Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21449 del 15/09/2017


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Cassazione civile, sez. II, 15/09/2017, (ud. 16/12/2016, dep.15/09/2017),  n. 21449

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24886-2012 proposto da:

P.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

BOCCA DI LEONE 78, presso lo studio dell’avvocato CURZIO CICALA, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO

MAZZOLENI;

– ricorrente –

contro

M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

RICCARDO MAZZON;

– controricorrente –

sul ricorso 7253-2015 proposto da:

P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BOCCA DI LEONE

78, presso lo studio dell’avvocato CURZIO CICALA, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO MAZZOLENI;

– ricorrente e c/ricorrente al ric. successivo –

contro

M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

RICCARDO MAZZON;

– controricorrente al ricorso successivo – avverso la sentenza n.

675/2012 non definitiva, depositata il 22/03/2012 e definitiva

n.2136/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il

19/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/12/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato MORABITO DE LUCA Pierantonio, con delega orale

dell’Avvocato CICALA Curzio, difensore del ricorrente che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

1.- M.M. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Venezia – Sezione Distaccata di S.Donà di Piave P.M..

L’attore chiedeva la condanna del convenuto al rilascio dell’appartamento di sua proprietà sito in (OMISSIS) (catastalmente individuato. in al F. (OMISSIS)) ed occupato dal P. sine titulo.

Costituitosi in giudizio il convenuto deduceva di aver stipulato il 18.11.2003 con l’attore un contratto preliminare di compravendita ed un contratto di appalto, in forza dei quali l’attore si era impegnato a cedergli circa cento metri quadrati di lastrico solare al prezzo di Euro 87.500,00 (e di aver di seguito versato caparra di Euro 10 mila ed acconti per complessivi e 27.500,00), con l’impegno di esso convenuto alla realizzazione sul detto lastrico di quattro appartamenti.

Il convenuto chiedeva, pertanto, in via riconvenzionale che fosse pronunciata sentenza ex art. 2932 c.c. che disponesse il trasferimento in proprio favore dell’appartamento sul lastrico solare e nel quale si era insediato a seguito dei lavori di realizzazione e finitura.

Il medesimo convenuto chiedeva, altresì, la condanna dell’attore al pagamento della somma di Euro 48.405,00 quale residuo importo dovuto per l’esecuzione dei lavori appaltati e che si erano concretizzati nella edificazione sul citato lastrico dei suddetti quattro appartamenti.

L’adito Tribunale, con sentenza n. 30/2010 accoglieva la domanda riconvenzionale, trasferiva l’appartamento al convenuto e condannava l’attore al pagamento della somma richiesta a titolo di saldo dei lavori appaltati ed eseguiti, disponendo la refusione in favore del convenuto delle spese di registrazione del contratto e di quelle di lite.

Avverso la suddetta decisione del Tribunale di prima istanza, di cui si chiedeva la riforma, interponeva appello il M..

Resisteva il P. chiedendo il rigetto dell’avverso gravame e proponendo appello incidentale affinchè il M. venisse condannato al pagamento dell’importo per la registrazione della sentenza di primo grado.

L’adita Corte di Appello di Venezia, con sentenza non definitiva n. 675/2012, dichiarava la nullità per indeterminatezza dell’oggetto del contratto preliminare inter partes di trasferimento dell’immobile, condannava M.M. a restituire al P. la somma di Euro 37.500,00, oltre interessi ed il P. al rilascio in favore del M. dell’immobile in (OMISSIS) innanzi indicato, nonchè al pagamento di indennità per l’occupazione da determinarsi in prosieguo di giudizio e, dichiarando inammissibili le domande dell’appellante principale tese alla declaratoria di risoluzione del contratto di appalto e di risarcimento danni per inadempimento del contratto stesso, rimetteva la causa in istruttoria con separata ordinanza.

Avverso la suddetta sentenza non definitiva ricorreva (ricorso n. R.G. 24886/2012) il P. con atto affidato a due ordini di motivi e resistito con controricorso dal M..

2.- Con ordinanza del 13 marzo 2012 (in pari data alla sentenza non definitiva n. 675/2012) la Corte di Appello di Venezia, nel decidere delle contrapposte domande di M.M. e P.M., rimetteva la causa in istruttoria.

