Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21578 del 07/10/2020

Cassazione civile sez. II, 07/10/2020, (ud. 22/07/2020, dep. 07/10/2020), n.21578

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – rel. Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2862-2016 proposto da:

V.E., V.A., VA.DE.VE.AN.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 37, presso lo

studio dell’avvocato FABRIZIO LUCIFERO, che li rappresenta e

difende, unitamente agli avvocati FRANCESCO FAZZALARI, ISABELLA

MARIA STOPPANI;

– ricorrenti –

contro

G.P., elettivamente domiciliato in ROMA, V.G.AVEZZANA 8,

presso lo studio dell’avvocato FILIPPO DEMARTINO, rappresentato e

difeso dall’avvocato PAOLO GRASSI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6351/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 16/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/07/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

D.C. propose domanda di risarcimento danni nei confronti dell’avv. G.P., già suo difensore in altra controversia civile, lamentando pregiudizi patiti in dipendenza della sua condotta professionale.

L’avv. G. resistette e propose a sua volta domanda riconvenzionale tesa ad ottenere il saldo del compenso dovutogli, avendo ricevuto solo degli anticipi. Ad esito della lite il Tribunale di Roma rigettò ambedue le pretese e l’avv. G. interpose gravame avanti la Corte d’Appello di Roma.

Resistette la D., che svolse pure appello incidentale, ed all’esito della trattazione la Corte capitolina dichiarò inammissibile per tardività il gravame incidentale, mosso dalla D., ed accolse per parte quello principale, liquidando il compenso effettivamente dovuto al professionista.

Osservava il Collegio romano come la domanda del professionista non poteva ritenersi indeterminata poichè, nella sua comparsa di risposta portante la domanda riconvenzionale, veniva operato specifico rinvio alla relazione sulla cui base il Consiglio dell’Ordine professionale ebbe a vidimare per congruità la parcella presentata.

Quindi la Corte territoriale provvide a liquidare il compenso dovuto sulla scorta dell’effettivo valore della lite trattata, riconoscendo i minimi tariffari.

A., E. ed Va.An., quali eredi di D.C., hanno esposto ricorso per cassazione avverso la sentenza resa dalla Corte romana articolato su tre motivi.

L’avv. G.P. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

L’impugnazione mossa dagli eredi D. non ha fondamento giuridico e va rigettata.

Con il primo mezzo d’impugnazione i consorti V. denunziano nullità della sentenza impugnata per violazione del disposto ex art. 163 c.p.c., n. 4 e art. 164 c.p.c., posto che effettivamente la domanda riconvenzionale proposta dall’avv. G. era indeterminata, non potendosi – come erroneamente ritenuto dalla Corte capitolina – operar ricorso a documento per completare l’onere di allegazione dei fatti costitutivi del diritto azionato siccome indicati nell’atto processuale portante la domanda, giusto insegnamento della Suprema Corte.

La censura è infondata posto che – significativamente – i ricorrenti non citano specifica giurisprudenza di questa Corte a conforto della loro critica, risultando invece il consolidato insegnamento di legittimità conforme alla statuizione adottata dal Collegio romano.

Difatti – Cass. sez. L n. 7221/94, Cass. sez. 3 n. 7507/01 – la domanda svolta in causa risulta determinata anche quando i singoli fattori del petitum sono desumibili con chiarezza da documenti prodotti e richiamati nell’atto introduttivo della pretesa.

E nella specie la Corte capitolina ha puntualmente precisato come l’avv. G. operava, nella sua scrittura introduttiva portante la domanda riconvenzionale, specifico richiamo alla relazione allegata alla parcella sottoposta all’Ordine professionale per il visto di congruità, documento depositato in causa, eppertanto la domanda riconvenzionale risultava specificata con conseguente possibilità d’adeguata difesa della controparte.

La mera opinione contraria degli eredi D., con richiamo a non specificato insegnamento a supporto di questa Suprema Corte, non supera detto puntuale accertamento e conseguente statuizione della Corte romana, fondato – come dianzi visto – su specifico insegnamento di questa Corte Suprema.

Con la seconda ragione di doglianza i V. deducono contraddittoria motivazione su punto decisivo della lite, ex art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, posto che il Collegio romano ebbe – erroneamente – a ritenere non contestato lo svolgimento della prestazione professionale, siccome articolata tramite le voci della dettagliata parcella presentata all’Ordine per il visto, mentre un tanto era stato subito oggetto di precisa contestazione, siccome apprezzabile dai passi delle scritture difensive della de cujus riportati in ricorso.

La censura mossa s’appalesa priva di fondamento per due ragioni.

Anzitutto l’evocato art. 360 c.p.c., n. 5 attualmente configura siccome vizio di legittimità l’omesso esame di un fatto storico e, non già, più un vizio della motivazione sotto il profilo della contraddittorietà.

E’ ben vero, in secondo luogo, che concorre comunque il vizio di nullità – pure evocato – in ipotesi di assenza di motivazione ovvero sua mera apparenza, ma nella specie un tanto non si configura posto che il Collegio romano ha puntualmente precisato che la D. non ebbe a sollevare “specifiche contestazioni” circa le singole prestazioni dettagliate dal professionista, le quali pure trovavano il conforto degli atti processuali afferenti la controversia patrocinata, depositati in copia dall’avv. G..

Dunque la Corte capitolina, da un lato, rileva la mancanza di specifica contestazione in ordine alle singole voci della dettagliata parcella dimessa in atti – osservazione che non si pone in contrasto con il generale rilievo che la cliente aveva contestato l’abnormità della pretesa economica del suo difensore – e dall’altro accerta che gran parte delle prestazioni descritte in parcella risultano confortate dai documenti versati in atti dall’avv. G., ossia le scritture difensive elaborate nella lite patrocinata in difesa della D..

Pertanto, comunque, la statuizione non si fonda esclusivamente sull’elemento della non contestazione ma pure sul dato probatorio positivo della conferma documentale dell’asserto del professionista, accertamento questo non attinto da specifica critica nel ricorso.

Con la terza doglianza i consorti V. lamentano vizi ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 in relazione all’art. 2233 c.c. e tariffa forense ex D.M. n. 585 del 1994, poichè il Collegio romano ebbe a liquidare il compenso ritenuto dovuto al professionista in modo complessivo e forfettario, così violando le indicazioni, più volte ribadite dal Supremo Collegio, circa la necessità di una specifica valutazione delle singole voci tariffarie esposte.

La censura articolata s’appalesa siccome inammissibile risultando generica ed astratta.

Difatti l’argomento critico sviluppato non si confronta con la motivazione sul punto illustrata dal Collegio romano, che ha puntualmente indicato i fattori essenziali per la liquidazione del compenso professionale ritenuto adeguato. Viene così individuato lo scaglione di valore in base al quale parametrare la liquidazione, nonchè viene specificato che la stessa avverrà a valori prossimi al minimo tariffario avuto riguardo al beneficio ottenuto dalla cliente dall’attività professionale spiegata dall’avv. G., sempre in relazione alle voci descritte nel progetto di parcella sottoposto all’Ordine forense, depositato in atti.

Quindi la Corte territoriale ha riconosciuto l’ammontare degli esborsi e dei diritti, siccome richiesti in detta parcella poichè non contestati dalla cliente, nonchè ha cennato alla pluralità di cause gestite, per giungere alla somma globale espressa nella sentenza.

Parte ricorrente opera richiamo ad insegnamento di questo Supremo Collegio riguardo al dovere del Giudice di specificare, in relazione ad ogni singola voce tariffaria, la scelta di ridurla senza per altro opportunamente citare una specifica decisione, posto che – Cass. sez. 3 n. 20604/15, Cass. sez. 1 n. 8824/17 – detto insegnamento si riferisce all’obbligo del Giudice di motivare la riduzione operata in tema di liquidazione delle spese di lite a fronte di specifica nota presentata dal difensore della parte vittoriosa.

Nella specie invece la Corte territoriale ha giudicato in lite tra cliente e proprio difensore, non modificando alcuna voce esposta in parcella, semplicemente liquidandone il compenso in forza di un diverso scaglione di valore e in aderenza ai minimi tariffari, invece che in forza dei medesimi parametri, ma secondo la tassazione operata dal professionista.

Quindi non è intervenuta alcuna liquidazione forfetaria e si è anche tenuto in considerazione che l’opera professionale si riferiva a più controversie e, non già, solo ad una ancorchè principale, siccome invece fatto dai ricorrenti nell’elaborare l’argomento critico di ricorso, nel quale viene esposto calcolo riferito ad una sola delle controversie curate dal difensore.

Al rigetto del ricorso segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna, in solido fra loro, dei consorti V. alla rifusione in favore dell’avv. G. delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge e rimborso forfetario ex tariffa forense nella misura indicata in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna, in solido fra loro, i ricorrenti V. a rifondere al G. le spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge e rimborso forfetario ex tariffa forense nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in camera di consiglio, il 22 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2020

 

 

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