Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2148 del 31/01/2014


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 2148 Anno 2014
Presidente: ODDO MASSIMO
Relatore: MANNA FELICE

SENTENZA

sul ricorso 28830-2007 proposto da:
PAPOTTO

MARIA

PPTMRA35B49A841I,

elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA XX SETTEMBRE 3, presso lo
studio dell’avvocato SASSANI BRUNO NICOLA,
rappresentata difesa dagli avvocati SANTANGELI FABIO,
CUCUZZA GAETANO;
– ricorrenti –

2013
contro

2452

PAPOTTO ANGELO (DECEDUTO) E PER ESSO GLI EREDI
PAPOTTO SANTINO C.F.PPTSTN69S08C351Q , PAPOTTO MARIA
C.F.PPTMRA61A48C351C,

PAPOTTO

SALVATORE

Data pubblicazione: 31/01/2014

C.F.PPTSVT63S08C351M

SCACCIANOCE

GRAZIA

C.F.SCCGRZ31L60G371T, elettivamente domiciliati in
ROMA PIAZZA CAVOUR presso la CORTE DI CASSAZIONE,
rappresentati e difesi dall’Avv. CASTRO ANTONIO e
l’Avv. GIOVANNI VANADIA, quest’ultimo per proc. not.

– controricorrenti

avverso la sentenza n. 826/2007 della CORTE D’APPELLO
di CATANIA, depositata il 16/08/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 21/11/2013 dal Consigliere Dott. FELICE
MANNA;
udito l’Avvocato Cucuzza Gaetano difensore della
ricorrente che si riporta agli atti;
udito

l’Avv.

Vanadia

Giovanni

difensore

dei

controricorrenti che si riporta al controricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. FRANCESCA CERONI che ha concluso per
l’inammissibilità del ricorso,
rigetto.

in subordine,

il

del 4/11/2013 rep. n. 10344;

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Angelo Papotto conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Catania, la
sorella Maria, per l’accertamento della falsità del testamento olografo del
fratello, Vito, dal quale quest’ultima risultava istituita come erede universale,

gestione dei beni ereditari che ella aveva posseduto in via esclusiva.
Maria Papotto resisteva in giudizio.
Con una prima sentenza del 7.3.2001 il Tribunale dichiarava apocrifo il
testamento; con una seconda pronuncia del 7.5.2004 rigettava la domanda di
declaratoria dell’indegnità a succedere della convenuta, che in parziale
accoglimento della domanda di rendiconto condannava al pagamento della
somma di E 53.866,26.
Le distinte impugnazioni proposte contro dette sentenze erano riunite e
respinte dalla Corte d’appello di Catania, con sentenza del 16.8.2007.
Riteneva la Corte territoriale che la relazione grafologica del c.t.u. era
basata su di una metodica d’indagine aggiornata e supportata da argomenti
persuasivi e compiutamente illustrati, tali da condurre a risultati
incontrovertibili. Le caratteristiche della scrittura sottoposta a verifica
presentavano elementi rivelatori della falsificazione che per numero e portata
rendevano palese la superfluità delle indagini sugli altri profili grafologici
riportati nell’atto d’appello, che non avrebbero potuto condurre ad un
superamento della forza probatoria dei chiari e netti indici di falsificazione
rilevati.
Quanto al motivo d’impugnazione che contestava l’obbligo di rendiconto a
carico di Maria Papotto, siccome ignara della falsità del testamento, la Corte
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nonché per (la dichiarazione d’indegnità a succedergli e) il rendiconto della

etnea osservava che, incontroversa la gestione, conseguiva sul piano oggettivo
l’applicabilità dell’art. 723 c.c. Il fatto che la convenuta non fosse a
conoscenza della falsità del testamento e della conseguente limitazione dei
suoi diritti alla metà dell’asse ereditario era irrilevante, perché il rendiconto

una situazione di fatto priva di supporto giuridico.
Infine, la Corte territoriale riteneva che in difetto d’indicazioni da parte
della convenuta sui frutti percepiti e sugli esborsi sostenuti, era pienamente
condivisibile, anche come liquidazione equitativa, la determinazione del
dovuto eseguita dal Tribunale sulla scorta delle valutazioni e dei calcoli del
c.t.u.
Per la cassazione di tale sentenza Maria Papotto ha proposto ricorso,
affidato a sei motivi, dipoi illustrati da memoria.
Ha resistito con controricorso Angelo Papotto.
Deceduto quest’ultimo, gli eredi di lui Grazia Scaccianoce e Maria,
Salvatore e Santino Papotto hanno depositato memoria e successivamente
procura notarile al difensore.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1.

