Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21517 del 27/07/2021

Cassazione civile sez. III, 27/07/2021, (ud. 14/09/2020, dep. 27/07/2021), n.21517

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sui ricorsi riuniti iscritti ai numeri 963 e 1639 del ruolo generale

dell’anno 2019, proposti da:

C.A. (C.F.: (OMISSIS)), M.G. (C.F.:

(OMISSIS)), S.F. (C.F.: (OMISSIS)), C.A.

(C.F.: (OMISSIS)), C.M.A. (C.F.: (OMISSIS)) e

C.A. (C.F.: (OMISSIS)), eredi di C.P.,

C.M. (C.F.: (OMISSIS)), C.S. (C.F.: (OMISSIS)) e

C.A. (C.F.: (OMISSIS)), eredi di C.A.

rappresentati e difesi, giusta procura a margine del ricorso e

procura speciale autonoma, dall’avvocato Alberto Bagnoli (C.F.:

(OMISSIS));

– ricorrenti (ricorso n. 963/2019) –

L.A., (C.F.: (OMISSIS)), S.M., (C.F.:

(OMISSIS)) L.M., (C.F.: (OMISSIS)) L.M.,

(C.F.: (OMISSIS)) L.A., (C.F.: (OMISSIS)) rappresentati e

difesi, giusta procura in calce al ricorso dall’avvocato

L.A. (C.F.: (OMISSIS)), anche quale difensore di sé stesso;

– ricorrenti (ricorso n. 1639/2019) –

nei confronti di:

L.A., (C.F.: (OMISSIS)) S.M., (C.F.: (OMISSIS))

L.M., (C.F.: (OMISSIS)), L.M., (C.F.:

(OMISSIS)), L.A., (C.F.: (OMISSIS)) rappresentati e

difesi, giusta procura in calce al ricorso, dall’avvocato

L.A. (C.F.: (OMISSIS)), anche quale difensore di sé stesso;

– controricorrenti (ricorso n. 963/2019) –

C.A., (C.F.: (OMISSIS)) M.G., (C.F.:

(OMISSIS)), C.A. (C.F.: (OMISSIS)),

C.M.A., (C.F.: (OMISSIS)), e C.A., (C.F.: (OMISSIS)),

eredi di C.P., C.M., (C.F.: (OMISSIS)),

C.S., (C.F.: (OMISSIS)) e C.A., (C.F.:

(OMISSIS)), eredi di C.A. rappresentati e difesi,

giusta procura a margine del ricorso e procura speciale autonoma,

dall’avvocato Alberto Bagnoli (C.F.: (OMISSIS));

– controricorrenti (ricorso n. 1639/2019) –

nonché

C.A., + ALTRI OMESSI;

– intimati –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Bari n.

1897/2017, pubblicata in data 22 novembre 2017;

udita la relazione sulla causa svolta alla camera di consiglio del 14

settembre 2020 dal Consigliere TATANGELO Augusto.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.M., nonché A., M., M. ed L.A. (eredi di S.L.), hanno agito in giudizio nei confronti di C.A., + ALTRI OMESSI, per ottenere la liquidazione dei danni subiti in conseguenza dell’illegittima occupazione, da parte dei convenuti (nonché degli altri partecipanti all’intercondominio di (OMISSIS)), di una porzione immobiliare di loro proprietà, in virtù di una precedente sentenza definitiva di condanna in forma generica.

I convenuti hanno chiamato in giudizio, per essere manlevati, gli altri condomini condannati con loro in solido al risarcimento.

La domanda è stata accolta dal Tribunale di Bari, che – per quanto qui ancora rileva – ha condannato i convenuti, in solido, a pagare agli originari attori l’importo di Euro 738.000,00 (accogliendo parzialmente la domanda di regresso dei convenuti stessi nei confronti degli altri obbligati in solido).

La Corte di Appello di Bari, preso atto dell’avvenuta transazione tra alcune delle parti, ha dichiarato cessata la materia del contendere nei rapporti tra gli attori S.M., + ALTRI OMESSI (oltre che tra tutti gli originari convenuti e alcuni degli ulteriori obbligati in solido chiamati in causa in regresso), rigettando per il resto i contrapposti gravami rispettivamente avanzati dagli originari attori e convenuti (e riformando la decisione di primo grado esclusivamente in relazione alla domanda di regresso dei convenuti nei confronti di D.C.A. e C.M.).

