Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21492 del 27/07/2021

Cassazione civile sez. trib., 27/07/2021, (ud. 27/01/2021, dep. 27/07/2021), n.21492

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – rel. Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. R.G. 89/15, proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12.

– ricorrente –

contro

KSM s.p.a., in persona del legale rapp.te p.t., rappresentata e

difesa, dell’avv.to Salvatore Sammartino, elettivamente domiciliata

presso lo studio legale dell’avv.to Giuseppe Piero Siviglia, sito in

Roma, Via dell’Elettronica, n. 20, giusta procura in atti.

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 193/30/14 della CTR della Sicilia, depositata

il 30/06/2014, non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27 gennaio

2021 dal Consigliere Dott.ssa d’Angiolella Rosita.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Commissione tributaria provinciale di Palermo, con sentenza n. 44/5/11, accoglieva il ricorso proposto dalla società KSM s.p.a. contro l’Agenzia delle Entrate annullando l’avviso di accertamento con il quale era stato accertato, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41 bis, un maggior reddito imponibile ai fini IRES, per l’anno 2005, pari ad Euro 1.831,993. In particolare, le violazioni contestate con l’avviso di accertamento impugnato riguardavano componenti negativi di reddito imputati a conto economico, ma non dichiarati, per Euro 316.508,00.

2. L’Agenzia delle entrate proponeva appello deducendo la correttezza del suo operato, evidenziando l’indeducibilità dei costi perché privi dei requisiti di inerenza e competenza richiesti dall’art. 75 t.u.i.r. (ora art. 109 t.u.i.r.).

3. La Commissione tributaria regionale della Sicilia rigettava l’appello, compensando le spese di lite.

4. L’Agenzia delle entrate ricorre in cassazione affidandosi a due motivi riguardanti la ripresa a tassazione relativa alla contestata indeducibilità dei componenti negativi di reddito.

Resiste con controricorso la società contribuente.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. L’amministrazione erariale ha proposto ricorso per cassazione sulla base dei seguenti motivi, così rubricati:

“I) violazione e falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento all’art. 109 t.u.i.r e all’art. 2697 c.c. ed all’art. 94 TUIR, comma 6, nonché in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”; “II) Omessa motivazione su un punto decisivo della controversia con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 4.1. In ordine all’irrilevanza dei presupposti della normativa di cui al t.u.i.r., si è detto nel paragrafo che precede”.

1.1. Nell’esposizione di tali motivi, la ricorrente evidenzia, in maniera generica e senza rapportarsi ai parametri di cui all’art. 360 c.p.c., una serie di questioni che, a suo dire, renderebbero illegittima la sentenza impugnata; tra queste, assume l’errore dei giudici di appello nel valorizzare la regolare tenuta delle scritture contabili, nonostante fosse fatto ininfluente rispetto alla legittimità dell’accertamento compiuto dall’Agenzia delle entrate, gravando sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria dei fatti posti a fondamento della pretesa deducibilità dei componenti negativi del reddito d’impresa (pag. 3 e 4 del ricorso). La ricorrente richiama i rilievi contenuti nell’avviso di accertamento (v. da pag. 4 a 8), criticando la motivazione della sentenza impugnata sul riparto dell’onere probatorio e sulla mancata considerazione dell’Agenzia delle entrate risoluzione 11 luglio 2005, n. 90/E nonché del documento OIC 20.

2. La controricorrente ha eccepito preliminarmente l’inammissibilità del ricorso, in relazione all’art. 366 c.p.c., n. 4, per formulazione congiunta dei motivi, la cui lettura non consentirebbe di capire quali siano i profili di impugnazione non esaminati dal giudice di appello, né tanto meno di comprendere le considerazioni in correlazione alle quali si sarebbe determinato il vizio di legge o il vizio motivazionale denunciati. Ha eccepito, altresì, l’inammissibilità del ricorso anche sotto l’ulteriore profilo di violazione dell’art. 348 ter c.p.c..

2.1. Nel merito, deduce l’infondatezza dell’impugnazione sul rilievo che dall’esame delle risultanze processuali si evince chiaramente che la società contribuente aveva dato conto della deducibilità dei costi, così come ampiamente motivato dai giudici di prime cure.

3. Il ricorso è inammissibile.

4. Non sussiste 1″inammissibilità, pur eccepita dalla società controricorrente, per “doppia conforme”, in quanto nella specie in giudizio di appello è iniziato nel luglio del 2011 (dal frontespizio della sentenza impugnata l’appello risulta depositato in data 04/07/2011) mentre l’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5, è applicabile, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012.

5. Viceversa il ricorso è inammissibile in quanto non è stato formulato nel rispetto della prescrizione formale di cui all’art. 366 c.p.c., con l’indicazione dei motivi specifici.

