Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21592 del 19/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 19/09/2017, (ud. 03/05/2017, dep.19/09/2017),  n. 21592

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 16461/2015 R.G. proposto da:

Esso Italiana S.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, dagli avv.ti

Giovanni Arieta, Antonio Di Pasquale e Francesca Angeloni ed

elettivamente domiciliata in Roma, piazza Venezia n. 11, presso lo

studio Di Pasquale – Angeloni;

– ricorrente –

contro

Enel Produzione s.p.a., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via Gramsci n. 36,

presso lo studio dell’avv. Antonino Cataudella che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma pubblicata il 29

maggio 2014.

Udita la relazione svolta in camera di consiglio dal Consigliere

Dott. Cosimo D’Arrigo;

Letta la sentenza impugnata che, in parziale riforma della decisione

di primo grado, ha rideterminato in Euro 4.631.596,00 la somma

dovuta da Esso Italiana s.r.l. a Enel Produzione s.p.a.;

letto il ricorso, il controricorso e le memorie depositate ai sensi

dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1.

Fatto

RITENUTO

che la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata;

che la Esso Italiana s.r.l. ha dedotto:

– la violazione e falsa applicazione “delle norme e dei principi, anche di diritto vivente, sulla causalità materiale, con specifico riferimento alla causalità omissiva”;

– la violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1, e “dei principi, anche di diritto vivente, sul concorso di colpa derivante da una pluralità di comportamenti umani colpevoli”;

– la violazione e falsa applicazione “del principio in base al quale il criterio equitativo è utilizzabile in sede di liquidazione del danno, ma non per la determinazione delle singole colpe”.

Diritto

CONSIDERATO

che le tre censure, nella sostanza tutte relative al concorso di colpa della società danneggiata, possono essere esaminate congiuntamente;

che, in particolare, la ricorrente si duole del fatto che i giudici di merito avrebbero omesso di verificare se l’evento si sarebbe verificato qualora l’agente avesse posto in essere la condotta doverosa impostagli, specie alla luce del ritenuto concorso di colpa dell’Enel Distribuzione s.p.a. con condotta che sarebbe stata capace di determinare, con autonoma efficienza causale, il verificarsi del danno;

che le doglianze, esposte mediante il riferimento a generici principi “anche di diritto vivente” mai chiaramente indicati ed enucleati, non denunciano in realtà alcun vero e proprio errore di diritto, ma si sostanziano in una contestazione della motivazione della decisione, per di più per ragioni attinenti al merito della controversia;

che, infatti, la società ricorrente si limita a prospettare una ricostruzione alternativa in punto di fatto (l’evento dannoso sarebbe stato determinato, con efficacia causale autonoma o comunque in percentuale superiore a quella ritenuta dai giudici di merito, dalla condotta concorrente della danneggiata) e un generico giudizio di non condivisione delle conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata;

che quest’ultima affronta ampiamente tutti gli aspetti della dinamica del fatto dannoso e disattente, esplicitamente o implicitamente, ogni ricostruzione alternativa, talchè il ricorso in esame, lungi dal prospettare un’effettiva violazione di legge, si risolve in una censura del percorso argomentativo della corte d’appello, ossia nella deduzione di un vizio di motivazione che, com’è noto, non costituisce più motivo di ricorso per cassazione, con riferimento alle sentenze pubblicate dall’11 settembre 2012 in poi;

che, in conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo;

che sussistono i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 18.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 3 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2017

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