Ricorrono C.A., M.G., S.F., C.A., con Antonio e Maria Adele Catalano (eredi di Pasquale Catalano), C.A., con M. e C.S. (eredi di C.A.), sulla base di otto motivi (ricorso iscritto al n. 963 dell’anno 2019 del ruolo generale), nonché S.M., A., M., M. ed L.A., sulla base di un unico motivo (ricorso iscritto al n. 1639 dell’anno 2019 del ruolo generale).

I medesimi ricorrenti rispettivamente resistono, con controricorso, al ricorso delle controparti.

Non hanno svolto attività difensiva in questa sede gli altri intimati.

Il ricorso è stato trattato in camera di consiglio, in applicazione dell’art. 375 c.p.c. e art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente, va disposta la riunione del ricorso iscritto al n. 1639/2019 R.G. al ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G., ai sensi dell’art. 335 c.p.c., trattandosi di impugnazioni proposte avverso la medesima sentenza.

2. Sempre in via preliminare va rilevato che, sebbene il contraddittorio non risulti correttamente integrato nei confronti di tutti i soggetti evocati in giudizio dai ricorrenti C.A. e altri (ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G.) e rimasti intimati (non avendo avuto buon fine alcune delle relative notificazioni), la questione non ha concreto rilievo, stante, come si vedrà, l’impossibilità di pervenire all’accoglimento di detto ricorso, il che rende superflua la regolarizzazione del contraddittorio.

E’ infatti principio acquisito nella giurisprudenza di questa Corte, quello per cui il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato a produrre i suoi effetti (cfr. Cass. Sez. U, Ordinanza n. 6826 del 22/03/2010, Rv. 612077 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 690 del 18/01/2012, Rv. 620539 – 01).

In caso di ricorso per cassazione certamente inammissibile o infondato (come è a dirsi nella specie, per quanto si osserverà), appare dunque superfluo, pur potendone sussistere i presupposti, disporre la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio ovvero per la rinnovazione di una notifica nulla o inesistente, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 15106 del 17/06/2013, Rv. 626969 – 01; Sez. 6 3, Ordinanza n. 23901 del 11/10/2017, Rv. 646628 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 11287 del 10/05/2018, Rv. 648501 – 01; Sez. 2, Ordinanza n. 12515 del 21/05/2018, Rv. 648755 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 16141 del 17/06/2019, Rv. 654313 01; Sez. 1, Ordinanza n. 6924 del 11/03/2020, Rv. 657479 01).

Va d’altronde escluso che i predetti soggetti intimati siano interessati dalla questione posta con l’altro ricorso, proposto da L.A. ed altri (ricorso iscritto al n. 1639/2019 R.G.).

3. Il ricorso proposto da C.A., + ALTRI OMESSI (n. 963/2019 R.G.).

Si osserva, in primo luogo, che il ricorso in esame non rispetta il requisito della esposizione sommaria dei fatti prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Tale requisito è considerato dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso e deve consistere in una esposizione sufficiente a garantire alla Corte di cassazione di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass., Sez. U, Sentenza n. 11653 del 18/05/2006, Rv. 588770 – 01; conf.: Sez. 3, Ordinanza n. 22385 del 19/10/2006, Rv. 592918 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 15478 del 08/07/2014, Rv. 631745 – 01; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 16103 del 02/08/2016, Rv. 641493 – 01). La prescrizione del requisito in questione non risponde ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass., Sez. U, Sentenza n. 2602 del 20/02/2003, Rv. 560622 – 01; Sez. L, Sentenza n. 12761 del 09/07/2004, Rv. 575401 – 01). Stante tale funzione, per soddisfare il suddetto requisito è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed infine del tenore della sentenza impugnata.

Il ricorso in esame, nell’esposizione del fatto, non presenta tale contenuto minimo.

Per quello che è possibile evincere dall’esposizione operata dai ricorrenti, peraltro, le censure non potrebbero in nessun caso trovare accoglimento.

3.1 Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Nullità assoluta della sentenza della Corte d’Appello di Bari n. 1897/207 ex artt. 158 e 276 c.p.c. in relazione al principio di immutabilità del Collegio giudicante – (art. 360 c.p.c., n. 4)”.

Secondo i ricorrenti, poiché il giudice estensore della sentenza era stato trasferito, dopo la precisazione delle conclusioni, ad altra sezione del medesimo ufficio giudiziario, non avrebbe potuto più far parte del collegio giudicante, con conseguente nullità della sentenza impugnata.

