Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2153 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. III, 25/01/2022, (ud. 21/12/2021, dep. 25/01/2022), n.2153

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco M. – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 34477/19 proposto da:

-) G.M.G., elettivamente domiciliata a Roma, v. Oslavia n.

30 (c/o avv. Gizzi), difesa dall’avvocato Carlo Zauli, in virtù di

procura speciale apposta in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

-) Binfi s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato a Roma, v. Adda n. 55 (c/o avv. Selvaggi),

difeso dagli avvocati Alberto M. Bruni, e Gherardo Soresina, in

virtù di procura speciale apposta in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze 14 ottobre 2019

n. 2432;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21 dicembre 2021 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. Vitiello Mauro, che ha concluso per

l’inammissibilità del ricorso;

udito per la controricorrente l’Avvocato Emanuela Paoletti, per

delega.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. G.M.G. era proprietaria dell’immobile sito a (OMISSIS).

Avendo contratto debiti rimasti insoluti nei confronti di vari istituti di credito, questi ultimi (ovvero, per essi, i cessionari dei relativi crediti) iniziarono l’esecuzione forzata pignorando il suddetto immobile.

L’immobile venne venduto all’asta ed aggiudicato il 26.10.2000 alla società Firenze Investimenti Developer s.p.a., dante causa della odierna controricorrente Binfi s.p.a..

2. Il 31.10.2000 G.M.G. propose opposizione agli atti esecutivi, lamentando la nullità della vendita. Il ricorso non riferisce per quali motivi. L’opposizione venne rigettata dal Tribunale di Firenze con sentenza 13.12.2002 n. 872, passata in giudicato.

3. Nel 2006 venne rinviato a giudizio, con l’accusa di corruzione, P.S., il magistrato che aveva rivestito il ruolo di giudice dell’esecuzione nella procedura a carico di G.M.G., conclusa dalla vendita del suddetto immobile.

Venne imputato del medesimo delitto anche B.M., dominus e legale rappresentante della società aggiudicataria.

In quel giudizio si costituì parte civile G.M.G., in data 5.12.2006, domandando il risarcimento del danno nei confronti degli imputati.

In quel giudizio non fu parte la società Binfi.

4. Un mese dopo essersi costituita parte civile, G.M.G. convenne dinanzi al Tribunale di Firenze la Binfi s.p.a., quale avente causa della FID (la quale, come anticipato, si fuse per incorporazione nella Binfi, come da annuncio pubblicato in Gazz. uff. 20.6.2002, Parte II, n. 143), esponendo che tutti gli atti della procedura esecutiva compiuta in suo danno sei anni prima, ed in particolare l’ordinanza che disponeva la vendita e il decreto di aggiudicazione dovevano ritenersi nulli a causa della corruzione del giudice che li aveva adottati.

Concluse pertanto chiedendo dichiararsi “la nullità di tutti gli atti della procedura esecutiva” e la condanna della società convenuta al risarcimento “dei danni biologici, esistenziali e morali”.

4.1. La Binfi si costituì e chiese, in via riconvenzionale, la condanna dell’attrice alla restituzione del doppio della caparra versatale in esecuzione di un preliminare di vendita del medesimo immobile poi espropriato, preliminare mai adempiuto da G.M.G..

5. Il Tribunale di Firenze con ordinanza 29 giugno 2012 ritenne di dover sospendere il processo ai sensi dell’art. 295 c.p.c., nell’attesa della conclusione del processo penale a carico di P.S. (giudice dell’esecuzione) e B.M. (amministratore della società dante causa della Binfi).

6. Il processo penale si concluse con la sentenza della Corte di cassazione, sez. V penale, 16.1.2015 n. 15951, che confermò le condanne degli imputati. Tuttavia la condanna al risarcimento in favore di G.M.G., pronunciata dal giudice di merito, venne cassata con rinvio, sul presupposto che il giudice di merito l’aveva contraddittoriamente accolta, dopo avere ritenuto “mancante la prova che l’aggiudicazione dell’immobile potesse avvenire ad un prezzo superiore” (così la sentenza della V Sezione Penale di questa Corte, p. 11.2 del “Considerato in diritto”).

7. Due mesi dopo la pronuncia di questa Corte appena ricordata G.M.G. riassunse il giudizio civile sospeso.

Con sentenza 14.11.2016 n. 3787 il Tribunale di Firenze rigettò la domanda.