Col primo motivo d’impugnazione è dedotta la nullità della sentenza

per violazione e falsa applicazione dell’art. 196 c.p.c., in connessione col
vizio d’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto
controverso e decisivo, in relazione, rispettivamente, ai nn. 4 e 5 dell’art. 360
C.p.C.

Si sostiene, in ordine al rigetto di nuove indagini grafologiche, che
l’insufficienza motivazionale della sentenza impugnata deriva dal non aver
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non sanziona una condotta dolosa, ma regola sulla base dell’effettiva titolarità

dato risposta alle censure di cui all’atto d’appello, che avevano rilevato che (i)
lo stesso c.t.u. aveva ammesso che anche la grafologia ha dei limiti
inevitabilmente connessi ad ogni metodo di studio e ricerca; sicché sarebbe
contraddittorio, secondo parte ricorrente, qualificare come “incontrovertibili”

relazione del c.t.u. non rientrava fra quelli più recenti e scientificamente
accreditati, che privilegiano l’aspetto e il percorso grafico mediante l’impiego
del criterio grafonomico e grafologico, andando oltre l’aspetto morfologico e
calligrafico dei singoli grafemi; (iii) il c.t.u. si è limitato a descrivere le
caratteristiche delle varie scritture di comparazione, senza tuttavia
confrontarle tra loro e con il testamento.
Richiamata la giurisprudenza di legittimità secondo cui il giudice di
merito, nell’aderire alle conclusioni del c.t.u., non può esimersi dal motivare
in maniera puntuale ed esaustiva le specifiche e concrete contestazioni
dell’appellante, formula il seguente quesito di diritto ai sensi dell’art. 366-bis
c.p.c., applicabile ratione temporis alla fattispecie: “chiarisca la Suprema
Corte se è esaustiva e sufficiente la motivazione della sentenza che contenga
un generico rinvio alle argomentazioni del c.t.u. ed il ricorso a mere clausole
di stile per esprimere la condivisione delle conclusioni peritali, pur in
presenza di puntuali e specifiche censure di parte con contestuale richiesta di
rinnovazione delle operazioni peritali. Soprattutto chiarisca la Suprema Corte
se, in presenza di precise e puntuali contestazioni di parte alla consulenza, con
espressa richiesta di parte di rinnovazione delle operazioni peritali, possa il
giudice del merito limitarsi a denegare meramente la rinnovazione della

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risultati la cui certezza è smentita dallo stesso c.t.u.; (li) il metodo della

consulenza, o il richiamo del consulente, ovvero se egli è tenuto a motivare
puntualmente le ragioni del diniego”.
2. – Il secondo motivo denuncia la violazione e la falsa applicazione degli
artt. 112 e 263 c.p.c. e degli artt. 533, 535, 723 e 1148 c.c., in relazione ai nn.

La Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere applicabile alla fattispecie
l’art. 723 c.c., che disciplina il rendiconto in materia di divisione ereditaria.
Tale norma esulerebbe dal caso di specie in quanto l’azione esercitata
dall’attore sarebbe qualificabile come petitio hereditatis, con conseguente
applicabilità degli artt. 533 e ss. c.c., che non prevedono l’obbligo di
rendiconto a carico dell’erede possessore di buona fede dei beni ereditari.
Segue il quesito: “dica la Suprema Corte se l’azione finalizzata
all’accertamento della qualità di erede consenta il richiamo e l’applicazione
arbitraria da parte del giudice del merito della norma dell’art. 723 c.c. sulla
divisione dei beni ereditari (senza alcuna richiesta espressa di parte in tal
senso) e chiarisca infine la Suprema Corte se l’erede possessore di buona fede
che amministri i beni ereditari in presenza di un testamento poi dichiarato
nullo, sia obbligato a rendere il conto della gestione al coerede”.
3. – Col terzo motivo è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt.
112, 183, 184 e 263 c.p.c. in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5 c.p.c.
Sostiene parte ricorrente che la Corte d’appello ha errato nel confermare la
condanna della convenuta al pagamento della somma calcolata dal c.t.u. a
titolo di restituzione dei frutti dei beni ereditari, non avendo l’attore mai
chiesto una pronuncia di condanna, né essendo quest’ultima inclusa in quella
di rendiconto.
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3 e 5 dell’art. 360 c.p.c.

Questo il quesito: “dica la Suprema Corte se l’azione finalizzata
all’accertamento del conto è un’azione di accertamento mero, ovvero se in
tale azione è implicita la domanda di condanna al pagamento delle somme
accertate nel rendiconto”.

artt. 112, 183 e 184 c.p.c. e della legge n. 353/90, in relazione agli artt. 3 e 5
dell’art. 360 c.p.c.
Angelo Papotto soltanto (e per la prima volta) all’udienza del 16.1.2004, in
sede di precisazione delle conclusioni, ha proposto la domanda espressa di
pagamento delle somme quantificate dal c.t.u. relativamente ai frutti dei beni
ereditari. Pertanto tale domanda è tardiva e la relativa inammissibilità avrebbe
dovuto essere rilevata d’ufficio dalla Corte territoriale.
Formula al riguardo il seguente quesito: “dica la Suprema Corte se
contrasta con il sistema delle preclusioni introdotto con la legge n. 353 del
1990 e pertanto deve considerarsi tardiva, inammissibile e quindi rilevabile
d’ufficio dal Giudice, la domanda proposta per la prima volta al momento
della precisazione delle conclusioni”.
5. – Il quinto mezzo d’annullamento espone la violazione e falsa
applicazione degli artt. 112 c.p.c., 535 e 1148 c.c., in relazione ai nn. 3 e 5
dell’art. 360 c.p.c.
I giudici di merito hanno errato nel ritenere applicabile alla fattispecie 1′ art.
723 c.c., essendo invece applicabili le norme degli artt. 535 e 1148 c.c., che
non prevedono alcun obbligo di rendiconto a carico del possessore di buona
fede. Ne discende che la Corte distrettuale ha errato nel confermare la
sentenza di primo grado, atteso che in forza delle predette disposizioni Maria
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4. – Col quarto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli

Papotto avrebbe semmai dovuto essere dichiarata tenuta, eventualmente, alla
restituzione dei frutti maturati pro quota dal giorno della proposizione della
domanda giudiziale e non anche dei frutti maturati dal giorno dell’apertura
della successione.

buona fede dei beni ereditari, in forza del rinvio all’art. 1148 c.c. operato dal
primo comma dell’art. 535 c.c., è tenuto alla restituzione dei frutti civili e
naturali maturati dai beni ereditari dal giorno dell’apertura della successione,
ovvero dal giorno della proposizione della domanda giudiziale volta alla
restituzione di detti frutti”.
6. – Il sesto motivo denuncia la nullità della sentenza per violazione e falsa
applicazione dell’art. 196 c.p.c., nonché l’omessa, insufficiente o
contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il
giudizio, in relazione all’art. 360, nn. 3, 4 e 5 c.p.c.
La Corte d’appello, limitandosi ad un generico richiamo alla conclusioni
del c.t.u. e disattendendo senza neppure menzionarle le specifiche censure
mosse dall’appellante all’elaborato tecnico dell’ausiliario del giudice, ha
violato — secondo parte ricorrente — l’obbligo di motivazione imposto dalla
legge.
In particolare, non sono stati considerati i rilievi specifici dedotti da parte
appellante nella comparsa conclusionale e in quella di costituzione del nuovo
difensore (carattere esplorativo dell’indagine tecnica, mandato troppo
generico, mancata indicazione dei criteri utilizzati per calcolare i frutti in
relazione a ciascun cespite, omessa considerazione delle migliorie apportatevi
dalla convenuta, considerazione, in parte, di beni non ricadenti nell’asse
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Segue il quesito: “chiarisca la Suprema Corte se l’erede possessore in

ereditario), il tutto volto a confutare le conclusioni del c.t.u. in quanto errate e
manifestamente eccessive.
Segue il quesito: “dica la Suprema Corte se esaurisce il proprio obbligo di
motivazione il giudice del merito che si limita ad aderire alle conclusioni cui è

richiamo alle stesse, pur in presenza di puntuali e specifiche contestazioni di
parte, mai esaminate dal consulente medesimo”.
7. – Il primo motivo è infondato.
La censura sub (i) è priva di qualsivoglia consistenza logica. La
decontestualizzazione del richiamato passaggio della relazione del c.t.u. non
consente di stabilire senso ed effettiva portata dell’affermazione; né tanto
meno questa nella sua assolutezza giova alla tesi della ricorrente, visto che i
limiti della scienza grafologica non dimostrano la necessità di accertamenti
ulteriori rispetto a quelli già svolti, quelli come questi essendo soggetti ai
medesimi margini di astratta opinabilità.
Le censure sub (ii) e (iii) sono del tutto generiche. La scelta del metodo
d’indagine operata dal c.t.u. nello svolgimento dell’incarico può essere più o
meno sindacabile, al pari di ogni singolo passaggio logico e tecnico, a patto
che si dia contezza in termini specifici sia della critica mossa a livello
scientifico, sia della rilevanza di una diversa metodica nel caso concreto,
giacché anche una tecnica più risalente può condurre a risultati soddisfacenti
in relazione all’oggetto indagato o al grado di certezza comunque raggiunto.
L’esistenza di un metodo scientifico che nella letteratura di settore sia ritenuto
più attendibile ed avanzato di un altro non basta, pertanto, a imporre al
giudice di rinnovare le indagini tecniche svolte, ovvero di dissentire dalle
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pervenuto il c.t.u. nella propria relazione tecnica mediante il generico

conclusioni cui il c.t.u. sia pervenuto con l’impiego di una metodica meno
aggiornata, l’uno e l’altro esito richiedendo la dimostrazione dell’inefficienza
in concreto del criterio meno accreditato in astratto.
Nel caso in esame, né l’uno, né l’altro aspetto sono stati sufficientemente

da quanto riportato a pag. 9 del ricorso, che si limitano a dedurre la generale
prevalenza del metodo grafonomico e grafologico, rispetto a quello
morfologico e calligrafico.
8. – Il secondo e il quinto motivo, da esaminare congiuntamente per la loro
complementarietà, sono infondati.
8.1. – Petitio hereditatis ed accertamento della qualità di erede sono azioni
che, pur condividendo il medesimo accertamento della qualità di erede,
differiscono fra loro per tipologia e finalità giuridica. L’azione di petizione
ereditaria è un’azione di condanna avente un contenuto necessariamente
recuperatorio, in quanto volta ad ottenere, previo accertamento della qualità di
erede, la restituzione in tutto o in parte dei beni ereditari in confronto di
chiunque li possegga senza titolo o a titolo di erede (art. 533, 1° comma c.c.);
l’azione di accertamento della qualità di erede, invece, è essenzialmente
dichiarativa, e come tale può essere corredata o non da una domanda
accessoria di condanna avente un contenuto diverso dalla restituzione di beni
compresi nell’asse ereditario. Pertanto, colui che agisce per l’accertamento
della propria qualità di coerede nei confronti di chi possegga i beni ereditari a
titolo di erede, chiedendo nel contempo che questi renda il conto della
gestione e corrisponda i relativi frutti, non esercita un petitio hereditatis ma
un’azione di accertamento con domanda accessoria di condanna.
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illustrati dalla parte odierna ricorrente nei motivi d’appello, quali si desumono

A sua volta l’azione di rendiconto è autonoma rispetto a quella di divisione
relativamente alla quale pure è prevista dall’art. 723 c.c. (cfr. Cass. n.
30552/11). Infatti, la giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che la ratio
dell’obbligo del rendiconto va individuata in ciò che, chiunque svolga attività

della buona fede gli atti posti in essere ed in particolare, quegli atti e fatti da
cui scaturiscono partite di dare e avere. Pertanto, tra coeredi, la resa dei conti,
di cui all’art. 723 c.c., oltre che operazione inserita nel procedimento divisorio
e quindi strumentalizzata al fine di calcolare nella ripartizione dei frutti le
eventuali eccedenze attive o passive della gestione e di definire
conseguentemente tutti i rapporti inerenti alla comunione, può anche
costituire obbligo a sé stante, fondato, a pari di quanto può avvenire in
qualsiasi stato di comunione, sul presupposto della gestione di affari altrui
condotta da alcuno dei partecipanti, in base ad assunzione volontaria o a
mandato ad amministrare (Cass. nn. 6358/93 e 5720/84).
Il duplice coronario di quest’ultimo principio è che il coerede che abbia
goduto in via esclusiva di beni ereditari è obbligato sia al rendiconto sia a
corrispondere i frutti agli altri eredi, a decorrere dalla data di apertura della
successione (o da quella posteriore e diversa in cui abbia acquisito il possesso
dei beni) e indipendentemente dalla sua buona o mala fede, non trovando
applicazione in tal caso gli artt. 535 e 1150 c.c.
8.1.1. – Nella specie la Corte di merito si è attenuta a tali principi lì dove ha
giustamente affermato l’applicazione dell’art. 723 c.c. per il fatto oggettivo
della gestione di beni ereditari, indipendentemente della conoscenza della
falsità del testamento, ché l’obbligo di rendiconto non sanziona una condotta
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nell’interesse di altri, deve portare a conoscenza di questi, secondo il principio

dolosa, ma regola (anche: n.d.r.) una situazione di fatto priva di supporto
giuridico.
9. – Il terzo e il quarto motivo, pure da esaminare insieme per la loro
reciproca dipendenza logico-giuridica, sono infondati.

dell’eredità (art. 723 c.c.) munito dei documenti giustificativi (art. 263, 1°
comma c.p.c.); la relativa domanda comporta, a livello processuale, che se il
conto è approvato il giudice emette un’ordinanza di pagamento delle somme
che costituisce titolo esecutivo (art. 263, cpv. c.c.), e che in ogni caso il
giudice può disporre, con ordinanza non impugnabile, il pagamento del
sopravanzo che risulta dal conto o dalla discussione dello stesso (art. 264, 3°
comma c.p.c.). Dall’insieme di tali disposizioni risulta di tutta evidenza che la
domanda di rendiconto reca ineludibilmente in sé anche quella di condanna al
pagamento delle somme che risulteranno dovute, essendo il rendiconto
finalizzato proprio all’emissione di titoli di pagamento. Pertanto, non viola
l’art. 112 c.p.c. il giudice che condanni il soggetto oblato alla corresponsione
di tali somme anche senza un’espressa domanda al riguardo.
10. – Il sesto motivo è inammissibile.
L’appellante, diversamente dall’appellato che sia anche appellante
incidentale, è tenuto a prospettare tutte le censure, anche quelle che attengono
ad eccezioni, con l’atto di appello, e nulla può aggiungere in prosieguo, in
quanto il diritto di impugnazione si consuma con il detto atto, che in
conseguenza della regola della specificità dei motivi di appello fissa i limiti
della devoluzione della controversia in sede di gravame (cfr. per tutte Cass. n.
12976/02 e la costante giurisprudenza ivi richiamata).
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Il rendiconto consiste nella formazione di uno stato attivo e passivo

Nella specie, parte ricorrente menziona censure sì specifiche, ma contenute
non nell’atto di citazione in appello bensì in altri scritti difensivi (comparsa
conclusionale e nuova comparsa di costituzione dell’appellante), come tali
insuscettibili di ampliare il thema decidendum del giudizio d’appello,

Nel quale, come si desume dalle pagg. 17-19 del ricorso, i motivi d’appello
non appaiono di contenuto maggiore o di grado più specifico rispetto a quanto
esaminato e motivato dalla Corte territoriale con la sentenza impugnata, che
non merita, pertanto, alcuna censura.
11. – Il ricorso va dunque respinto.
12. – Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza
della ricorrente.
P. Q. M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in
E 3.700,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre IVA e CPA come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile
della Corte Suprema di Cassazione, il 21.11.2013.

irretrattabilmente fissato dal solo atto introduttivo di cui all’art. 342 c.p.c.

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