Il motivo è infondato.

La causa è stata infatti correttamente decisa dal collegio davanti al quale sono state precisate le conclusioni.

La sentenza sarebbe stata in realtà viziata da nullità se fosse stata decisa da un collegio parzialmente differente.

Il trasferimento ad altra sezione, nell’ambito del medesimo ufficio giudiziario, non solo non esclude il dovere, per il giudice monocratico, di decidere le cause assegnate in decisione e per cui sono scaduti i termini prima del trasferimento, provvedendo a redigere le relative sentenze, ma comporta altresì la legittimità anche della decisione delle cause già assegnate in decisione in cui i termini per il deposito degli scritti conclusionali non sono ancora scaduti al momento del trasferimento (salva la necessità, in caso di diverse indicazioni del capo dell’ufficio, della rimessione sul ruolo delle stesse per essere decise da altro magistrato).

Altrettanto è a dirsi in caso di decisione collegiale: il trasferimento ad altra sezione del medesimo ufficio giudiziario non impedisce al giudice che fa parte del collegio davanti al quale sono state precisate le conclusioni di partecipare alla decisione ed eventualmente provvedere alla redazione della sentenza, in quanto (come condivisibilmente precisato dallo stesso C.S.M., in risposta ad un quesito posto dal dirigente di un ufficio giudiziario, in relazione al trasferimento di un magistrato dal settore civile al settore penale, con delibera del 22 giugno 2016), al fine della conservazione della potestas iudicandi da parte del singolo magistrato rileva il rapporto tra questo e l’ufficio giudiziario complessivamente considerato, non il mero rapporto tra il magistrato e il ruolo (o la sezione) ove pende la causa.

Nel caso di specie, secondo quanto viene riferito dai ricorrenti, i termini per il deposito degli scritti conclusionali non erano ancora scaduti al momento del trasferimento del giudice relatore ed estensore della decisione impugnata, ma il collegio che ha deciso è il medesimo davanti al quale sono state precisate le conclusioni ed il trasferimento è avvenuto presso altra sezione del medesimo ufficio giudiziario.

La potestas iudicandi di quel magistrato, per quanto fin qui osservato, non può quindi ritenersi venuta meno, facendo egli comunque sempre parte dell’ufficio giudiziario ed essendo regolarmente in servizio.

D’altra parte, è appena il caso di ricordare che l’assegnazione dei giudici alle Sezioni, così come l’eventuale violazione dei criteri tabellari di assegnazione degli affari alle sezioni, non comporta mai la nullità della sentenza, trattandosi di una questione tabellare interna di carattere amministrativo che non incide sulla validità degli atti adottati dal giudice.

3.2 Con il secondo motivo si denunzia “Nullità della sentenza della Corte d’Appello di Bari n. 748/1993 ex artt. 156 e 132 c.p.c. per assoluta inesistenza dei soggetti cui la sentenza si riferisce – (art. 360 c.p.c., n. 4)”.

I ricorrenti sostengono che la sentenza sull’an debeatur sarebbe nulla, mancando in essa la precisa individuazione di tutti i condomini condannati in regresso in quanto obbligati in solido con i convenuti; assumono inoltre che ciò determinerebbe anche la nullità della sentenza impugnata nella presente sede, che ha liquidato il quantum debeatur.

Il motivo è inammissibile, prima ancora che infondato.

Sussiste, in primo luogo, un evidente difetto di specificità della censura, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto nel ricorso non risulta adeguatamente richiamato, né direttamente, né indirettamente lo specifico contenuto della sentenza sull’an debeatur di cui si assume la nullità (e di cui peraltro non è neanche indicata la precisa allocazione nel fascicolo processuale).

In ogni caso, essendo tale sentenza pacificamente passata in giudicato, ogni suo eventuale vizio (anche quelli di carattere processuale) avrebbe dovuto essere eventualmente fatto valere con la sua diretta impugnazione e non può certamente essere dedotto in sede di impugnazione dell’autonoma sentenza che ha liquidato il quantum debeatur.