Tanto al precipuo fine di accertare l’entità delle somme dovute dal primi al secondo per i lavori da quest’ultimo eseguiti per la realizzazione di appartamenti su un lastrico solare di edificio ubicato in (OMISSIS) ed in atti specificamente individuati.

All’esito della svolta istruttoria ed, in particolare, secondo le risultanze di apposita espletata CTU, la Corte territoriale – con sentenza definitiva n. 2136/2014 – condannava il M. alla corresponsione in favore del P. della somma di Euro 141.913,95, nonchè dell’ulteriore importi di Euro 20.583,15, oltre interessi, compensando le spese di entrambi i gradi del giudizio, salve quelle di CTU poste definitivamente a carico del M..

Per la cassazione della succitata sentenza definitiva ha interposto (per primo, cronologicamente) ricorso (n. R.G. 7253/2015) il M. con atto affidato a tre ordini di motivi e resistito, con controricorso, dal P., che – a sua volta – ha proposto anch’egli – avverso la medesima definitiva decisione – ricorso successivo al predetto e fondato su quattro ordini di motivi.

3.- Veniva, quindi, veniva fissata per l’odierna udienza la trattazione di entrambi i suddetto ricorsi.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- La Corte dispone, per ragioni di connessione e di opportunità della loro congiunta trattazione, la riunione al ricorso iscritto al n. R.G. 24886/2012 di quello successivo iscritto al n. 7253/2015.

Tanto in ossequio al noto principio, già affermato da questa Corte, secondo cui “i ricorsi per cassazione proposti contro sentenza-che, integrandosi reciprocamente, definiscono un unico giudizio (come, nella specie, la sentenza non definitiva e quella definitiva) vanno preliminarmente riuniti, trattandosi di un caso assimilabile a quello -previsto dall’art. 335 c.p.c. – della proposizione di più impugnazioni contro una medesima sentenza” (Cass. civ., Sez. Prima, Sent. 10 luglio 2001, n. 9377).

2.- Quanto al primo ricorso in esame, va – innanzitutto – rilevato che con il primo motivo dello stesso si censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 il vizio di “violazione degli artt. 1178,1346,1378 e 1555 c.c. in relazione all’art. 1367 c.c. ed agli artt. 112 e 115 c.p.c.”, nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 il vizio di “omessa, contraddittoria e, comunque, insufficiente motivazione della Corte di Appello su un punto decisivo e controverso del giudizio”.

Col motivo qui in esame parte ricorrente, in sostanza, ripercorre i brani salienti della sentenza gravata al fine precipuo di dedurre il preteso errore commesso dalla Corte territoriale consistito nel non aver ricostruito correttamente la “comune volontà delle parti” e, in particolare, nell’avere – residuando eventualmente un dubbio interpretativo – provveduto a dare essa una interpretazione del contratto capace di avere qualche effetto ai sensi dell’art. 1367 c.c..

Più specificamente parte ricorrente invoca, poi, l’erroneità della gravata decisione nella non corretta mancata individuazione, nella fattispecie, di una vendita generica ex art. 1378 c.c..

Il motivo non può essere accolto.

Innanzitutto va rilevato che, correttamente, l’impugnata sentenza ha evitato di considerare (così come fatto dal Giudice di prime cure) il contratto per cui è causa quale “preliminare di vendita di genere”, essendo – peraltro – tale tipo di vendita configurabile solo in presenza di talune indispensabili condizioni.

Quanto alla possibilità di configurare l’accordo inter partes relativo all’appartamento come una vendita di genere va rilevato, anche ai sensi dei principi giurisprudenziali di seguito riportati, che la riferibilità a tale categoria di un negozio avente ad oggetto un immobile deve comunque rispondere a precisi requisiti di determinazione o determinabilità dell’oggetto non riscontrabili nella concreta fattispecie in esame. Requisiti, beninteso, che neppure potevano ritenersi rinvenibili nell’ipotesi attraverso la rimessione dell’identificazione a mezzo di un successivo atto di frazionamento, in difetto di ogni altra previsione (nella fattispecie, ad esempio, non risulta neppure mai citata o documentata la conformità urbanistica dell’immobile di genere).

