Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2153 del 30/01/2020

Cassazione civile sez. trib., 30/01/2020, (ud. 07/11/2019, dep. 30/01/2020), n.2153

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23896-2015 proposto da:

R.C., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA GONDAR 22,

presso lo studio dell’avvocato MARIA ANTONELLI, che lo rappresenta e

difende unitamente agli avvocati VALENTINA PICCO, CRISTINA ZUNINO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI

(OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 875/2015 della COMM. TRIB. REG. di GENOVA,

depositata il 23/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/11/2019 dal Consigliere Dott. MARCELLO MARIA FRACANZANI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. All’epoca dei fatti il contribuente conduceva il locale discoteca “(OMISSIS)” in provincia di (OMISSIS) dove, non risultando congruente con gli studi di settore per l’anno di imposta 2008, era oggetto di indagini bancarie all’esito delle quali emergevano prelievi ingiustificati per Euro 33.940,60 e versamenti ingiustificati per Euro 119.635,78, donde si svolgeva il contraddittorio preventivo per la giustificazione analitica dei movimenti. Il contribuente allegava pezze giustificative, affermando altresì di aver subito un incidente e aver avuto la salute compromessa per un lungo periodo, trascurando così la gestione del locale, di fatto condotto dal personale dipendente, con grave sviamento di clientela e gestione deficitaria, tanto da arrivare alla necessaria chiusura nel 2011. In principalità, tuttavia, il contribuente affermava essere giocatore professionista di Poker, allegando anche documenti che lo qualificano in buona posizione nazionale nei tornei riservati ai professionisti, per cui si recava giornalmente al (OMISSIS), da dove ricavava le vincite versate in conto corrente ed i prelevamenti necessari per le giocate. La proposta di adesione del contribuente non trovava il consenso dell’Ufficio che adottava il provvedimento impositivo, con ripresa a tassazione ed irrogazione di sanzioni, ritualmente avversato dal contribuente avanti la CTP, ove l’Ufficio rimodulava al ribasso le proprie pretese, ma vedeva confermato l’impianto accertativo. La CTR emendava alcuni errori di calcolo del primo giudice, ma per il resto confermava la sentenza.

Ricorre il contribuente con sei motivi. E’ rimasta intimata l’Agenzia.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Vengono proposti sei motivi di ricorso.

1. Con il primo motivo il contribuente ricorre ex art. 360, n. 4, per non aver risposto alle eccezioni solevate per violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, art. 12, comma 7, della L. n. 241 del 1990, artt. 3 e 10, nella sostanza per non aver considerato la protestata assenza di motivazione dell’atto impositivo, specie all’esito del confronto endoprocedimentale svolto in sede di esame dei rilievi bancari secondo la disciplina dello studio di settore e della proposta – declinata – di accertamento con adesione.

Il motivo non assolve l’onere dell’autosufficienza, come richiesta da questa Corte per dimostrare non essere nuovo. Il motivo d’appello del quale si lamenta l’omesso esame non risulta infatti compiutamente riportato nella sua integralità nel ricorso, sì da consentire alla Corte di verificare che le questioni sottoposte non siano nuove e di valutare la fondatezza dei motivi stessi senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. Cass. n. 17049/2015; n. 29368/2017). E’ stato chiarito che nell’ipotesi in cui il ricorrente censuri la sentenza di una commissione tributaria sotto il profilo del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento, che non è atto processuale ma amministrativo (Cass. 3 dicembre 2001, n. 15234), è necessario, a pena di inammissibilità, che il ricorso riporti testualmente i passi della motivazione di detto avviso che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, al fine di consentire alla Corte di cassazione di esprimere il suo giudizio in proposito esclusivamente in base al ricorso medesimo (Cass. 13 febbraio 2014, n. 3289; 28 giugno 2017, n. 16147).

Il motivo è dunque inammissibile.

2. Con il secondo motivo si muove censura ex art. 360 c.p.c., n. 4, per non aver risposto alla specifica eccezione di aver applicato la presunzione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, a tutti i movimenti bancari.

