposizione.

Quanto al secondo motivo, con il quale si denunzia la violazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè l’omessa motivazione in ordine alla domanda di pagamento di un indennizzo per l’occupazione dei beni oggetto dell’atto asseritamente simulato, è evidente del pari l’assorbimento, in quanto il preteso diritto ad un’indennità per il godimento esclusivo si fonda su di un accertamento frutto dell’erronea applicazione delle agevolazioni probatorie previste esclusivamente in favore del legittimario e non anche di chi proponga la domanda di simulazione spendendo la sola qualità di erede legittimo.

Infine, il terzo motivo, con il quale si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè l’insufficiente e contraddittoria motivazione, è parimenti assorbito attesa la necessità di dover provvedere ad un nuova regolamentazione delle spese di lite all’esito del giudizio di rinvio.

La sentenza non definitiva n. 2693/2012 deve pertanto essere cassata (occorrendo tenere conto anche delle conseguenze che produce tale annullamento sulle successive sentenze) con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma, che dovrà esaminare le domande degli attori così come proposte con l’atto introduttivo del giudizio, provvedendo altresì alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

PQM

 

Accoglie i primi due motivi del ricorso principale, ed assorbito il terzo motivo del ricorso principale ed il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello di Roma, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 18 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2017

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