Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21507 del 06/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 06/10/2020, (ud. 10/09/2020, dep. 06/10/2020), n.21507

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1125-2019 proposto da:

B.L., B.A., B.M., B.V.,

B.P., domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentati e difesi

dall’avvocato RAFFAELE STRADA;

– ricorrenti –

contro

GENERALI ITALIA SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 28,

presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CILIBERTI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

F.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 420/2018 della CORTE D’APPELLO di LECCE

SEZIONE DISTACCATA di TARANTO, depositata il 22/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GORGONI

MARILENA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

B.L., B.V., B.M., B.P. e B.A. ricorrono per la cassazione della sentenza n. 420-2018 della Corte d’Appello di Lecce – sez. distaccata di Taranto, pubblicata il 22 ottobre 2018, articolando otto motivi.

Resiste con controricorso Generali Italia Spa.

I ricorrenti, quali eredi di P.D., espongono che quest’ultima aveva convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Taranto, sezione staccata di Ginosa, F.A. e Ina Assitalia SPA, deducendo che, alle ore 9:00 del 7 ottobre 2008, mentre attraversava in prossimità delle strisce pedonali la via Matteotti in Ginosa, veniva investita dall’autovettura Fiat Punto condotta dal proprietario F.A., la quale sopraggiungeva a velocità sostenuta. A seguito dell’impatto l’attrice riportava gravi lesioni personali e veniva trasportata presso l’ospedale di Castellaneta, ove le diagnosticavano una frattura del femore sinistro in paziente con sindrome di Alzheimer e anemia post-chirurgica. Chiedeva pertanto la condanna dei convenuti in solido tra loro al risarcimento di tutti i danni sofferti in conseguenza del sinistro.

Ina Assitalia, costituitasi in giudizio, chiedeva il rigetto della domanda in quanto infondata in fatto ed in diritto.

Il Tribunale di Taranto, con sentenza n. 1424/2015, accoglieva la richiesta attorea, dichiarava F.A. responsabile dell’incidente, condannava di conseguenza i convenuti, in solido tra di loro, al pagamento a favore dell’attrice di complessivi Euro 56.642,33, oltre alla rivalutazione annuale, secondo gli indici Istat, dal di dell’evento lesivo, e agli interessi legali con la medesima periodicità e decorrenza, condannava, inoltre, i convenuti, in solido tra loro, a rifondere a parte attrice le spese di lite e poneva a loro carico, sempre in solido, le spese di CTU.

Generali Italia SPA impugnava detta decisione dinanzi alla Corte d’Appello di Lecce, chiedendo, in via principale, il rigetto integrale della domanda proposta da P.D., perchè infondata in fatto e in diritto, in quanto non dimostrata, e, in via subordinata, di accertare e dichiarare la sussistenza di una responsabilità concorsuale di P.D. nella determinazione del sinistro e dei suoi esiti e per l’effetto di provvedere ad una nuova liquidazione del risarcimento dovuto.

F.A. restava contumace.

Gli eredi di P.D. resistevano all’appello, chiedendo la conferma della decisione di prime cure.

La Corte d’Appello di Lecce, con la pronuncia oggetto dell’odierno ricorso, accoglieva integralmente il gravame, ritenendo che le differenze tra le deposizioni testimoniali erano state notevoli, che il primo giudice aveva errato nel credere che il teste L. precedesse con la sua auto quella dell’investitore, dava per scontata la mancanza della certificazione di pronto soccorso e, prendendo in considerazione quanto riportato nell’anamnesi della cartella clinica e dando importanza alla parola “manovra” usata nella perizia di parte, riteneva che non vi fossero prove che il sinistro fosse mai avvenuto.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo i ricorrenti censurano la sentenza, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver presunto la compiacenza del teste L.F., in quanto, a dire della sentenza, egli sarebbe stato conoscente dell’altro testimone, affermando in maniera irriducibilmente contraddittoria, da un lato, che non appariva verosimile la circostanza che il condominio di (OMISSIS), in Ginosa, fosse grande, e che comunque nei grandi condomini si finiva con il conoscersi tutti, dall’altro, per aver messo in evidenza l’errore del teste B. che, nel segnalare la presenza del secondo teste sul luogo dell’incidente, lo indicava come R.F. piuttosto che L..

2.Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano la sentenza gravata per violazione o falsa applicazione di norma di diritto, in particolare dell’art. 116 c.p.c., in relazione agli artt. 2043 e 2054 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere attribuito alla voce “anamnesi” contenuta nella cartella clinica presente nel fascicolo n. 6314 di P.D., utilizzata per la decisione, ove si indicava la causa dell’evento occorsole in una “caduta accidentale per strada”, un significato profondamente diverso nel suo contenuto da quanto riportato nella certificazione di pronto soccorso, risultante agli atti e presente nel fascicolo n. 6314, perchè acquisito dal CTU, diversamente da quanto testualmente affermato dal giudice a quo (p. 5), che, non pensando di controllare sul referto, aveva ipotizzato che quanto riportato nella cartella clinica e cioè “frattura mediale femore sx, paziente con sindrome di Alzheimer”, cui seguiva l’annotazione “caduta accidentale per strada”, fosse stata ripresa dal referto di P.S. Tale macroscopico errore avrebbe avuto un’ influenza decisiva sulla ricostruzione del fatto e quindi sull’applicazione della norma di diritto.

