Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21591 del 26/10/2016


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Cassazione civile sez. trib., 26/10/2016, (ud. 15/07/2016, dep. 26/10/2016), n.21591

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI IASI Camilla – Presidente –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10996-2010 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

M.E.S.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 73/2009 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. di

SASSARI, depositata il 06/03/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/07/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO FRANCESCO ESPOSITO;

udito per il ricorrente l’Avvocato PUCCIARIELLO che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’inammissibilità e in

subordine il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, con un motivo, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Sardegna, sezione distaccata di Sassari, depositata il 6.3.2009, con la quale è stato rigettato l’appello proposto dall’Ufficio avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto da M.E.S., dottore commercialista, avverso il silenzio-rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso dell’IRAP versata per gli anni dal 1999 al 2002.

L’intimato non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con l’unico motivo di ricorso l’Agenzia delle Entrate denuncia violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 2 e 3, dell’art. 2697 c.c., del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 24 e 32, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Formula il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se, nel caso in cui il contribuente eserciti la professione di commercialista presso uno studio di 48 mq, utilizzando beni strumentali non certo minimali necessari all’esercizio della sua attività – per un valore complessivo di L. 36.503.000 nell’anno 1999, Euro 21.135,00 nell’anno 2000, Euro 120,00 nell’anno 2001 e Euro 38.203,00 nell’anno 2002, quale rilevabile dalla dichiarazione dei redditi dell’anno 1999 e dagli studi di settore presentati per le annualità successive – ed impiegando lavoro altrui in maniera non occasionale possa ritenersi integrato ai sensi del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 2 il presupposto di imposta IRAP dell’attività organizzata e se, in ogni caso, sia onere del contribuente dare dimostrazione della insussistenza del presupposto oggettivo, producendo tutta la documentazione contabile e fiscale che consenta di condurre l’accertamento in via di fatto della sussistenza o meno del predetto requisito, con la conseguenza che la CTR ha errato nell’applicare nel caso de quo in principio opposto”.

Il ricorso è infondato.

Posto che il giudice d’appello può porre a fondamento della propria decisione i documenti tardivamente prodotti in primo grado, purchè acquisiti al fascicolo processuale in quanto tempestivamente e ritualmente prodotti in sede di gravame (Cass. civ., sez. trib., 24-022015, n. 3661), va rilevato come la C.T.R., nella sentenza impugnata, nell’attribuire rilievo nella individuazione dei beni strumentali da valutare ai fini IRAP alle schede di ammortamento prodotte dal contribuente e non ai risultati degli studi di settore, abbia così argomentato: “il 9 marzo 2005 funzionari dell’Agenzia delle Entrate avevano eseguito un accesso presso lo studio professionale potendo verificare la reale dotazione dei beni strumentali ch’egli aveva a disposizione per lo svolgimento della propria attività; per cui appare improbabile che essi possano essere stati diversi da quelli dichiarati e possano aver agevolato il raggiungimento di un maggior reddito rispetto a quello consentito dalla attività strettamente personale del professionista”.

Orbene, la questione posta da tale essenziale passaggio motivazionale della sentenza impugnata – concernente l’individuazione dei beni strumentali utilizzati dal professionista – non è stata affrontata nel quesito di diritto formulato dalla ricorrente, nè è stata al riguardo formulata autonoma censura per vizio di motivazione, corredata dal prescritto momento di sintesi.

Ne discende che resta ferma la statuizione della C.T.R. sul punto, sicchè gli elementi rilevanti al fine della verifica del requisito dell’autonoma organizzazione vanno desunti dalla menzionata documentazione prodotta dal contribuente, da cui risultano beni strumentali costituiti da computer, arredi, autovettura ed altro, nonchè dalle dichiarazioni dei redditi acquisite in atti, da cui emergono per il solo anno 1999 compensi a favore di terzi per L. 15.300.000. Correttamente, pertanto, la C.T.R., sulla base di tali dati, ha accertato l’insussistenza dei presupposti impositivi dell’IRAP.

Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato.

Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2016

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