Il Tribunale ritenne che:

-) la nullità degli atti del processo di esecuzione poteva essere domandata solo attraverso un giudizio di opposizione all’esecuzione, nel caso di specie proposta, ma rigettata con sentenza passata in giudicato;

-) l’attrice non poteva invocare la regola di cui all’art. 2929 c.c., in quanto nel caso di specie non c’era stata nessuna collusione tra creditore e acquirente, coincidenti nella stessa persona (la Banfi, infatti, si era resa cessionaria dei crediti vantati dalle banche verso G.M.G.);

-) nessun danno non patrimoniale era stato provato dall’attrice; nessun danno patrimoniale poteva ritenersi sussistente, perché l’immobile venne venduto ad un prezzo superiore del 30% rispetto a quello stimato dal perito, ed all’esito di una gara effettiva.

Tutte le altre domande formulate dall’attrice vennero ritenute inammissibili perché tardive, in quanto non presenti nell’atto di citazione ed avanzate per la prima volta dopo la riassunzione del processo sospeso.

La sentenza venne appellata da G.M.G. in via principale, e dalla Binfi in via incidentale.

7. La Corte d’appello di Firenze con sentenza 14 ottobre 2019 n. 2432 rigettò il gravame principale ed accolse quello incidentale.

La Corte d’appello ritenne che:

-) la sentenza di primo grado non presentava alcun profilo di nullità; -) qualsiasi nullità occorsa nel giudizio di esecuzione doveva essere fatta valere con l’opposizione agli atti esecutivi, e non con un giudizio autonomo; -) la semplice dimostrazione della corruzione del giudice dell’esecuzione non bastava all’accoglimento della domanda, perché l’attrice non aveva mai né dedotto, né provato, in che modo la corruzione del giudice avesse inciso sulla regolarità del processo esecutivo;

-) la domanda di danno andava rigettata perché il Tribunale aveva escluso la legittimazione sostanziale della Binfi, e sul punto si era formato il giudicato interno;

-) fondata era la domanda della Binfi di condanna di G.M.G. alla restituzione del doppio della caparra.

8. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da G.M.G. con ricorso fondato su quattordici motivi.

La Binfi ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente rigettata l’istanza formulata dalla società controricorrente, intesa a consentire la trattazione congiunta del presente ricorso e di altri due, anch’essi proposti da G.M.G., in quanto “aventi ad oggetto la medesima vicenda”.

Ostano all’accoglimento della suddetta istanza primo luogo la mancanza di qualsiasi indicazione in merito alle ragioni che giustificherebbero la trattazione congiunta, ed in secondo luogo la circostanza che il presente ricorso pende ormai dal 2019, mentre gli altri due sono stati iscritti a ruolo nel corrente anno.

2. Col primo motivo la ricorrente prospetta un error in procedendo.

Deduce che erroneamente il Tribunale prima, e la Corte d’appello poi, hanno ritenuto “nuove”, e perciò inammissibili, talune delle domande da lei formulate in primo grado, ed in particolare la domanda di restituzione del palazzo espropriato e di “reintegrazione della proprietà”.

2.1. Il motivo è inammissibile.

La Corte d’appello ha ricostruito l’iter processuale nel modo che segue:

-) in primo grado G.M.G. aveva formulato talune domande nell’atto di citazione, ed altre ne aveva aggiunte nel corso del processo, in particolare la domanda di restituzione dell’immobile aggiudicato;

-) il Tribunale aveva ritenuto inammissibili perché nuove queste ultime domande;

-) la decisione di primo grado “non è stata impugnata sul punto”.

La Corte d’appello, in definitiva, ha rilevato la formazione del giudicato interno sull’inammissibilità della domanda di restituzione dell’immobile.

Questa statuizione, giusta o sbagliata che fosse, non è stata impugnata nella presente sede.

La ricorrente, infatti, si duole del fatto che la sua domanda di restituzione sia stata ritenuta inammissibile (dal giudice di primo grado), ma trascura di considerare che quella statuizione di inammissibilità pronunciata dal Tribunale venne ritenuta non impugnata, e quindi passata in giudicato, dalla Corte d’appello.