Al riguardo è necessario richiamare condivisi principi che questa Corte ha già avuto modo di affermare e dai quali emergono con chiarezza le condizioni necessariamente indispensabili al fine di configurare una vendita immobiliare di genere.

Con una meno recente pronuncia, di valore generale (e riferita alla vendita di un terreno da distaccarsi da una più ampia estensione), si affermò – a suo tempo – la possibile configurabilità di una vendita immobiliare di cose generiche, ma con la precisazione che comunque “….l’impossibilità di determinare l’esatta consistenza del terreno da trasferire era sussistente….nel caso in cui sussistevano margini di dubbio sulla identità del terreno e si rendeva perciò necessario tornare alla determinazione dell’oggetto con un patto successivo” (Cass. civ., Sez. Seconda, Sent. 29 marzo 2006, n. 7279).

Successivamente, con principio più pertinentemente applicabile alla fattispecie in esame – si è ribadito che “l’oggetto di un contratto preliminare di vendita immobiliare può essere determinato attraverso atti e fatti storici esterni al negozio, anche successivi alla sua conclusione, nella sola ipotesi in cui l’identificazione del bene da trasferire avvenga in sede di conclusione consensuale del contratto definitivo su base negoziale e non quando, invece afferisca ad una pronuncia giudiziale ex art. 2932 c.c., caso nel quale occorre l’esatta individuazione dell’immobile, con l’indicazione dei confini e d ei dato catastali, risulti dal preliminare…corrispondentemente all’esatto contenuto del contratto e senza poter attingere da latra documentazione i dati necessari alla specificazione del bene oggetto del trasferimento” (Cass. civ., Sez. Seconda, Sent. 16 gennaio 2013, n. 952).

Orbene, alla luce dei principi innanzi enunciati, deve ritenersi corretta la gravata sentenza laddove -sulla scorta di una propria motivata ricostruzione della volontà delle parti – ha ritenuto l’impossibilità – nella specifica ipotesi per cui è causa – di poter configurare validamente una vendita di genere.

Per il resto ogni altro aspetto valutativo della suddetta volontà costituisce questione di interpretazione rientrante nell’ambito di un apprezzamento di merito correttamente svolto dalla Corte distrettuale e non sindacabile in questa sede.

Il motivo è, quindi, infondato e va respinto.

3.- Con il secondo motivo del ricorso medesimo si deducono i vizi, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, di “violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c., artt. 1346 e 1378 c.c.”, nonchè omessa, contraddittoria e, comunque, insufficiente motivazione della Corte di Appello su un punto controverso e decisivo per il giudizio.

Viene lamentata una pretesa errata ed omessa interpretazione da parte della Corte territoriale perchè dalla stessa si era ritenuto che ” non si rinvengono neppure elementi che consentano di pervenire alla determinazione dell’oggetto del contratto in un momento successivo”.

Senonchè la riconducibilità ad un successivo frazionamento (cui si faceva cenno nel preliminare inter partes) non appare elemento sufficiente a poter configurare (anche in assenza di ogni altro elemento quale la conformità urbanistica) la determinabilità dell’oggetto della vendita immobiliare di genere.

Peraltro anche alla stregua della sentenza per ultimo citata la mancata specificazione di ogni elemento per una precisa individuazione dell’immobile venduto (quale appartamento ? di quale superficie, con quali confini ?) comportava comunque la correttamente ritenuta indeterminabilità – specie con un successivo mero frazionamento – dell’immobile e quindi la possibilità di configurare il tipo di vendita invocato dalla parte ricorrente.

Il motivo va, dunque, respinto.

4.- Quanto al secondo riunito ricorso (n. R.G. 7253/2015) ed, in particolare, a quello – che va qualificato principale – interposto dal M. deve rilevarsi che con il primo motivo dello stesso si censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, il vizio di “violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. in relazione all’art. 2697 c.c..

Nella sostanza si deduce che il Giudice di appello avrebbe omesso di considerare che non vi era prova, da parte del P., di aver eseguito le opere attribuitegli dal CTU.