D’altra parte, è appena il caso di osservare che, anche in base alla prospettazione dei ricorrenti, la sentenza che ha pronunziato sull’an debeatur potrebbe essere al più ritenuta nulla in relazione ai soli condomini in essa non indicati nominativamente, ma della sua validità ed efficacia non potrebbe in alcun modo dubitarsi, con riguardo alla espressa condanna dei soggetti (quali gli attuali ricorrenti) specificamente e nominativamente convenuti in quel giudizio dagli attori.

3.3 Con il terzo motivo si denunzia “Nullità della sentenza per violazione dell’art. 102 c.p.c. – (art. 360 c.p.c., n. 4)”.

Secondo i ricorrenti, poiché nel giudizio che aveva dato luogo alla sentenza sull’an debeatur, sarebbe stato ritenuto sussistere litisconsorzio necessario tra tutti i condomini di viale (OMISSIS), altrettanto avrebbe dovuto ritenersi per il presente giudizio.

Anche questo motivo, come il precedente, è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, non essendo adeguatamente richiamato, né direttamente, né indirettamente, lo specifico contenuto della sentenza sull’an debeatur posta a base della censura (di cui peraltro non è neanche indicata la precisa allocazione nel fascicolo processuale), con riguardo alla questione che viene avanzata, né vi è un idoneo riferimento allo stesso preciso oggetto di quel giudizio.

3.4 Con il quarto motivo si denunzia “Violazione dell’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c. – (art. 360 c.p.c., n. 3)”.

I ricorrenti fanno presente che aveva avuto luogo, prima del presente giudizio, una controversia possessoria tra gli attori e i condomini di viale (OMISSIS), in relazione all’area da questi ultimi occupata abusivamente e, con sentenza definitiva, nel giudizio possessorio erano state accolte le ragioni dei condomini occupanti.

Gli attori hanno poi ottenuto il riconoscimento delle proprie ragioni, quali proprietari dell’area in contestazione, nel successivo giudizio petitorio, definito con la sentenza sull’an debeatur.

Orbene, in questa situazione, secondo i ricorrenti, per il periodo intercorrente dalla data del decreto emesso nel giudizio possessorio che li aveva mantenuti nel possesso (data che indicano nel 20 dicembre 1977) alla data del passaggio in giudicato della sentenza che ha definito il giudizio petitorio (data che indicano nel 5 novembre 1994) l’occupazione dell’area di terreno in contestazione dovrebbe ritenersi legittima, onde essa non avrebbe potuto dar luogo ad alcun risarcimento. Considerato, inoltre, che il fondo era stato rilasciato prima del novembre 1994, mentre, per il periodo antecedente al dicembre 1977, gli stessi giudici del merito avevano escluso, in concreto, la sussistenza del danno lamentato dagli attori, avrebbe dovuto essere escluso del tutto ogni risarcimento.

Il motivo è infondato.

In primo luogo, si tratta di una questione preclusa dal giudicato, quanto meno implicito, determinato dalla sentenza sull’an debeatur. Non viene infatti in rilievo il mero accertamento, in concreto, della sussistenza di un danno per il periodo in contestazione, ma la sussistenza dello stesso diritto al risarcimento, cioè la pretesa legittimità dell’occupazione nel predetto periodo. La questione avrebbe quindi eventualmente dovuto essere fatta valere nel giudizio sull’an debeatur.

Per quanto pare emergere dagli atti, poi (si rileva ad abundantiam), il risarcimento sarebbe stato addirittura espressamente richiesto nel giudizio sull’an debeatur per l’intero periodo e la domanda sarebbe stata accolta dalla Corte di Appello senza indicazione di un termine finale: il giudicato in tal caso risulterebbe cioè addirittura esplicito.

In ogni caso, la censura svolta risulta del tutto priva di fondamento in diritto, non tenendo conto dei principi fondamentali in tema di rapporto fra tutela possessoria, ispirata al principio “spoliatus ante omnia restituendus”, e tutela petitoria successiva, che dà luogo a conseguente e connessa tutela ri-sarcitoria per la privazione del bene. L’eventuale impossibilità di ottenere la tutela possessoria, per mancanza dei requisiti richiesti dalla legge ai suddetti fini, non può certo impedire al proprietario di ottenere integrale tutela in sede petitoria (anche sotto il profilo risarcitorio), laddove l’esercizio del diritto di fatto sul bene conteso da parte del suo possessore sia comunque in tale sede riconosciuto illegittimo e senza titolo, ai sensi dell’art. 1148 e ss c.c., come in sostanza avvenuto nella specie.