3. Col secondo motivo la ricorrente formula una censura che può riassumersi come segue:

-) l’attrice aveva chiesto accertarsi la nullità degli atti del processo esecutivo celebrato in suo danno, perché frutto di corruzione del giudice;

-) il Tribunale prima, e la Corte d’appello poi, ritennero che la nullità degli atti esecutivi non potesse essere fatta valere in un giudizio autonomo, ma soltanto attraverso l’opposizione agli atti esecutivi; e poiché G.M.G. aveva già proposto opposizione agli atti esecutivi avverso il provvedimento di aggiudicazione (opposizione che era stata rigettata con sentenza passata in giudicato), una nuova domanda di nullità degli atti del processo di esecuzione non poteva essere esaminata, ostandovi il principio del ne bis in idem;

-) la decisione della Corte d’appello è tuttavia erronea, per non aver considerato che nel caso di specie il giudizio di esecuzione si concluse nel 2000; l’opposizione agli atti esecutivi si concluse nel 2002; e soltanto dopo la conclusione di tali procedimenti, e cioè nel 2003, emerse la circostanza che il giudice dell’esecuzione era corrotto;

-) la scoperta della corruzione del giudice dell’esecuzione, dopo la conclusione del processo esecutivo, legittima in ogni tempo l’azione di nullità degli atti del processo esecutivo;

-) né l’acquirente poteva invocare l’inopponibilità in suo danno delle suddette nullità, ex art. 2929 c.c., giacché tale norma non trova applicazione quando si sia verificata una nullità che riguardi proprio la vendita forzata.

3.1. Il motivo è inammissibile, sebbene la motivazione della sentenza impugnata debba essere corretta.

La motivazione della sentenza d’appello non è conforme a diritto, infatti, sia nella parte in cui ha ritenuto che la domanda di nullità degli atti di un processo esecutivo celebrato da un giudice corrotto debba essere fatta valere con la revocazione ex art. 395 c.p.c.; sia nella parte in cui ha ritenuto la domanda di nullità degli atti del processo esecutivo inammissibile in virtù del principio del ne bis in idem, dal momento che una opposizione agli atti esecutivi già proposta da G.M.G. era stata rigettata con sentenza passata in giudicato.

3.1.1. La prima delle suddette affermazioni del giudice d’appello è erronea perché il processo esecutivo non si conclude con una sentenza, e la revocazione si può proporre soltanto contro le sentenze.

3.1.2. La seconda delle suddette affermazioni è erronea perché nel caso di specie la corruzione del giudice venne scoperta e punita dopo la conclusione sia del processo esecutivo, sia del giudizio di opposizione agli atti esecutivi. Da un lato, pertanto, non poteva esservi violazione del ne bis in idem, perché l’opposizione agli atti esecutivi necessariamente non pote’ avere per fondamento l’esistenza della corruzione, scoperta solo due anni dopo la conclusione del giudizio di opposizione agli atti esecutivi; dall’altro lato, a seguire la tesi della Corte d’appello, si perverrebbe all’assurdo che la corruzione in atti giudiziari resterebbe senza conseguenze in tutti i casi in cui fosse scoperta dopo il formarsi del giudicato.

3.2. Il motivo tuttavia è inammissibile per difetto di rilevanza.

Come accennato, in primo grado G.M.G. ha formulato una domanda di restituzione dell’immobile (previo accertamento della nullità degli atti della procedura esecutiva), ed una domanda di danno.

La domanda di restituzione è stata ritenuta inammissibile perché “nuova” dal Tribunale, e la Corte d’appello – con statuizione non censurata – ha ritenuto essersi formato il giudicato interno sul giudizio di novità della suddetta domanda.

Nel presente giudizio resta dunque sub iudice solo la domanda di danno.

Ma al fine di provvedere sulla domanda di danno il giudice di merito ha accertato che:

-) l’immobile venne venduto al giusto prezzo;

-) la gara tra i partecipanti all’asta non fu simulata, ma fu effettiva;

-) il processo esecutivo si svolse regolarmente;

-) l’intento illecito del magistrato corrotto e del suo corruttore “non andò a buon fine”.

Sicché, una volta escluso che l’accordo fraudolento tra il giudice dell’esecuzione e il corruttore avesse riverberato effetti sullo svolgimento e sull’esito della procedura esecutiva, correttamente il giudice di merito ha rigettato la domanda di nullità dell’aggiudicazione.

