Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21493 del 20/08/2019

Cassazione civile sez. II, 20/08/2019, (ud. 22/05/2019, dep. 20/08/2019), n.21493

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9928/2017 proposto da:

B.L., Bi.Ma., A.A., S.C.,

So.Al., V.G., Sc.Al.,

C.P., elettivamente domiciliati in Roma, Via Teulada 38/A, presso lo

studio dell’avvocato Giovanni Mechelli, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Alessandro Mariani;

– ricorrenti –

contro

Ministero Economia Finanze, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto della Corte d’appello di Roma, depositato il

26/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/05/2019 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte.

Fatto

RILEVATO

che:

– i ricorrenti come indicati in epigrafe hanno impugnato con il ricorso in esame il decreto della Corte d’appello di Roma che aveva dichiarato improponibile la loro domanda dell’indennità per l’irragionevole durata del processo, ai sensi della L. n. 89 del 2001;

– il giudizio presupposto era iniziato con ricorso, avanti il TAR della Sardegna, in data 20 maggio 2004, per l’accertamento del loro diritto alla percezione di un’indennità da impiego operativo;

– in data 22.07.2009 i ricorrenti presentavano motivi aggiunti di ricorso e istanza di fissazione d’udienza;

– l’udienza per la discussione nel merito fu fissata per il 26.01.2010 e veniva in decisione con sentenza n. 104/2011, depositata in data 08.02.2011;

– in relazione all’eccessiva durata del giudizio davanti al TAR (5 anni e 8 mesi dalla data del deposito del ricorso) gli odierni ricorrenti adivano la Corte d’appello di Roma chiedendo la riparazione per irragionevole durata del processo ai sensi della L. n. 89 del 2001 e del principio stabilito dall’art. 6 della CEDU;

– con il decreto qui impugnato la Corte d’appello di Roma dichiarava l’improponibilità del ricorso per mancata presentazione dell’istanza di prelievo;

– la Corte argomentava che il ricorso era stato iscritto in data 15.11.2011 e quindi nella vigenza del testo novellato dal D.L. n. 112 del 2008, art. 54, come modificato dal D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 3, comma 23, all. 4, entrato in vigore in data 16.09.2010;

– la cassazione, del decreto della corte d’appello è chiesta da B.L., Bi.Ma., A.A., S.C., So.Al., V.G., Sc.Al. e C.P., con tempestivo ricorso, affidato ad un unico motivo;

Diritto

– il Ministero intimato non ha svolto attività difensiva. CONSIDERATO

che:

– il motivo di ricorso denuncia la violazione del principio per cui la legge non dispone che per l’avvenire, previsto dall’art. 11 disp. gen., nell’applicazione della novella legislativa di cui al D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54 (come poi modificato dal D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 3, comma 23, all. 4, entrato in vigore il 16.09.2010);

– secondo i ricorrenti, l’aver applicato una norma entrata in vigore successivamente ad un procedimento già in corso, cioè quello davanti al TAR, avrebbe violato il principio del diritto processuale per cui vanno applicate le norme del momento in cui il giudizio è in svolgimento secondo il principio “tempus regit actum”;

– i ricorrenti affermano inoltre che l’improponibilità del ricorso verrebbe a confliggere anche col “diritto al ricorso effettivo”, stabilito dall’art. 13 CEDU, oltre che col già richiamato art. 6 CEDU;

– il ricorso è fondato e merita accoglimento.

– questa Corte con ordinanza interlocutoria n. 27923/2017, relativa al ricorso 5086-2015 proposto da M.G. contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, convertito con modificazioni in L. n. 133 del 2008, come modificato dal D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 3, comma 23, all. 4 e dal D.Lgs. Correttivo n. 195 del 2011, art. 1, comma 3, lett. a), n. 6), in relazione all’art. 117 Cost., comma 1 e ai parametri interposti dell’art. 6, par. 1, art. 13 e art. 46, par. 1 CEDU;

– occorre prendere atto che nelle more del presente giudizio è intervenuta la sentenza della Corte costituzionale n. 34 del 6 marzo 2019, che ha dichiarato incostituzionale il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2 e successive modifiche, qui rilevante, trattandosi nella specie di procedimento per il quale non risulta applicabile la previsione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 1, come novellato dalla L. n. 208 del 2015 (attesa la specifica norma transitoria di cui alla stessa L. n. 89 del 2001, art. 6, comma 2 bis, atteso che il processo presupposto alla data del 31 ottobre 2016 avrebbe già superato i termini di durata ragionevole);