3. Con il terzo motivo i ricorrenti censurano la sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere omesso di considerare il fatto decisivo e risultante dagli atti, tra cui la CTU e la sentenza di primo e secondo grado, che nel fascicolo n. 6314, quello contenente la voce anamnesi, poche pagine dopo quella recante l’anamnesi, era presente la scheda di pronto soccorso, ove si leggeva chiaramente “incidente auto pedone arrivo 118”. Pertanto, la Corte territoriale avrebbe dovuto prendere in considerazione sia quanto riportato sotto la voce anamnesi sia quanto refertato dal pronto soccorso, se così avesse fatto sarebbe addivenuta proprio alla ricostruzione dell’accadimento messo in dubbio nella sentenza.

4. Con il quarto motivo i ricorrenti criticano l’affermazione contenuta a pagina 5 della sentenza per violazione degli artt. 2697,2043 e 2054 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, atteso che nonostante fosse stato accertato quale era il punto di osservazione del teste L., non avesse tenuto conto dell’impossibilità di quest’ultimo di individuare l’esatto punto d’impatto, anzi il giudice a quo avrebbe approfittato di un evidente errore di trascrizione della sentenza del giudice di primo grado per giustificare la decisione di ritenere la testimonianza L. inattendibile.

5. Con il quinto motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’assenza di motivazione della sentenza nella parte in cui il giudice d’appello aveva ritenuto sussistenti gravi discordanze e contraddizioni tra i testi, senza prendere in considerazione nè spiegare le ragioni per cui queste ultime non sarebbero state da prendere in considerazione nè tener conto delle espressioni dialettali adoperate dai testi atte a spiegare l’evento ed evidenziate a pagina 8 della comparsa di costituzione e risposta dell’avvocato Luisi in grado di appello: frasi dialettali di cui il primo giudice avrebbe avuto modo di cogliere pienamente il significato, avendo ascoltato i testi in prima persona.

6. Con il sesto motivo i ricorrenti denunciano l’assenza di motivazione ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto la sentenza difetterebbe di qualsivoglia spiegazione in ordine alle ragioni per cui lo specchietto anteriore destro non sarebbe una componente della parte anteriore destra di ogni vettura.

7.Con il settimo motivo i ricorrenti lamentano l’assenza di motivazione ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto la sentenza non conterrebbe nessuna spiegazione delle ragioni per cui le deduzioni fatte dalla difesa degli appellati sulle presunte contraddizioni tra i testi non erano state ritenute condivisibili.

8. Con l’ottavo ed ultimo motivo i ricorrenti rilevano la violazione o falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., e degli artt. 2043 e 2054 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per grave travisamento della prova con conseguente erronea ricostruzione del fatto che ha condotto ad una violazione di legge.

9. I motivi possono essere esaminati congiuntamente perchè sono tutti legati da un medesimo denominatore:

lamentano l’esito dell’apprezzamento delle emergenze istruttorie – quanto alle deposizioni testimoniali, ritenute dal giudice a quo contraddittorie e con particolare riguardo a quella di L. sospetta di inattendibilità, nonchè quanto alle notazioni riportate negli atti, anch’esse non univoche nella individuazione della causa delle lesioni riportate dalla vittima – e del comportamento processuale delle parti – mancato deferimento dell’interrogatorio formale all’investitore che era rimasto contumace, pur avendo firmato il modulo Cai – operato dalla Corte territoriale per addivenire, modificando la decisione di prime cure, alla conclusione che non vi era prova che l’investimento della vittima da parte di un’auto rimasta sconosciuta avesse mai avuto luogo.

Tutte le censure sono state ricondotte ad un difetto di motivazione, nella consapevolezza, da parte dei ricorrenti, di dover superare il principio del libero apprezzamento delle prove e del principio secondo cui spetta al giudice scegliere tra le prove sottoposte al suo esame quelle ritenute conducenti, valutare la coerenza delle deposizioni testimoniali e l’attendibilità dei testimoni.

Considerando i limiti entro cui può essere fatto valere in sede di legittimità il vizio motivazionale, deve escludersi, ad avviso di questo Collegio, che la sentenza impugnata non abbia motivato e/o che abbia fornito motivazioni illogiche ed irrazionali.

Il percorso argomentativo della Corte di merito, al contrario, risulta lineare, pienamente comprensibile e coerente. Esso dà atto che la valutazione d’insieme dei fatti di causa, siccome ricostruiti, era valsa a formare il convincimento che l’investimento non fosse in realtà mai avvenuto: a) i testimoni avevano descritto in modo contraddittorio la dinamica dell’investimento asseritamente occorso – e la pronuncia ne dà piena contezza, riportando il contenuto essenziale delle deposizioni e mettendole a confronto, al fine di far emergere le numerose incongruenze – il teste L. abitava nello stesso condominio del figlio della vittima, che l’accompagnava al momento dell’asserito incidente, tale circostanza era stata taciuta ed una volta emersa era stata svalutata, asserendo che il condominio era molto grande e che non tutti i condomini si conoscevano: spiegazione accolta con diffidenza dalla Corte territoriale che aveva puntato l’accento sul fatto che nel Comune di Ginosa vi potesse davvero essere un condominio tanto grande da consentire ad un condomino di restare sconosciuto agli altri, basandosi sulla massima di esperienza secondo cui comunque anche in un condominio di grandi dimensioni tutti si conoscano – il medico del pronto soccorso aveva riportato nell’anamnesi che la vittima si era procurata le lesioni cadendo.

A tale ricostruzione i ricorrenti ne oppongono un’altra che non scalfisce la coerenza logica e d’insieme di quella del giudice di merito, giacchè punta piuttosto a fornire una possibile spiegazione alternativa degli aspetti critici evidenziati dalla sentenza: L., indicato come teste dal figlio della vittima, era solo un suo conoscente, altrimenti non sarebbe stato indicato con un cognome sbagliato; le incongruenze delle deposizioni testimoniali erano imputabili all’uso del dialetto da parte dei testimoni di cui il giudice d’Appello non era stato in grado di tener conto perchè non aveva di persona proceduto alla loro escussione; il fatto che l’impatto fosse stato diversamente descritto dai testi, l’uno parlava di urto con la parte anteriore dell’auto, l’altro di urto con lo specchietto, veniva imputato alla pretesa erronea del giudice di non ritenere compreso nella parte anteriore dell’auto anche lo specchietto, l’annotazione del medico del pronto soccorso circa la causa delle lesioni doveva considerarsi irrilevante, perchè il medico del pronto soccorso è interessato ad intervenire sul paziente e non a individuare la causa delle lesioni.

Non vanno a segno gli sforzi dei ricorrenti volti a sostenere, invocando un obiter dictum contenuto nella sentenza n. 11892/2016, che il giudice a quo sia incorso nella violazione dell’art. 116 c.p.c. “per essere pervenuto ad una erronea ricostruzione della quaestio facti sì che essa l’abbia indotto ad applicare erroneamente una norma di diritto alla fattispecie dedotta in giudizio”.

La sentenza richiamata, infatti, parla chiaro e non si presta ad equivoci: la premessa è che in tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 116 c.p.c. (norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale) può riscontrarsi solo quando il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime.

Il decisum non esclude che possa essere imputato al giudice di merito anche di essere pervenuto ad una erronea ricostruzione della quaestio facti che lo abbia indotto in ultima analisi ad applicare erroneamente una norma di diritto alla fattispecie dedotta in giudizio: il che avviene solo allorchè si rimproveri al giudice di avere fatto ricorso ad una norma di diritto errata, perchè spintovi da una inesatta sussunzione della vicenda concreta in quella astratta regolata dalla norma di diritto, originata da una fallace ricostruzione dei fatti di causa. La censura articolata e formulata dai ricorrenti risulta del tutto eccentrica rispetto all’eventuale ricorrenza di un errore di sussunzione. Appare, infatti, evidente che essi non si dolgono affatto delle norme di diritto applicate, ma solo dell’esito dell’apprezzamento di alcune prove rimesse al prudente convincimento del giudice.

Nè di maggior pregio risulta l’argomentazione volta a sostenere che il giudice a quo dovesse spiegare le ragioni di dissenso rispetto alle prospettazioni della difesa dei ricorrenti, perchè costituisce ius receptum che il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (ex plurimis tra le pronunce più recenti cfr. Cass. 18/05/2020, n. 9058), e, a maggior ragione, senza farsi carico di confutare specificamente ogni loro argomentazione difensiva.

Quanto invece all’asserito omesso esame del certificato del pronto soccorso, oltre alla mancata allegazione della fase processuale nella quale tale documentazione sarebbe stata sottoposta all’attenzione dei giudici di merito, è infondata la tesi secondo cui esso avrebbe fede privilegiata quanto alla causa della patologia (secondo la tesi dei ricorrenti: impatto da sinistro stradale), sicchè deve concludersi che le censure non contengono affermazioni coperte dall’efficacia dei documenti a fede privilegiata, ma prospettano apprezzamenti basati sul loro contenuto. Si tratta, dunque, di una censura che sollecita, al pari delle altre, una (inammissibile) diversa ricostruzione della quaestio facti (Cass. 09/12/2019, n. 32090).

10. Ne consegue che il ricorso per cassazione è inammissibile.

11. Le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 5.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2020

 

 

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