Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21538 del 27/07/2021

Cassazione civile sez. trib., 27/07/2021, (ud. 20/11/2020, dep. 27/07/2021), n.21538

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al n. 2428/2018 proposto da:

La società R.V. & Figli s.r.l., rappresentata e

difesa dall’avv. Walter Tammetta, elettivamente domiciliati in Roma,

via Vincenzo Ugo Taby, presso il sig. Pietro Pernarella;

– ricorrenti –

contro

Agenzia delle Entrate, rappresentato e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato domiciliata in via dei Portoghesi n. 12, Roma;

– ricorrente –

– controricorrente –

Avverso la decisione della Commissione Tributaria Regionale del Lazio

n. 5817/18/17 depositata il 10.10. 2017.

Udita la relazione del Consigliere Dott. Catello Pandolfi nella

Camera di consiglio del 20/11/2020.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La società R.V. & Figli s.r.l., in persona dell’amministratore Z.A., ricorre per la cassazione della sentenza della CTR Lazio n. 5817/19/16 depositata il 10 ottobre 2017.

La vicenda trae origine dall’avviso di accertamento (OMISSIS), del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 2, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, per l’anno d’imposta 2007.

La società opponeva l’atto impositivo che la CTP di Latina dichiarava inammissibile il ricorso presentato dal R. in proprio e quale ex amministratore della società e accoglieva quello della società. L’Ufficio appellava tale ultima decisione sfavorevole decisione e la CTR del Lazio-sezione di Latina accoglieva il gravame.

Ha impugnato la decisione d’appello la sola società che pone a base del ricorso otto motivi, depositando anche memoria.

Si è costituita l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la società deduce l’illegittimità dell’avviso di accertamento, per carenza dei poteri di firma del funzionario che aveva sottoscritto l’atto.

La censura è infondata dal momento che l’avviso era sottoscritto dallo stesso direttore, cioè dal titolare dell’ufficio e non da un funzionario suo delegato. Non sussiste cioè, in radice, il presupposto fattuale che, in astratto, avrebbe giustificato una siffatta doglianza. Per cui non vi è alcuna omessa motivazione sul punto, dal momento che la stessa sentenza impugnata ha evidenziato l’incongruenza della doglianza stante la sottoscrizione non per delega.

2. Con il secondo la ricorrente lamenta l’omessa notifica dell’appello, notificato alla sola società e non a R.A., parte del giudizio di primo grado.

La censura posta, nell’interesse del R., appare inammissibile in quanto egli non risulta aver impugnato la decisione di primo grado nella parte in cui aveva dichiarato il suo difetto di legittimazione attiva. Ne’ risulta parte del presente giudizio dal momento che il ricorso per cassazione in esame è stato proposto soltanto dalla società R.V. & Figli s.r.l..

In ogni caso, si rileva per completezza che la deduzione è infondata posto che la Corte, sulla scia della decisione delle Sezioni Unite n. 29290 del 2008, ha più volte ribadito che “La notificazione dell’atto d’impugnazione eseguita presso il procuratore costituito per più parti, mediante consegna di una sola copia (o di un numero inferiore), è valida ed efficace sia nel processo ordinario che in quello tributario, in virtù della generale applicazione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, alla luce del quale deve ritenersi che, non solo, in ordine alle notificazioni endoprocessuali, regolate dall’art. 170 c.p.c., ma anche per quelle disciplinate dall’art. 330 c.p.c., comma 1, il procuratore costituito non è un mero consegnatario dell’atto di impugnazione, ma ne è il destinatario” (Sez. 2 -, 29/09/2020, n. 20527).

3. Con il terzo motivo la contribuente lamenta che, in conseguenza della mancata notifica dell’appello al R., il Giudice regionale avrebbe dovuto disporre l’integrazione del contraddittorio nei suoi confronti. Il motivo deve ritenersi assorbito alla luce del principio giurisprudenziale da ultimo richiamato, che esclude il ravvisato vizio.

4. Con il quarto motivo la società censura le modalità di notifica dell’appello a mezzo del servizio postale in “busta chiusa” e non mediante spedizione dell’atto in plico senza busta, in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36. La doglianza è infondata posto che la giurisprudenza di questa Corte, qui ribadita, ha affermato che “In tema di impugnazioni nel processo tributario, la spedizione a mezzo posta del ricorso (o dell’atto d’appello) in busta chiusa, pur se priva di indicazioni all’esterno circa l’atto in essa racchiuso – anziché in plico senza busta come previsto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 20 – costituisce una mera irregolarità se il contenuto della busta e la riferibilità alla parte non siano contestati, essendo, altrimenti, onere del ricorrente (o dell’appellante) dare la prova dell’infondatezza della contestazione formulata.” (Sez. 5 -11/02/2020, n. 3234). Ed alcuna contestazione al riguardo è stata mossa.