5.1. La sentenza impugnata, con motivazioni univoche e convergenti nella loro portata, è giunta a ritenere deducibili i costi sostenuti dalla società contribuente sulla base della verifica di specifici elementi circostanziali risultanti dagli atti di causa; in particolare ha ritenuto: 1) l’inerenza dei costi e delle spese per il conto carburante lubrificanti e circolazione auto, lavaggio acquisti di pneumatici; 2) legittima la deduzione delle perdite su partecipazione sul rilievo specifico che l’Agenzia delle entrate nulla aveva obiettato sul fatto che la società aveva sostenuto l’onere per coprire perdite di società partecipate; 3) legittime e deducibili le spese di rappresentanza in relazione all’attività di impresa della società; 4) giustificate, a mente dell’art. 109 t.u.i.r., la contabilizzazione nell’anno 2005 di spese riferibili al 2004 trattandosi di corrispettivi di prestazioni di servizi; 5) giustificate da parte del contribuente le spese di pasticceria e di acquisto del cellulare per esigenze dell’impresa. Tutto ciò sulla premessa che la tenuta regolare dei registri contabili anche se “non preclude e non esclude la legittimità dell’accertamento”, costituisce un elemento di favore del contribuente in relazione alla presunta inattendibilità della documentazione eccepita dall’ufficio.

5.2. Dalla lettura della sentenza appare evidente come le critiche articolate dalla difesa erariale non abbiano il tono proprio di censure di legittimità.

5.3. Ed invero, secondo i principi consolidati di questa Corte, il ricorso deve essere redatto in conformità al dovere processuale della chiarezza espositiva, dovendo il ricorrente selezionare i profili di fatto e di diritto della vicenda “sub iudice”, anche con specifica localizzazione delle allegazioni difensive dei precedenti gradi, sì da rendere intellegibili le questioni giuridiche prospettate, nonché di individuare, in relazione a tali profili, le ragioni critiche nell’ambito dei vizi previsti dall’art. 360, c.p.c. Quando il ricorso è carente di tale contenuto (cd. minimo) esso non supera la soglia di ammissibilità in quanto rende pressocché impossibile il sindacato di legittimità (per una completa analisi dei profili contenutistici del ricorso in cassazione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4), anche con riguardo alla giurisprudenza formatasi sul tema e all’esigenza di assicurare un’effettiva tutela del diritto di difesa ex art. 24 Cost., nel rispetto dei principi costituzionali e convenzionali del giusto processo, ex art. 111 Cost., comma 2 e art. 6 CEDU, cfr. Sez. 5, Sentenza n. 8425 del 30/04/2020, Rv. 65819601).

5.4. In tal senso è stato chiarito che “In tema di ricorso per cassazione, l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa” (Sez. U, Sentenza n. 23745 del 28/10/2020, Rv. 659448-01; Sez. 1, Sentenza n. 24298 del 29/11/2016, Rv. 642805-02). E’ stato ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (Sez. U, Sentenza n. 34476 del 27/12/2019 Cass., Sez.Un., 17 dicembre 2019, n. 33373).

5.5. Alla luce di tali consolidati principi, il ricorso proposto risulta difforme rispetto ai canoni chiarezza espositiva, mancando del tutto la selezione dei i profili di fatto e di diritto della vicenda “sub iudice” per rendere intellegibili le questioni giuridiche prospettate e ricondurle nell’ambito dei vizi previsti dall’art. 360, c.p.c.. In altri termini, i due motivi sono argomentati insieme con una commistione di questioni di fatto e di diritto che non consente alla Corte l’esame separato delle questioni comunque prospettate sub specie della violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

5.6. Inoltre, con la denuncia dei vizi di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, sembra che la ricorrente ponga a loro presupposto una diversa ricostruzione dei merito degli accadimenti, senza neppure confrontarsi con la ratio decidendi della decisione impugnata; per giunta la questione della regolare tenuta della contabilità, contro la quale la ricorrente pure ha appuntato la sua critica, realizza un obiter dictum non attaccabile in sede di legittimità. In ogni caso, la censura motivazionale è inammissibilmente proposta addirittura con riferimento al testo anteriore alla riforma del 2006 (omessa motivazione su “punto decisivo” della controversia), trovando nella fattispecie applicazione il testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, attualmente vigente.

6. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

7. Non sussistono i presupposti per il versamento del doppio contributo, trattandosi di amministrazione pubblica ammessa a prenotazione a debito.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna l’Agenzia delle entrate al pagamento delle spese del presente giudizio in favore della società controricorrente che liquida in complessivi Euro 5.600,00, oltre Euro 200,00 per esborsi ed il 15% per spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della V sezione civile Corte di Cassazione, il 27 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2021

 

 

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