Il dispositivo della sentenza fu dunque conforme a diritto, e le mende motivazionali sopra rilevate non possono sortire altro effetto che la correzione della motivazione della sentenza impugnata.

4. Col terzo e col quarto motivo (che vanno esaminati congiuntamente) la ricorrente impugna la sentenza d’appello nella parte in cui ha rigettato la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, dichiarando non sussistere alcuna responsabilità della società Binfi.

Nella illustrazione di essi si sostiene che la decisione sarebbe “priva di contenuto giuridico” e che la società Binfi fu lo strumento attraverso il quale “si è svolta la frode e realizzato il crimine”.

4.1. Ambedue i motivi sono inammissibili.

La Corte d’appello, dopo avere rilevato che ad avviso del Tribunale la Binfi era stata convenuta in giudizio “solo quale proprietaria dell’immobile, e non quale responsabile civile”, ha affermato che “la sentenza (di primo grado) non è stata impugnata sul punto, il quale non viene neppure riprodotto in appello, per la qual cosa deve ritenersi passata in giudicato la declaratoria di assenza di responsabilità in capo a Binfi s.p.a.” (p. 11, ultimo capoverso).

Il giudice d’appello, dunque, ha ritenuto essersi formato il giudicato interno sull’assenza di responsabilità della Binfi: ed il ricorso anche in questo caso trascura completamente di confrontarsi con tale statuizione, e dunque è inammissibile per estraneità alla ratio decidendi.

5. Col quinto motivo la ricorrente prospetta il vizio di “violazione di legge in ordine all’omessa valutazione delle prove ex art. 116 c.p.c.”.

Nella scarna illustrazione del motivo la ricorrente sostiene di avere prodotto, nei due gradi di merito, gli atti dei procedimenti penali a carico del giudice dell’esecuzione e di B.M. e le relative sentenze di condanna, e che questi documenti “erano tali da dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio il fondamento dell’azione proposta”.

5.1. Il motivo è manifestamente inammissibile per tre ragioni.

In primo luogo è inammissibile perché non riassume, né trascrive, il contenuto dei documenti che si assumono trascurati.

In secondo luogo è inammissibile perché l’omessa valutazione di un documento da parte del giudice di merito non costituisce violazione dell’art. 115 c.p.c., ma al massimo potrebbe costituire, ricorrendone gli altri presupposti, il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5.

In terzo luogo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4, perché non contiene nessuna censura intelligibile avverso la sentenza impugnata. In ogni caso, le sentenze penali di condanna richiamate dalla ricorrente sono inopponibili alla Binfi, rimasta estranea al giudizio penale.

Potevano, certamente, essere utilizzate come prove atipiche da parte del giudice di merito, ma nel caso di specie la Corte d’appello di Firenze in buona sostanza ha ritenuto che l’immobile di G.M.G. venne venduto al giusto prezzo e all’esito di una gara regolare, sicché l’odierna ricorrente non aveva subito alcun danno all’esito della procedura: e questo costituisce un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito.

6. Col sesto motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 240 c.p.; vi si sostiene che il prezzo del reato deve essere oggetto di confisca, ma “a Firenze non si riesce ad ottenere una pronuncia ragionevole”.

6.1. Il motivo è manifestamente inammissibile perché non contiene alcuna ragionata censura avverso la sentenza impugnata.

7. Col settimo motivo la ricorrente sostiene che la sentenza d’appello dovrebbe ritenersi nulla.

L’illustrazione del motivo, dopo la trascrizione di una parte dell’atto d’appello, si conclude affermando che nel caso di specie il giudice dell’esecuzione ed altre persone conclusero un accordo corruttivo “per evitare che altri potessero essere acquirenti del bene”.

7.1. Il motivo è inammissibile, in quanto esso non contiene alcuna ragionata censura avverso la sentenza d’appello ma, come il precedente, si limita a pure declamazioni astratte, totalmente avulse dal contenuto fattuale e giuridico della sentenza impugnata.

8. Con l’ottavo motivo la ricorrente impugna la sentenza d’appello nella parte in cui ha rigettato il sesto e il settimo motivo d’appello.