La Corte avrebbe comunque errato – secondo la prospettazione di cui al motivo qui in esame – nella valutazione delle risultanze della CTU, dando per accertato quanto assunto dall’ausiliario del Giudice.

Quanto al primo profilo della sollevata censura esso sostanzia una questione nuova (e comunque come tale ritenuta in assenza di adeguata allegazione ed autosufficiente indicazione).

Quanto alle contestate risultanze della CTU, fatte proprie dalla Corte di,merito, la censura non è ammissibile. La stessa appare direttamene rivolta alle conclusioni della CTU e non riporta, con precise e trascritte contestazioni alla CTU svolte con apposite doglianze innanzi al Giudice del merito, il quale, ben poteva nell’ambito delle proprie attribuzioni, fare proprie quelle risultanze, che andavano contestate con adeguatezza.

Il motivo è, quindi, inammissibile.

5.- Con il secondo motivo dello stesso ricorso si deduce il vizio di “violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’art. 112 c.p.c. e, quindi, nullità della sentenza per avere il giudice di appello omesso di pronunciare sulla domanda posta dal M. in relazione alla questione relativa ai costi di costruzione dei tre appartamenti e dell’appartamento abitato dal P.”.

Il motivo è infondato.

Nell’ipotesi non può configurarsi una omesso giudicato.

La questione della valutazione (dei costi e del dovuto per l’appalto) era, infatti, insita nella complessiva valutazione CTU fatta propria dalla Corte territoriale.

Il motivo va, dunque, respinto.

6.- Con il terzo motivo del ricorso medesimo si prospetta, ex art. 360 c.p.c., n. 5, il vizio di “nullità della sentenza per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”.

Col motivo, nella sostanza, si intenderebbe ridiscutere l’aspetto della pronuncia, pretesamente omissiva, relativo alla “questione dei costi dei materiali”.

Il motivo, anche per lo stesso ordine di ragioni appena innanzi esposte, non può essere accolto.

La dedotta questione risulta essere insita nella valutazione del CTU fatta propria dalla Corte territoriale, la quale – quindi – non è incorsa in alcuna omissione di giudicato. Il motivo, quindi, in quanto infondato va rigettato.

7.- Il ricorso, da qualificarsi incidentale, svolto successivamente a quello innanzi esaminato dal P. avverso la citata sentenza definitiva è fondato su quattro complessi ordini di motivi.

Quest’ ultimi possono, in breve, così sinteticamente essere riassunti:

a) violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., nonchè omessa, contraddittoria e, comunque, insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo per il giudizio (“conclusioni del c.t.u. senza valutazione delle specifiche contestazioni di parte del P.”);-

b) violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 1226, 1338 e 2697 c.c. e artt. 112,115 e 116 c.p.c., nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omessa, contraddittoria e comunque insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo per il giudizio, nonchè, ancora, erronea o omessa pronuncia sulla domanda del P. di risarcimento danni (da intendersi come differenza tra il valore dell’immobile occupato ed il costo dei lavori per 10esecuzione dello stesso) e “omessa valutazione degli esiti della c.t.u.”;

c) violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3 dell’art. 2697 c.c. e art. 112 c.p.c., nonchè omessa motivazione in ordine alla mancata ammissione dei mezzi istruttori orali proposti dal P.;

d) violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92,96,112,115 e 116 c.p.c., nonchè omessa, contraddittoria e, comunque, insufficiente motivazione sul regolamento delle spese di lite.

8.- I quattro motivi, innanzi brevemente riassunti del ricorso incidentale del P., possono essere trattatati – è per ragioni di opportunità – congiuntamente e, per ciascuno di essi rispettivamente, va osservato – nell’ordine – quanto segue:

a) il primo motivo è infondato in quanto, allorchè vengono fatte proprie dal Giudice le conclusioni del CTU, non vi è un obbligo di specifica contestazione, in sentenza, delle eventuali contrarie argomentazioni tecniche di un CTP, peraltro da valutare nell’ambito delle operazioni dell’ausiliario del medesimo Giudice.

b) Il secondo motivo si riduce nella sostanza in un inammissibile istanza di revisione del ragionamento decisorio della Corte di merito.