3.5 Con il quinto motivo si denunzia “Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c. e ultrapetizione (art. 360 c.p.c., n. 4)”.

Secondo i ricorrenti, gli attori avevano indicato l’ammontare del danno, con l’atto di citazione, nella misura del reddito ricavabile dagli immobili realizzabili sull’area abusivamente occupata, nella misura del 25% del relativo valore, mentre il tribunale, sulla scorta della disposta consulenza tecnica di ufficio, avrebbe loro riconosciuto il 33% di detto valore, così pronunciando – a loro avviso – ultra petita.

Il motivo è inammissibile.

Sussiste un evidente difetto di specificità della censura, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto il preciso contenuto dell’originaria domanda degli attori non è adeguatamente richiamato nel ricorso, il che impedisce alla Corte di valutare l’oggetto esatto delle richieste in concreto da questi avanzate con riguardo ai danni e l’eventuale indicazione specifica del quantum degli stessi.

Può anzi rilevarsi che, per quanto emerge dalla sentenza impugnata, gli attori avevano in realtà indicato il danno subito in una somma ben maggiore di quella poi oggetto della condanna (limitandosi a proporre un criterio di liquidazione che faceva riferimento alla perduta possibilità di una permuta tra il terreno illegittimamente occupato e una parte degli immobili sullo stesso realizzabili) e, comunque, avevano richiesto detta liquidazione nella misura, maggiore o minore, ritenuta di giustizia.

Essendo stata la liquidazione correttamente operata dai giudici di merito in una somma inferiore a quella richiesta, sulla base di una complessiva valutazione equitativa che, nel fare riferimento alle risultanze della consulenza tecnica, deve ritenersi senz’altro sostenuta da adeguata motivazione (come tale certamente non censurabile nella presente sede), va esclusa la dedotta ultrapetizione.

3.6 Con il sesto motivo si denunzia “Violazione dell’art. 2697 c.c. – (art. 360 c.p.c., n. 3); omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio – (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Il motivo di ricorso in esame ha ad oggetto i criteri adottati dai giudici di merito per la liquidazione del danno, ed è inammissibile sotto entrambi i profili prospettati.

Non viene qui in rilievo l’indirizzo di questa Corte in ordine alla possibilità di liquidare il danno per l’occupazione abusiva di un immobile in base alla prova presuntiva delle possibilità di sfruttamento del bene illegittimamente occupato (cfr., in proposito, tra le altre, Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 25898 del 15/12/2016, Rv. 642400 – 01; Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 21239 del 28/08/2018, Rv. 650352 – 01; Sez. 2, Ordinanza n. 20545 del 06/08/2018, Rv. 649998 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 16670 del 09/08/2016, Rv. 641485 – 01), essendo stata positivamente accertata, in base a presunzioni, la sussistenza di un danno in concreto e non essendovi del resto specifica censura sul punto.

Le contestazioni avanzate dai ricorrenti hanno in realtà ad oggetto accertamenti di fatto compiuti dalla corte di appello to con riguardo all’utile concretamente ricavabile dagli attori dal possesso dell’area abusivamente occupata dai convenuti. Si tratta al peraltro accertamenti di fatto non censurabili nella presente sede, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto effettuati sulla base dell’esame dei fatti storici principali emersi dall’istruttoria e sostenuti da adeguata motivazione (in cui si fa anche riferimento alle risultanze della relazione svolta dal consulente tecnico di ufficio in primo grado).

Inoltre, le censure di violazione dell’artt. 2697 c.c., non risultano effettuate con la necessaria specificità, in conformità ai canoni a tal fine individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, Rv. 640829 – 01, in motivazione, non massimata sul punto).

In definitiva (e per ogni altro aspetto), le critiche dei ricorrenti si risolvono nella contestazione di incensurabili accertamenti di fatto operati dai giudici di merito e nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle prove, il che non è consentito in sede di legittimità.

3.7 Con il settimo motivo si denunzia “Omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio – (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Secondo i ricorrenti, sarebbe stata erroneamente ritenuta tardiva una loro contestazione relativa ad affermazioni contenute nella consulenza tecnica di ufficio svolta in primo grado.

Anche questo motivo è inammissibile.

In violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, non viene infatti adeguatamente richiamato il contenuto del motivo di appello avanzato in proposito, ciò che rende non scrutinabili le stesse argomentazioni dei ricorrenti fondate sui verbali del giudizio di primo grado (di cui nemmeno è adeguatamente richiamato il contenuto), non essendo possibile valutarne rilevanza e pertinenza.