Nella illustrazione del motivo dapprima è trascritta una parte della sentenza d’appello; poi si afferma che quella motivazione sarebbe “in contrasto con l’art. 103 Cost.”; infine si trascrive un brano, tratto da una fonte dottrinale non meglio precisata. Detto ciò, il motivo si conclude con l’affermazione che “se la base è l’imparzialità e la terzietà le domande avrebbero dovuto essere accolte per violazione degli artt. 6 Convenzione di Roma e art. 47 Carta di Nizza”.

8.1. Il motivo è manifestamente inammissibile per totale mancanza di una qualsivoglia intelligibile censura avverso le rationes decidendi sottese dalla sentenza impugnata.

Questa Corte infatti ha ripetutamente affermato (a partire da Sez. 3, Sentenza n. 4741 del 04/03/2005, Rv. 581594 – 01, sino a Sez. un., Sentenza n. 7074 del 20/03/2017) che il ricorso per cassazione è un atto nel quale si richiede al ricorrente di articolare un ragionamento sillogistico così scandito:

(a) quale sia stata la decisione di merito;

(b) quale sarebbe dovuta essere la decisione di merito;

(c) quale regola o principio sia stato violato, per effetto dello scarto tra decisione pronunciata e decisione attesa.

Questa Corte, infatti, può conoscere solo degli errori correttamente censurati, ma non può rilevarne d’ufficio, né può pretendersi che essa intuisca quale tipo di censura abbia inteso proporre il ricorrente, quando questi esponga le sue doglianze con tecnica scrittoria oscura, come si è già ripetutamente affermato (da ultimo, in tal senso, Sez. 3, Sentenza n. 21861 del 30.8.2019; Sez. 3, Ordinanza n. 11255 del 10.5.2018; Sez. 3, Ordinanza n. 10586 del 4.5.2018; Sez. 3, Sentenza 28.2.2017 n. 5036).

9. Col nono motivo la ricorrente lamenta genericamente la “violazione di legge”.

In esso la ricorrente sostiene che il diritto all’intangibilità del patrimonio sarebbe un diritto inviolabile della persona, e che a tutela di tale diritto la Corte d’appello, una volta accertato il fatto corruttivo, non avrebbe dovuto pronunciare altro provvedimento che l’annullamento degli atti adottati dal giudice dell’esecuzione corrotto.

9.1. Il motivo è inammissibile per incomprensibilità, avuto riguardo al contenuto effettivo della sentenza impugnata.

La Corte d’appello, infatti, come già detto ritenne che:

-) la domanda di restituzione dell’immobile era inammissibile perché reputata “nuova” dal Tribunale con statuizione non impugnata;

-) la domanda di danno era infondata sia per assenza di responsabilità della società convenuta, sia per assenza di prove del danno.

Incurante di tali statuizioni, anche il nono motivo formula considerazioni astratte del tutto avulse dall’effettivo contenuto decisorio della sentenza d’appello.

10. Col decimo motivo la ricorrente impugna la sentenza d’appello nella parte in cui ha rigettato il sesto e il settimo motivo di gravame.

L’illustrazione del motivo in null’altro consiste se non nella trascrizione delle pagine 74-78 dell’atto d’appello, corredata dalle seguenti affermazioni: “l’inesistenza della questione pregiudiziale è esposta nei motivi.

La nullità dei singoli atti doveva, per la Corte, essere dedotta”.

10.1. Il motivo è inammissibile per totale inintelligibilità e carenza di una qualsivoglia censura comprensibile, rivolta avverso la sentenza impugnata.

11. Con l’undicesimo motivo la ricorrente lamenta – nell’intitolazione del motivo – il vizio di mancanza di motivazione sul punto del rigetto della domanda di risarcimento dei danni.

L’illustrazione del motivo si limita ad esporre che l’odierna ricorrente in primo grado aveva chiesto la condanna della convenuta al risarcimento del danno.

11.1. Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4, per totale mancanza di una qualsiasi comprensibile censura rivolta avverso la sentenza impugnata.

12. Col dodicesimo motivo la ricorrente lamenta “error in procedendo ex art. 112 c.p.c. in ordine all’omessa determinazione del danno non patrimoniale”.

