Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21452 del 15/09/2017

Cassazione civile, sez. II, 15/09/2017, (ud. 17/02/2017, dep.15/09/2017),  n. 21452

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3021-2013 proposto da:

AZIENDA OSPEDALIERA S. ANNA e S. SEBASTIANO di CASERTA, c.f.

(OMISSIS), in persona del Direttore Generale nonchè legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

VELLETRI 21, presso lo studio dell’avvocato LORENZO MAZZEO, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

SPACE IMPORT-EXPORT S.r.l., p.iva (OMISSIS), elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA COLA DI RIENZO 69, presso la studio

dell’avvocato ALBERTO BOER, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato ALBERTO BOCCHIOLA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2003/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 07/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/02/2017 dal Consigliere Dott. CHIARA BESSO MARCHEIS;

udito l’Avvocato CLAUDIO GUZZO, con delega orale dell’Avvocato

LORENZO MAZZEO difensore della ricorrente, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato ALBERTO BOER, difensore della controricorrente, che

si è riportato agli scritti depositati;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

IACOVIELLO Francesco Mauro, che ha concluso per l’accoglimento del

primo motivo di ricorso con rinvio.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Space Import-Export s.r.l. ha convenuto in giudizio l’Azienda Ospedaliera S. Anna e S. Sebastiano di Caserta chiedendone la condanna a pagare una somma di denaro (25.945,48 Euro, oltre gli interessi legali) a titolo di corrispettivo di una fornitura di prodotti. La convenuta ha eccepito l’incompetenza del giudice adito – il Tribunale di Milano – e, in mancanza di un contratto scritto, l’infondatezza nel merito della domanda, l’illegittimità della richiesta degli interessi legali e l’indeterminatezza del credito vantato.

Il Tribunale Milano ha accolto la domanda, condannando l’Azienda Ospedaliera a pagare la somma richiesta, oltre gli interessi e le spese del giudizio.

2. L’Azienda Ospedaliera ha proposto appello, che è stato rigettato dalla Corte d’appello di Milano.

3. Contro questa sentenza l’Azienda Ospedaliera ha presentato ricorso per cassazione, articolato in tre motivi.

Controparte ha proposto controricorso.

La controricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I tre motivi del ricorso ripropongono motivi già fatti valere in appello.

Il primo motivo – dalla intestazione poco chiara – denuncia la violazione degli artt. 19 e 20 c.p.c. e “delle leggi che regolano la competenza per territorio secondo la tesoreria dell’ente pubblico sanitario”. La Corte d’appello avrebbe errato nel confermare la competenza del Tribunale di Milano, quando giudice competente invece è il Tribunale nel cui circondario ha sede legale la tesoreria dell’Azienda Ospedaliera.

Il motivo è infondato. Come già sottolineato dalla Corte d’appello, è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che “nelle controversie aventi ad oggetto il pagamento di somme di danaro da parte degli enti pubblici, le norme di contabilità che fissano il luogo di adempimento delle obbligazioni in quello della sede di tesoreria dell’ente, valgono ad individuare il forum destinatae solutionis, eventualmente in deroga all’art. 1182 c.c., ma non rendono detto foro nè esclusivo, nè inderogabile, sicchè la competenza per territorio può ben radicarsi sulla base di uno dei fori alternativi previsti dagli artt. 18,19 e 20 c.p.c.” (così, ex multis, Cass., 270/2015).

2. Il secondo motivo censura invece la motivazione – errata e insufficiente – laddove non tiene conto delle “norme che regolano la materia degli appalti pubblici” che vorrebbero, per tutti i contratti che superano i 20.000 euro, un sistema di scelta del contraente basato su un confronto concorrenziale tra almeno cinque offerte acquisite mediante gara informale.

Il motivo è infondato. Come ha chiarito la Corte d’appello, il D.L. n. 229 del 1999, art. 3 c.d. decreto Bindi, ha introdotto la previsione che i contratti di fornitura di beni e servizi, di valore inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria, possono essere gestiti direttamente secondo le norme di diritto privato.

3. Pure il terzo motivo censura la motivazione “errata e insufficiente” in quanto la Corte d’appello ha confermato la decisione del giudice di primo grado di applicare il D.Lgs. n. 231 del 2002 sugli interessi moratori pur in mancanza di un contratto tra le parti. Il motivo è infondato. La Corte d’appello – con motivazione puntuale ed esente da vizi logici – ricorda infatti come il contratto di fornitura sia regolarmente intervenuto tra l’Azienda, i cui funzionari autorizzati hanno sottoscritto gli ordini, e la società fornitrice.

4. Il ricorso va pertanto rigettato; le spese sono liquidate in dispositivo sulla base della soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, che liquida in Euro 3.200 per compensi, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione seconda Civile, il 17 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2017

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