Nel caso in esame, a pag. 5 della sentenza la commissione territoriale richiama l’orientamento di questa Corte, per cui la presunzione legale di cui alle predette norme può essere vinta solo con una giustificazione analitica sui singoli movimenti, non con argomenti generici. Peraltro, questa Corte ha ritenuto non ricorrere l’omissione di pronuncia quando la motivazione accolga una tesi incompatibile con quelle prospettate, implicandone il rigetto. Non ricorre vizio di omessa pronuncia su punto decisivo qualora la soluzione negativa di una richiesta di parte sia implicita nella costruzione logico-giuridica della sentenza, incompatibile con la detta domanda (v. Cass., 18/5/1973, n. 1433; Cass., 28/6/1969, n. 2355). Quando cioè la decisione adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte comporti necessariamente il rigetto di quest’ultima, anche se manchi una specifica argomentazione in proposito (v. Cass., 21/10/1972, n. 3190; Cass., 17/3/1971, n. 748; Cass., 23/6/1967, n. 1537). Secondo risalente insegnamento di questa Corte, al giudice di merito non può invero imputarsi di avere omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio non ritenuti significativi, giacchè nè l’una nè l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa l’esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento come nella specie risulti da un esame logico e coerente, non già di tutte le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, bensì solo di quelle ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo. In altri termini, non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata dell’adottata decisione, evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla, ovvero la carenza di esse (cfr. Cass. V, 9/3/2011, n. 5583).

Il motivo è dunque infondato e va disatteso.

3. Con il terzo motivo si prospetta vizio ex art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione art. 2697 c.c., sul riparto dell’onere della prova, ritenendo che spetti al Fisco provare la debenza e che l’esegesi normativa adottata dai giudici di merito renda impossibile ad un giocatore professionista la prova liberatoria sui versamenti e prelievi dal suo conto corrente. Al contrario la sentenza ha ben governato la presunzione legale richiesta dalla norma e la necessità di una specifica ed analitica giustificazione dei singoli movimenti bancari per superarla (cfr. Cass., V, n. 21303/2013; n. 4829/2015; n. 20981/2015).

Il motivo è quindi infondato e va disatteso.

4. Con il quarto motivo si lamenta il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso esame fatti decisivi oggetto di discussione fra le parti, nel particolare rilevando non essere state prese in considerazione singole censure per duplicazioni di voci, rappresentate in primo grado e riproposte in appello.

A pag. 4, in fondo, la commissione d’appello prende posizione su alcune duplicazioni accogliendole, rigettando quindi implicitamente le altre censure. Valgano i precedenti di questa Corte ricordati al motivo 2.

Il motivo è quindi infondato e va disatteso.

5. Il quinto motivo solleva censura ex art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, artt. 5,6 e 16, dove la sentenza gravata ha ritenuto di non rinvenire particolari motivi nell’esposizione del contribuente per assolverlo dalle sanzioni. Richiamando precedenti di questa Corte, afferma il motivo di gravame che le sanzioni debbono essere commisurate all’intensità del dolo ed al grado della colpa, valutati in concreto, sicchè nel caso non dovrebbero essere irrogate, poichè egli avrebbe fornito giustificazione piena del suo operato. Ma è proprio quest’affermazione che – con apprezzamento di merito insindacabile in questa sede – la commissione territoriale nega, come si è visto nei motivi che precedono, sicchè è coerente e consequenziale il profilo sanzionatorio.

Il motivo è quindi infondato e va disatteso.

6. Con l’ultimo motivo si prospetta censura ex art. 360 c.p.c., n. 4, per omissione di pronuncia in odine all’applicabilità del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, relativo ai benefici della continuazione ai fini del calcolo delle sanzioni, questione su cui il giudice di merito non avrebbe dato risposta.

Il motivo è costruito come il primo e ne segue le sorti, sotto il profilo della non autosufficienza. Motivo inammissibile.

In definitiva, il ricorso è infondato e va rigettato.

Non vi è luogo a pronuncia sulle spese, restando intimata la parte pubblica.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 7 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2020

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