Nella illustrazione del motivo la ricorrente, dopo aver trascritto il terzo motivo del proprio appello (pp. 43-61), e la motivazione con cui la Corte d’appello lo rigettò, conclude affermando che quest’ultima è incorsa in un error in procedendo “poiché vi fu integrale censura e quindi devoluzione completa mentre l’omessa citazione come responsabile civile fu un fatto irrilevante non pertinente poiché i danni possono essere demandati anche a chi non fu chiamato in causa come responsabile civile”.

12.1. Il motivo è inammissibile per due ragioni.

In primo luogo è inammissibile perché, come già rilevato, la Corte d’appello ritenne che sulla questione dell’assenza di responsabilità in capo alla società Binfi si era formato il giudicato interno: e tale statuizione non è stata impugnata dall’odierna ricorrente.

In secondo luogo è inammissibile perché travisa il contenuto della sentenza d’appello.

Quest’ultima, infatti, non ha affatto affermato quel che la ricorrente pretende di farle dire, e cioè che non sia possibile domandare il risarcimento del danno da reato a soggetti che non abbiano partecipato al processo penale.

La Corte d’appello ha invece affermato un principio ben diverso, e cioè che la società convenuta non era stata citata in sede civile nella sua veste di responsabile civile del reato, ma solo “quale detentore” dell’immobile; che su tale qualificazione della domanda da parte del Tribunale si era formato il giudicato; e che di conseguenza la sentenza penale era inopponibile alla Binfi.

13. Col tredicesimo motivo la ricorrente lamenta “error in iudicando in ordine alla mancata liquidazione del danno non patrimoniale”.

Dopo aver riassunto una parte del proprio atto d’appello, l’illustrazione del motivo è conclusa dalla seguenti parole: “la decisione integra altresì un error in iudicando.

Non sminuibile è la vicenda umana che è gravissima.

Il corruttore, nascosto dietro la società, non paga e il danno provocato non lo risarcisce per sofismi fiorentini, frutto di una logica inaccettabile di accollare alle vittime della corruzione le conseguenze dell’atto lesivo”.

13.1. Il motivo è inammissibile sia per estraneità alla ratio decidendi, sia perché esso non contiene alcuna comprensibile censura avverso il fondamento fattuale o giuridico della sentenza impugnata.

14. Col quattordicesimo motivo la ricorrente impugna la sentenza d’appello nella parte in cui ha accolto il gravame incidentale proposto dalla Binfi. L’illustrazione del motivo è così concepita:

-) alle pagine 64-65 è trascritto un brano della sentenza impugnata;

-) alle pagine 65-69 è trascritta una parte della comparsa conclusionale depositata dall’odierna ricorrente in grado di appello;

-) alle pagine 69-78 sono trascritti i capi d’imputazione contestati al giudice dell’esecuzione e agli altri coimputati nel giudizio penale di primo grado. All’esito di queste trascrizioni, alle pagine 78-79, la ricorrente espone, in buona sostanza, una tesi così riassumibile: B.M., allorché stipulò il contratto preliminare di vendita dell’immobile di (OMISSIS), aveva in malafede già ordito un piano, consistente nell’intento di non stipulare alcun contratto definitivo, addossarne la responsabilità alla promettente venditrice, corrompere il giudice dell’esecuzione per acquistare all’asta il medesimo immobile oggetto del preliminare.

La Corte d’appello avrebbe, pertanto, erroneamente trascurato le prove e non “esaminato le varie opzioni”.

14.1. Il motivo è inammissibile.

In primo luogo il motivo è inammissibile perché il contratto preliminare fu stipulato da G.M.G. con la società Binfi.

La società Binfi potrebbe in teoria rispondere dell’operato di B.M. ai sensi dell’art. 2049 c.c. o art. 1228 c.c., oppure a titolo di immedesimazione organica: ma il Tribunale, come già detto, con statuizione ritenuta dalla Corte d’appello passato in giudicato, ha qualificato la domanda attorea ritenendo che la società Binfi venne evocata in giudizio solo nella veste di proprietario dell’immobile, e non quale responsabile civile.

In secondo luogo il motivo è inammissibile in quanto lo stabilire se l’esercizio della facoltà di recesso ex art. 1385 c.c. nel caso concreto avvenne in buona o malafede è un tipico apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità.

15. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

la Corte di cassazione:

(-) dichiara inammissibile il ricorso;

(-) condanna G.M.G. alla rifusione in favore di Binfi s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 6.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte di cassazione, il 21 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

 

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