Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2158 del 27/01/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 27/01/2017, (ud. 15/12/2016, dep.27/01/2017),  n. 2158

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7943/2014 proposto da:

T.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RICASOLI

7, presso lo studio dell’avvocato STEFANO MUGGIA, che la rappresenta

e difende unitamente agli avvocati ANDREA BORDONE, FERDINANDO FELICE

PERONE, PAOLO PERUCCO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AIR ONE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B, presso lo studio

dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato MAURIZIO SANTORI, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1013/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO del

12/9/2013, depositata il 26/9/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/12/2016 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata alle parti:

“Con sentenza del 26 settembre 2013, la Corte di appello di Milano confermava la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva respinto la domanda proposte da T.T. intesa ad ottenere la declaratoria di nullità del termine apposto al contratto stipulato tra la predetta e la Air One S.p.A. per il periodo da 1 gennaio 2008 al 30 giugno 2008. Riteneva la Corte che corretto fosse stato l’accoglimento dell’eccezione della società relativa allo scioglimento del rapporto per mutuo consenso, in quanto la lavoratrice aveva prestato la propria attività in favore della società a seguito della stipulazione di un solo contratto a termine della durata di sei mesi, ed, in epoca immediatamente successiva alla conclusione del rapporto, aveva intrapreso con la Neos S.p.A. attività lavorativa protrattasi per tre anni, a ciò dovendo aggiungersi che tra la scadenza del contratto del 30 giugno 2008 e la messa in mora erano decorsi 2 anni e 4 mesi. Riteneva, pertanto, che l’instaurazione di un distinto rapporto di lavoro con altro datore di lavoro già in epoca antecedente al giudizio di primo grado, unitamente alle altre evidenziate circostanze, fosse tale da fare ritenere validamente e fondatamente integrata la fattispecie della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro per facta concludentia.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la T. affidando l’impugnazione ad unico motivo, cui resiste, con controricorso, la società.

Viene denunziata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1372, 1418, 1419 e 2697 c.c., sul rilievo che la Corte territoriale ha valorizzato elementi (come la mera inerzia della lavoratrice dopo la scadenza del contratto) inidonei a dimostrare la chiara e certa volontà delle parti di risolvere e porre fine ad ogni rapporto lavorativo. Aggiunge la ricorrente che erronea è anche la ritenuta incompatibilità con la volontà di proseguire il rapporto della condotta di chi era stato costretto ad occuparsi o comunque a cercare occupazione dopo avere perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni. Tale condotta, pertanto, non poteva essere interpretata come tacita dichiarazione di rinunzia.

Il motivo è manifestamente fondato.

Come questa Corte già da tempo affermato, per la configurabilità di una risoluzione per mutuo consenso, manifestatasi in pendenza del termine per l’esercizio del diritto o dell’azione, occorre che il decorso del tempo sia accompagnato da ulteriori circostanze oggettive le quali, per le loro caratteristiche di incompatibilità con la prosecuzione del rapporto, possano essere complessivamente interpretate nel senso di denotare “una volontà chiara e certa della parti di volere, d’accordo tra loro, porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” (v. anche Cass., 2 dicembre 2000, n. 15403; Cass., 20 aprile 1998, n. 4003).

Tra l’altro, è onere della parte che faccia valere in giudizio la risoluzione per mutuo consenso allegare prima e provare poi siffatte circostanze (v. Cass. 1 febbraio 2010, n. 2279; Cass. 12 luglio 2010, n. 16303; Cass. 6 luglio 2007, n. 15624; Cass. 2 dicembre 2002, n. 17070; Cass. 2 dicembre 2000, n. 15403).

L’indirizzo consolidato di questa Corte (si vedano, oltre alle più datate decisioni sopra citate, Cass. 11 dicembre 2002, n. 17674; Cass. 17 dicembre 2004, n. 23554; Cass. 28 settembre 2007, n. 20390; Cass. 24 giugno 2008, n. 17150; Cass. 10 novembre 2008, n. 26935; Cass. 15 novembre 2010, n. 23057; Cass. 11 marzo 2011, n. 5887e tra le più recenti, Cass. 28 gennaio 2014, n. 1780; Cass. 25 novembre 2015, n. 24069; Cass. 10 dicembre 2015, n. 24951; Cass. 22 gennaio 2016, n. 1179; Cass. 25 gennaio 2016, n. 1244; Cass. 17 febbraio 2016, n. 3026) è, così, innanzitutto nel senso di ritenere che la mera inerzia del lavoratore nel contestare la clausola appositiva del termine non è sufficiente a far considerare sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso in quanto, affinchè possa configurarsi una tale risoluzione, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, sicchè la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto (v. Cass. 10 novembre 2008, n. 26935, Cass. 28 settembre 2007, n. 20390).

Tutte le sentenze citate hanno, nel caso concreto sottoposto all’esame di questa S.C., ritenuto giuridicamente corretta l’affermazione dei giudici di merito secondo cui la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto, anche se protratta per due o tre anni o più, non è sufficiente, in mancanza di ulteriori elementi di valutazione, a far ritenere la sussistenza dei presupposti della risoluzione del rapporto per tacito mutuo consenso.

Questa S.C., poi, ha più volte avuto modo di rilevare che non sono indicative di un intento risolutorio nè l’accettazione del t.f.r. nè la mancata offerta della prestazione, trattandosi di comportamenti entrambi non interpretabili, per assoluto difetto di concludenza, come tacita dichiarazione di rinunzia ai diritti derivanti dalla illegittima apposizione del termine (cfr., Cass., n. 15628/2001, in motivazione). Lo stesso dicasi della condotta di chi sia stato costretto ad occuparsi o comunque cercare occupazione dopo aver perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni (cfr. Cass. n. 839/2010, in motivazione, nonchè, in senso analogo, Cass., n. 15900/2005, in motivazione)” – si vedano, in termini, anche le recenti Cass. 7 aprile 2014, n. 8061, Cass. 20 marzo 2014, n. 6632.

Orbene, nella fattispecie la Corte di appello si è discostata dai principi enunciati reiteratamente affermati, che hanno ritenuto il mero decorso del tempo privo di significatività ai fini considerati, dovendo attribuirsi portata neutra al lasso temporale di non attuazione del rapporto, analogamente che allo svolgimento di attività lavorativa presso terzi dopo la scadenza del rapporto.

Alla luce di quanto esposto si propone l’accoglimento del ricorso, la cassazione della impugnata sentenza con rinvio per un nuovo esame ad altro giudice, il tutto con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.

2 – La società controricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e non scalfite dalla memoria ex art. 380 bis c.p.c., con la quale Air One S.p.A. si è limitata a riproporre le ragioni di resistenza esposte in sede di controricorso.

Ricorre con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione il ricorso va accolto e va cassata l’impugnata sentenza con rinvio alla Corte di appello di Milano che, in diversa composizione, procederà al riesame della causa alla stregua dei rilievi in precedenza evidenziati e degli enunciati principi di diritto. Il giudice di rinvio provvederà altresì sulle spese del presente giudizio di cassazione.

PQM

LA CORTE accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2017

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