– la Consulta, nel richiamare la costante giurisprudenza della Corte EDU, secondo cui i rimedi preventivi, volti ad evitare che la durata del procedimento diventi eccessivamente lunga, sono ammissibili, o addirittura preferibili, eventualmente in combinazione con quelli indennitari, ma ciò solo se “effettivi” e, cioè, nella misura in cui velocizzino la decisione da parte del giudice competente (così, in particolare, Corte Europea dei diritti dell’uomo, grande Camera, sentenza 29 marzo 2006, Scordino contro Italia), ha ricordato come già con la sentenza del 2 giugno 2009, Daddi contro Italia, detta Corte, pur dichiarando il ricorso inammissibile per il mancato esperimento del rimedio giurisdizionale interno, aveva preannunciato che una prassi interpretativa ed applicativa del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, nel testo antecedente alla modifica di cui al D.Lgs. n. 104 del 2010 – che avesse avuto come effetto quello di opporsi all’ammissibilità dei ricorsi ex legge Pinto (relativi alla durata di un processo amministrativo conclusosi prima del 25 giugno 2008), per il solo fatto della mancata presentazione di un’istanza di prelievo – avrebbe privato sistematicamente alcune categorie di ricorrenti della possibilità di ottenere una riparazione adeguata e sufficiente;

– ha altresì rammentato che di recente, con la sentenza 22 febbraio 2016, Olivieri e altri contro Italia, la Corte EDU aveva affrontato il problema dell’effettività del rimedio nazionale ex lege n. 89 del 2001, soggetto alla condizione di proponibilità del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2. Ed esaminando diacronicamente tale disposizione, fino al testo scaturito dalle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 104 del 2010, aveva conclusivamente ritenuto che la procedura nazionale per lamentare la durata eccessiva di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo, risultante dal combinato disposto della “legge Pinto” con la disposizione stessa, non potesse essere considerata un rimedio effettivo ai sensi dell’art. 13 della CEDU;

– ciò soprattutto sul rilievo che il sistema giuridico nazionale non prevede alcuna condizione volta a garantire l’esame dell’istanza di prelievo;

– per l’effetto ha ritenuto che la norma in esame si pone in contrasto con la “costante giurisprudenza della Corte EDU”, atteso che l’istanza di prelievo, cui fa riferimento il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2 (prima della rimodulazione, come rimedio preventivo, operatane dalla L. n. 208 del 2015), non costituisce un adempimento necessario ma una mera facoltà del ricorrente (ex art. 71, comma 2, codice del processo amministrativo, la parte “può” segnalare al giudice l’urgenza del ricorso), con effetto puramente dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera “prenotazione della decisione” (che può comunque intervenire oltre il termine di ragionevole durata del correlativo grado di giudizio), risolvendosi in un adempimento formale, rispetto alla cui violazione la, non ragionevole e non proporzionata, sanzione di improponibilità della domanda di indennizzo risulta non in sintonia nè con l’obiettivo del contenimento della durata del processo nè con quello indennitario per il caso di sua eccessiva durata;

– la sopravvenuta declaratoria di incostituzionalità della norma che subordinava la proponibilità della domanda di equo indennizzo alla necessaria presentazione dell’istanza di prelievo per contrasto con i parametri convenzionali della CEDU (art. 6, par. 1), la cui violazione comporta, appunto, per interposizione, quella dell’art. 117 Cost., comma 1, impone quindi la cassazione del decreto impugnato con rinvio per nuovo esame alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, la quale dovrà in ogni caso considerare, come ribadito dalla Consulta nella menzionata sentenza, che la mancata presentazione dell’istanza di prelievo può costituire elemento indiziante di una sopravvenuta carenza, o di non serietà, dell’interesse della parte alla decisione del ricorso, potendo quindi assumere rilievo ai fini della quantificazione dell’Indennizzo ex lege n. 89 del 2001, ma non potendo viceversa condizionare la stessa proponibilità della correlativa domanda;

– al giudice del rinvio è demandata anche la liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M

La Corte accoglie il ricorso e cassa la decisione impugnata con rinvio, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 agosto 2019

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