Al riguardo va riaffermato il principio per cui “la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito emerga una totale obliterazione di elementi” (Cass civ., S.U., Sent. 25 ottobre 2013 n. 24148).

Nè, d’altra parte, “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 può equivalere e risolversi nella revisione del “ragionamento decisorio” (Cass. civ., Sez. L., Sent. 14 no novembre 2013, n. 25608).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

c) Quanto al terzo motivo, deve evidenziarsi che la sentenza non definitiva, pur ritenendo che “l’attività istruttoria (che) si appalesava necessaria (consisteva) nell’espletamento di una consulenza tecnica di ufficio”, aveva tuttavia lasciato intendere che sospendeva ogni altra valutazione n merito alle prove orali o quella pàrte delle stesse che potesse ancora rivestire un carattere di non superfluità di seguito all’espletamento di altro incombente istruttorio.

In particolare la medesima sentenza affermava espressamente (a pag. 40) che “rimaneva impregiudicata l’ammissione dei testi sui capitoli che ancora risulteranno ammissibili e rilevanti all’esito dell’indagine tecnica”.

Orbene in questa sede, col motivo in esame, si ripropone la questione dell’ammissione di prove orali.

Senonchè il motivo difetta di autosufficienza laddove non indica, come doveva, i testi da escutere, nè le circostanze su cui sentire i medesimi e neppure le parti della C.T.U., a ‘,seguito dell’espletamento della quale (come detto dalla stessa Corte territoriale) potevano ritenersi ancora non superflue e, quindi, necessarie le medesime prove orali.

Insomma il motivo non consente di verificare tale aspetto e, quindi, è – in quanto non autosufficiente- inammissibile.

d) La plurima censura, da ultimo svolta col ricorso incidentale qui in esame, è in parte inammissibile ed in parte infondata e deve, perciò, essere disattesa e respinta.

L’invocata carenza motivazionale tende ad una revisione del ragionamento decisorio del Giudice, revisione che – come già innanzi affermato – non può ammettersi in questa sede.

Peraltro la regolamentazione delle spese risulta effettuata dal Giudice del merito con propria logica ed adeguata valutazione della soccombenza.

Sotto il profilo della violazione di legge l’affermata parziale reciproca soccombenza, ritenuta dalla Corte del merito, non risulta contestata per la violazione di un canone ermeneutico, ma – in effetti – con l’allegazione (v., in particolare p. 33 del ricorso) ad una “insufficienza (del percorso) logico giuridico” per una pretesa “omessa valutazione delle varie fasi del processo” che costituisce più una argomentazione di parte che una emergenza della complessiva valutazione di parziale reciproca soccombenza operata dal Giudice.

Il motivo è, perciò, inammissibile.

9.- Alla stregua di quanto innanzi esposto, affermato e ritenuto va rigettato sia il primo ricorso principale del P. avverso la citata sentenza non definitiva che il ricorso principale e quello incidentale proposti dalle parti avverso la summenzionata sentenza definitiva.

10.- Sussistono, stante la complessiva reciproca soccombenza, le condizioni per compensare integralmente fra le parti le spese del giudizio.

11.- In relazione ad entrambi i ricorsi avverso la sentenza definitiva, e stante l’applicabilità – ratione temporis – ad essi della norma, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte di entrambi i ricorrenti, principale ed incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

LA CORTE

riunito al ricorso n. R.G. 24886/2012 il ricorso n. R.G. 7253/2015, rigetta il ricorso proposto da P.M. avverso l’impugnata sentenza non definitiva della Corte di Appello di Venezia di cui in epigrafe, rigetta i ricorsi principale ed incidentale, proposti dalle parti per la cassazione della sentenza definitiva, di cui in epigrafe, della medesima Corte distrettuale e compensa integralmente le spese del giudizio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, in quanto applicabile, si dà atto della sussistenza per il giudizio n. R.G. 7253/2015 – dei presupposti per il versamento, da parte sia del ricorrente principale, che di quello incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 16 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2017

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