Va poi rilevato che la corte di appello, oltre a ritenere la contestazione di cui si discute (relativa alla considerazione in detrazione dal valore di locazione delle spese condominiali e di manutenzione dei cespiti abusivamente occupati) tardiva rispetto al deposito della relazione di consulenza, ha espressamente affermato che essa era infondata nel merito e questa autonoma ratio decidendi (comunque attinente nella sostanza al merito della domanda di liquidazione del danno) non risulta specificamente impugnata.

Anche in questo caso si tratta, in definitiva, di contestazioni relative ad accertamenti di fatto adeguatamente motivati e, come tali, non censurabili in sede di legittimità, in relazione alla concreta liquidazione del danno.

3.8 Con l’ottavo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 9192 c.p.c., – (art. 360 c.p.c., n. 3)”.

Le censure sono svolte in modo poco chiaro e non è pertanto agevole percepirne il senso effettivo.

Sussiste certamente un difetto di specificità, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto nel ricorso non viene adeguatamente richiamato il contenuto del motivo di appello avanzato con riguardo alle spese del giudizio di primo grado.

Per quanto è dato comprendere dalla confusa esposizione del ricorso stesso, i ricorrenti sembrano affermare, in primo luogo, di avere censurato la sentenza di primo grado perché aveva compensato le spese tra essi (convenuti) ed i chiamati in causa, condannati in regresso in loro favore.

Orbene, sotto questo aspetto può senz’altro osservarsi che la motivazione della decisione impugnata (che ha confermato quella già operata dal tribunale) è certamente sussistente, adeguata, non apparente né omessa o apodittica (né, tanto meno fondata su “presupposti non conferenti alla fattispecie” come sembrano sostenere i ricorrenti): i giudici del merito hanno ritenuto che la situazione, sia con riguardo all’entità dei danni che all’individuazione dei numerosi coobbligati (e anche tenuto conto che si trattava di un importo complessivamente molto elevato), fosse caratterizzata da una incertezza tale da giustificare la iniziale condotta di attesa e finanche la resistenza in giudizio dei condomini non citati in origine dagli attori e poi chiamati in causa in regresso dai convenuti originari.

Il senso delle eventuali ulteriori censure non risulta comprensibile, con conseguente inammissibilità, per ciò solo, delle stesse.

4. Ricorso n. 1639/2019 RG (proposto da S.M., + ALTRI OMESSI).

Con l’unico motivo del ricorso si denunzia “Violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.

I ricorrenti sostengono che, stante la transazione intervenuta con una parte (esattamente cinque) degli originari dieci convenuti (transazione che assumono espressamente stipulata in relazione alla quota dei soli transigenti e non avente ad oggetto l’intero debito), avevano chiesto alla corte di appello di confermare espressamente la condanna degli altri cinque, in solido, nei limiti della metà della somma totale riconosciuta a titolo risarcitorio, domanda sulla quale i giudici di secondo grado avrebbero omesso ogni pronuncia.

4.1 E’ infondata l’eccezione preliminare di improcedibilità del ricorso in esame, risultando lo stesso tempestivamente depositato nel termine di cui all’art. 369 c.p.c., comma 1, che decorre dall’ultima notificazione.

4.2 La censura avanzata con il ricorso in esame è invece fondata, non avendo la corte di appello assunto alcuna decisione in ordine alla domanda in questione, che risulta regolarmente avanzata dai ricorrenti in appello, subito dopo la stipulazione della transazione (si veda il verbale dell’udienza dei 14 giugno 2017: doc. n. 6 allegato al ricorso).

In sede di rinvio, la corte di appello, dovrà quindi esaminare la predetta domanda.

5. Il ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G. è rigettato.

Il ricorso iscritto al n. 1639/2019 R.G. è accolto; la sentenza impugnata è cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte di Appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (con riguardo ai soli ricorrenti di cui al ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G.).

P.Q.M.

La Corte:

– riunisce il ricorso iscritto al n. 1639/2019 R.G. al ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G.;

– rigetta il ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G.;

– accoglie il ricorso iscritto al n. 1639/2019 R.G. e cassa in relazione la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di Appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte dei ricorrenti di cui al ricorso iscritto al n. 963/2019 R.G., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA