Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21469 del 27/07/2021

Cassazione civile sez. II, 27/07/2021, (ud. 17/11/2020, dep. 27/07/2021), n.21469

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22428-2019 proposto da:

K.L.L., rappresentato e difeso dall’avvocato DAMIANO

FIORATO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto di rigetto n. cronol. 2503/2019 del TRIBUNALE di

BOLOGNA, depositato il 31/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/11/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il sig. K.L. ha proposto ricorso, sulla scorta di quattro motivi, per la cassazione del decreto emesso dal tribunale di Bologna, che, condividendo le statuizioni della Commissione Territoriale della stessa città, gli ha negato il riconoscimento dello status di rifugiato e delle forme complementari di protezione.

Il tribunale, nel rigettare il ricorso, afferma che le dichiarazioni del ricorrente non soddisfano i requisiti richiesti dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, in quanto egli non ha compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, avendo reso dichiarazioni vaghe e generiche. Egli afferma di essere fuggito dal (OMISSIS), Paese di provenienza, nel timore di essere ucciso dal padre o arrestato a causa della diffusione della notizia della sua relazione omosessuale con un amico d’infanzia e compagno di scuola. Il tribunale rileva che il narrato è privo di ogni riferimento agli aspetti di interiorità, avendo il richiedente manifestato esclusivamente il timore di essere ucciso o arrestato, senza mai alludere al timore di non poter vivere liberamente la propria omosessualità. Ancora, si rilevano aporie nel racconto che ne minano la credibilità, in particolare con riferimento alla genesi della relazione col sig. A.M. e alla collocazione temporale del loro primo rapporto omosessuale. Il tribunale aggiunge, poi, che in (OMISSIS) la tolleranza religiosa è sempre esistita e che dalle fonti non risulta l’applicazione della Sharia per punire i rapporti omosessuali.

Si esclude altresì la protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), rilevando che, sebbene i mezzi d’informazione diano notizie di rapine e scontri armati tra le forze di sicurezza (OMISSIS) e i ribelli, non sussiste una violenza generalizzata tale da giustificare tale protezione.

Infine, la mancanza di credibilità del racconto del richiedente impedisce di valutare la sussistenza dei profili di vulnerabilità ai fini della concessione di un titolo di soggiorno per motivi umanitari.

Con il primo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. K.L. deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 7, in combinato disposto con D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 3 e 8, in ordine al mancato riconoscimento dello status di rifugiato. Parte ricorrente, richiamando la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’UE, osserva che la circostanza che il proprio Paese di provenienza punisca con sanzione penale l’omosessualità integra un atto di persecuzione, essendo l’orientamento sessuale elemento irrinunciabile dell’identità personale. Ai fini della configurazione dell’atto persecutorio, non occorre la concreta applicazione della fattispecie penale, essendo sufficiente la sola previsione legislativa della sanzione, la quale crea una condizione generale di privazione del diritto fondamentale di vivere liberamente la propria vita sessuale ed affettiva. Le deduzioni del tribunale, argomenta il ricorrente, appaiono stereotipate e inadeguate, giungendo persino ad accusare il richiedente di offrire una visione poco personalizzata e superficiale della propria omosessualità, senza tener conto della condizione psicologica ed esistenziale del soggetto che non necessariamente si riflette nel modo comunemente vissuto nel mondo occidentale. D’altra parte, si deduce nel motivo di gravame, il racconto reso in sede di audizione era chiaro e lineare, cosicché l’autorità giudicante avrebbe dovuto acquisire le prove necessarie al fine di accertare la circostanza dell’omosessualità, la condizione dei cittadini omosessuali nella società (OMISSIS) e lo stato della legislazione, essendo, in difetto di tutto ciò, venuta meno ai doveri di cooperazione istruttoria.

Con il secondo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. K.L. deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. b) e c), in combinato disposto con il D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, in ordine al diniego di protezione sussidiaria. Il ricorrente osserva che, in caso di rimpatrio, sarebbe esposto alla carcerazione o, peggio ancora, alla condanna a morte decretata da settori della società. Nel motivo si deduce che, anche a prescindere dall’esistenza di sanzioni penali esplicite, la circostanza che l’omosessualità sia oggetto di un grave stigma sul piano sociale integra il “danno grave” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14.

Con il terzo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. K.L. deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 3, , in combinato disposto con il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, , in ordine al diniego di protezione umanitaria. Si lamenta che il tribunale abbia negato anche tale forma residuale di protezione, facendo leva in modo fin troppo sbrigativo sulla non credibilità del racconto del richiedente, omettendo di effettuare una comparazione tra Paese d’origine e Paese di accoglienza in ordine all’effettivo godimento dei diritti fondamentali incolmabile sproporzione dei due contesti di vita nel godimento di tali diritti, specie del diritto alla propria vita sessuale e affettiva, avrebbe dovuto indurre il tribunale a concedere almeno questa forma di protezione.

Con il quarto motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 5 il sig. K.L. deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, ossia la circostanza che il codice penale (OMISSIS) tratti come reato l’omosessualità e lo stigma sociale cui i cittadini LGBT (OMISSIS) sono ancora oggi sottoposti. L’art. 319 c.p. (OMISSIS) punisce con la reclusione chiunque commetta “un atto impudico o contro natura con un individuo del suo stesso sesso”. Il tribunale trascura di considerare la sanzione penale inflitta dal codice (OMISSIS) e lo stigma sociale cui sono esposti i cittadini LGBT (OMISSIS), che li rende vittima di discriminazioni nel godimento dei diritti fondamentali.

Il Ministero dell’Interno ha presentato controricorso.

La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 17 novembre, per la quale non sono state depositate memorie.

Il primo motivo di ricorso, là dove attinge il giudizio di non attendibilità del richiedente, va disatteso perché si risolve in una critica dell’apprezzamento dell’attendibilità delle dichiarazioni rese dal sig. K. in ordine alla sua dichiarata omosessualità; apprezzamento che il tribunale ha motivatamente svolto con puntuale riferimento al disposto del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5.

L’ulteriore doglianza svolta nel primo motivo con riferimento all’asserita violazione del dovere di cooperazione istruttoria è anch’esse infondata, giacché il tribunale ha richiamato le informazioni tratte dal sito (OMISSIS) per escludere che in (OMISSIS) sia applicata la Sharia punire rapporti omosessuali (per la utilizzabilità dei report di Amnesty International per l’acquisizione di informazioni sulle condizioni degli Stati esteri, cfr. Cass. 13253/20). Tale doglianza peraltro, prima ancora che infondata, va giudicata inammissibile, al pari delle doglianze di cui al secondo, al terzo e al quarto manico di ricorso, giacché tutte lamentano, sotto diversi profili, errori nella valutazione operata dal tribunale in ordine ai rischi cui sono esposte in (OMISSIS) le persone di orientamento omosessuale; in tal modo eludendo la effettiva ratio decidendi del decreto impugnato, che risiede nella ritenuta inattendibilità delle affermazione del sig. K. in ordine alla propria omosessualità.

Il ricorso è rigettato.

Nulla per le spese, giacché il controricorso del Ministero risulta, a dispetto della indicazione della causa alla quale si riferisce (numero d’iscrizione a ruolo, nomi delle parti, decisione impugnata), privo di forza individualizzante, constando di uno schema avversativo di genere, sprovvisto cioè di concreta attitudine di contrasto, attraverso l’esposizione di argomenti specificamente indirizzati a quella vicenda e a quella decisione e posti a confronto di quel ricorso (in termini, Cass. 6186/21, non massimata).

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 17 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2021

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