5. Con il quinto motivo la ricorrente deduce la decadenza dell’Amministrazione finanziaria dal potere impositivo, in violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, ritenendo che, nel caso in esame, non troverebbe applicazione il raddoppio del termine per l’esercizio della suddetta potestà. La parte basa l’assunto sulla modifica di detto articolo apportata dal D.Lgs. n. 128 del 2015, alla stregua del quale, perché l’Amministrazione potesse avvalersi del “raddoppio”, non era più sufficiente la sussistenza di violazioni per reati tributari implicanti l’obbligo di denuncia ex art. 331 c.p.p., ma era necessaria l’effettiva presentazione della stessa, entro i termini previsti dallo stesso art. 43. Ulteriormente modificato dalla L. n. 208 del 2015, che secondo la ricorrente – avrebbe abrogato la precedente modifica. Pertanto – ritiene alla luce del nuovo assetto normativo, l’Ufficio, per avvalersi del raddoppio del termine, avrebbe dovuto inoltrare la denuncia, per le ipotesi di reato emerse dall’accertamento, entro il 31.12.2012, mentre era stata inviata alla Procura della Repubblica solo in data 8/02/2013.

La tesi è errata dal momento che, secondo la condivisa giurisprudenza di questa Corte, il D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 2, comma 3, non era stato abrogato dalla L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 132, non essendo le due norme tra loro incompatibili. Conseguentemente, trova applicazione, in ispecie, il principio affermato dalla prima, secondo la quale l’innovazione, disposta dal D.Lgs. n. 128 del 2015, non è riferibile ai processi verbali notificati entro il 2 settembre 2015 (e quindi non al p.v.c. in questione notificato il 6/02/2013).

6. Con il sesto motivo, la ricorrente censura violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2, eccependo il difetto dei presupposti necessari perché l’amministrazione potesse avvalersi dell’accertamento induttivo.

In particolare, deduce che tale tipologia di accertamento presuppone l’omessa tenuta, o la sottrazione all’ispezione, delle scritture contabili obbligatorie. Perché tale presupposto potesse verificarsi, nel caso in esame, sarebbe stato necessario che i verificatori avanzassero una formale richiesta in tal senso alla società, in persona del legale rappresentante al momento della verifica, Z.A., ed inoltre che la richiesta fosse rimasta inevasa.

Per contro, si eccepisce che una siffatta formale iniziativa non era mai stata assunta, per cui l’ufficio non aveva creato le condizioni per acquisire la documentazione e, riscontratane l’assenza, poter procedere legittimamente all’accertamento induttivo.

La richiesta – si deduce – era stata invece rivolta, informalmente, solo all’ex socio ed ex amministratore, R.A., che non aveva più motivo di disporre della documentazione, avendola consegnata al subentrante amministratore e cessionario delle sue quote.

Peraltro, il R. aveva rivestito la carica sociale sino al (OMISSIS) ed aveva ceduto le quote a Z.A. in data (OMISSIS), cioè solo due giorni prima dell’inizio della verifica, in data (OMISSIS). Era stato, inoltre, presente agli accessi, nel corso dei quali i verificatori non avevano rinvenuto la documentazione necessaria. Appare, perciò, ragionevole che il personale operante vedesse nel R. una fonte di informazione su come e dove acquisire la documentazione contabile e sul reperimento del nuovo legale rappresentante, inspiegabilmente assente, benché la sua veste societaria rendesse necessarie e doverose la presenza e la collaborazione.

La sentenza impugnata ha, inoltre, evidenziato le circostanze (non contestate) che avevano caratterizzato l’attività di verifica, già enunciate dall’Ufficio nell’avviso di accertamento, che rendevano evidenti ed oggettive le difficoltà riscontrate dagli operatori.

Al riguardo, come si apprende dallo stralcio del processo verbale incorporato nel controricorso, i verificatori, nel corso dell’ispezione, avevano cercato di contattare il rappresentante legale e socio unico. Le ricerche a tal fine erano state condotte, senza esito, sia all’indirizzo ricavato dalle visure anagrafiche che presso l’ultimo datore di lavoro, individuato nella società “Usque Tandem”. Ed anche le “ulteriori ricerche presso l’indirizzo di (OMISSIS), indicato nella visura anagrafica sulla società (avevano dato) esito negativo sia per il soggetto che per i suoi familiari”. E’ stato poi evidenziato “il mancato reperimento, in sede di accesso, sia delle scritture contabili che dei documenti obbligatori”. Pertanto, si deve affermare che gli organi di accertamento abbiano posto in essere tutte le iniziative ragionevolmente esperibili per prendere contatti con il nuovo amministratore e reperire comunque la documentazione necessaria.

Del resto, la stessa società ricorrente ricorda che il “successivo processo verbale di constatazione è stato notificato alla società ricorrente con le modalità degli irreperibili”, ad implicita conferma della concreta impossibilità per i verificatori di localizzare il soggetto a cui richiedere la documentazione e di esperire altre procedure ai fini accertativi diverse dall’accertamento induttivo.

Pertanto, ragionevolmente la CTR ha ritenuto che il personale incaricato dell’attività d’istituto si fosse trovato di fronte ad una sorta di percorso ad ostacoli con un punto di arrivo mobile, in concreto irraggiungibile, stante i vani tentativi, presso tutti gli indirizzi al momento disponibili per contattare il nuovo amministratore.

La CTR ha, quindi, motivatamente ritenuto che l’Ufficio si fosse correttamente avvalso della procedura in parola.

7. Con il settimo motivo la società lamenta che dai maggiori ricavi accertati non fossero stati detratti i costi in proporzione e che su tale doglianza la CTR avesse omesso di motivare in violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

La doglianza e’, da un lato generica, in quanto non indica la misura del costo effettivamente detratto e di quello maggiore che avrebbe dovuto esserlo, così da consentire al Collegio di verificare lo scarto a suo danno. E’ inoltre, infondata in quanto l’Ufficio ha, per contro, indicato d’aver quantificato costi, anch’essi calcolati induttivamente, in misura pari all’80% dei maggiori ricavi accertati. In tal modo assicurando l’equazione: maggiori ricavi accertati/maggiori costi detratti. Circostanza, quella dedotta dall’Ufficio, in merito alla quale la parte non ha offerto prova contraria. Ne’ si ravvisa omessa motivazione sul punto, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo la CTR, sia pure in modo stringato, fatto riferimento, condividendola, all’indicazione dell’Amministrazione sulla misura percentuale della detrazione dei costi.

8. Con l’ottavo motivo la parte deduce che i criteri di determinazione della misura delle sanzioni erano stati modificata; dal D.Lgs. n. 158 del 2015, in senso favorevole al contribuente.

Al riguardo va rilevato che la deduzione della ricorrente non rende palese il contenuto del motivo in spregio al principio di specificità, tassatività e autosufficienza del ricorso per cassazione. Da quello in esame si desume solo che a seguito dell’innovazione normativa ed in applicazione alla materia tributaria del favor rei le sanzioni vanno diminuite.

Va però ricordato, come affermato da questa stessa Corte, che “In tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, le modifiche apportate dal D.Lgs. n. 158 del 2015, art. 15, al D.Lgs. n. 471 del 1997, non operano in modo generalizzato in senso favorevole al reo, con la conseguenza che la mera affermazione di uno “ius superveniens” migliorativo non rende automaticamente la sanzione irrogata illegale, in mancanza della specifica deduzione dell’applicabilità – in concreto – di una sanzione tributaria inferiore a quella comminata” (Sez. 5 -, 16/09/2020, n. 19286).

Ora, nel caso esaminato dalla richiamata pronuncia, la Corte aveva accolto la richiesta di applicazione dello “ius superveniens”, perché la società che aveva promosso quel giudizio, aveva trascritto nel ricorso (come invece non avvenuto nel caso in esame) lo stralcio dell’avviso di accertamento dal quale risultava la sanzione in concreto applicata, avendo altresì rideterminato il “nuovo” importo da irrogare.

Peraltro, l’Ufficio, nel controricorso, ha accolto la richiesta del contribuente alla rideterminazione delle sanzioni ed ha preannunciato che procederà d’ufficio alla loro riduzione all’atto della iscrizione a ruolo del credito.

Per l’infondatezza dei motivi, il ricorso va pertanto rigettato.

Non vi sono determinazioni da adottare sulle spese, poiché l’Agenzia delle Entrate non ha svolto attività defensionale.

Sussistono i presupposti per il versamento del c.d. doppio contributo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la soccombente al pagamento delle spese del giudizio che liquida in Euro 7.800,00 oltre alle spese prenotate a debito.

Si dà atto che sussistono i presupposti, di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello fissato per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 20 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA