Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21446 del 06/10/2020

Cassazione civile sez. I, 06/10/2020, (ud. 15/09/2020, dep. 06/10/2020), n.21446

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. ANDRONIO Alessandro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 33329/2018 proposto da:

A.C., elettivamente domiciliato in Roma Viale Angelico,

n. 38, presso lo studio dell’Avv. Roberto Maiorana, che lo

rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al

ricorso per cassazione.

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di ROMA n. 14439/2018, pubblicato in

data 10 ottobre 2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/09/2020 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, A.C., nato in (OMISSIS), ha impugnato dinanzi al Tribunale di Roma il provvedimento con cui la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria

2. Il richiedente ha dichiarato di essere di etnia (OMISSIS) e di fede cristiana; che era fuggito perchè il padre, che apparteneva alla setta degli (OMISSIS), non voleva sacrificarlo, come aveva fatto con gli altri due figli morti nel sonno, rispettivamente nel 2012 e nel 2014, così come gli era stato chiesto dalla setta; che non aveva più contatti con il padre e di non sapere cosa gli sarebbe potuto capitare se fosse stato costretto a tornare nel suo paese; che era fuggito dapprima in Libia e poi in Italia.

3. Il Tribunale ha respinto la domanda, con decreto del 10 ottobre 2018, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione internazionale, anche umanitaria.

4. Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso A.C., con atto notificato il 9 novembre 2018, svolgendo tre motivi.

5. L’Amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo A.C. lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto della discussione tra le parti, ovvero la fede cristiana professata dal ricorrente e la pericolosità per lo stesso di fare ritorno in Nigeria per questo specifico motivo.

2. Con il secondo motivo A.C. lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’errato esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto della discussione tra le parti, ovvero la condizione di pericolosità e le situazioni di violenza generalizzata esistenti in Nigeria e la contraddittorietà della pronuncia.

2.1. Premesso che il Tribunale ha esaminato e respinto la domanda di riconoscimento di protezione internazionale, avuto specifico riguardo ai presupposti legittimanti la protezione sussidiaria, dell’odierno ricorrente, sicchè il lamentato “omesso esame” è palesemente destituito di fondamento, le riportate doglianze non meritano accoglimento.

Il Tribunale ha correttamente escluso la sussistenza del “danno grave” per debito scrutinio della fattispecie in relazione alle previsioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. a) e b), nella estraneità della situazione di conflitto privato dedotto al potere costituito, correttamente individuato quale necessario esito dell’esercizio dei poteri dell’apparato amministrativo-giudiziario, e quindi in una pena capitale o comunque destinata a tramutarsi, nella sua espiazione, in un trattamento inumano o degradante.

In ciò valutando il racconto del richiedente e ritenendo le dichiarazioni del ricorrente poco circostanziate e nel complesso inverosimili e specificando gli aspetti di contraddittorietà rilevati alle pagine 3 e 4 del provvedimento impugnato e non ritenendo fondato il timore del richiedente di essere acquisito forzatamente dalla setta o di essere ucciso, nè il danno grave in caso di rimpatrio avuto riguardo alla condizione soggettiva dello stesso per motivi legati alla sua vicenda personale e alla situazione politico-sociale del paese di provenienza.

2.2 Ed invero, secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2003, ex art. 3, comma 5, lett. c) e tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ovvero sotto il profilo della mancanza assoluta della motivazione, della motivazione apparente, o perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Cass., 5 febbraio 2019, 2019, n. 3340; Cass., 12 giugno 2019, n. 15794).

2.3. E’ inammissibile, poi, il profilo di censura riguardante l’omesso esame della fede cristiana professata dal richiedente stante che il ricorrente non argomenta in ordine alla sua necessaria decisività, ovvero all’essere stato esso oggetto di discussione tra le parti, venendo in rilievo, piuttosto, argomentazioni meramente difensive.

Secondo l’orientamento di questa Corte il mancato esame deve riguardare un vero e proprio fatto, in senso storico e normativo, ossia un fatto principale, ex art. 2697 c.c., cioè un fatto costitutivo, modificativo impeditivo o estintivo, o anche un fatto secondario, vale a dire un fatto dedotto ed affermato dalle parti in funzione di prova di un fatto principale e non, invece, le argomentazioni o deduzioni difensive, oppure gli elementi istruttori in quanto tali, quando il fatto storico da essi rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (Cass., 20 giugno 2018, n. 16303; Cass. 13 dicembre 2017, n. 29883).

2.4 Il Tribunale ha, altresì, provveduto ad escludere la sussistenza di situazioni di minaccia grave e individuale alla vita o alla persona da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)) evidenziando l’attuale assetto politico-istituzionale della Nigeria in relazione alla zona di provenienza del ricorrente (Edo State).

Il Tribunale valorizza, infatti, richiamando specifiche fonti a pagina 5 del provvedimento impugnato, la circostanza che con riferimento alla zona di provenienza del ricorrente il rischio di attacchi dei gruppi ribelli nella regione del Delta del Niger riguardava le infrastrutture petrolifere e non rappresentava un pericolo per categorie indiscriminate di persone e che il ricorrente non aveva riferito di essere stato interessato da tali vicende.

Non sussiste, quindi, alcuna contraddizione lamentata, avendo affermato il Tribunale che il rischio di attacchi dei gruppi ribelli sussisteva, ma era indirizzato verso specifiche categorie di persone, tra le quali non rientrava il richiedente, e anche la circostanza che la zona Edo risultava all’ottavo posto fra gli Stati del delta del Niger per quanto concerne altre forme di violenza armata, lungi dall’essere affermazione contraddittoria, è ulteriore riscontro, valorizzato dal Tribunale, ai fini della ritenuta insussistenza di una situazione di violenza generalizzata.

L’apprezzamento di fatto, concludente, e sottratto al sindacato di legittimità, ha condotto, quindi, il Tribunale ad escludere la sussistenza di una situazione di grave danno in capo al ricorrente ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, anche per il profilo di cui alla lettera c).

3. Con il terzo motivo A.C. lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo errato il Tribunale a non applicare al ricorrente la protezione ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, non potendo essere rifiutato il permesso di soggiorno allo straniero, qualora ricorrano seri motivi di carattere umanitario, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, che vieta l’espulsione dello straniero che possa essere perseguitato nel suo paese d’origine o che ivi possa correre gravi rischi.

3.1 Del pari infondato è il motivo che insiste sulla situazione di vulnerabilità del ricorrente, richiedente la protezione umanitaria, mediante l’allegazione delle critiche e rischiose condizioni di vita esistenti in Nigeria, oltre che il richiamo alla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e tra questi il dritto alla salute e all’alimentazione, trattandosi di circostanze inidonee ad integrare, quantomeno in ragione della loro astrattezza, i presupposti della misura invocata e, comunque, dedotte in difetto di correlazione con la specifica ratio decidendi sottesa alla statuizione sul punto che ha affermato la mancata allegazione da parte del richiedente di specifiche ragioni di vulnerabilità e l’assenza di documentazione riguardante l’avvenuta integrazione sul territorio italiano.

In proposito, questa Corte, dopo avere precisato che “la protezione umanitaria, nel regime vigente “ratione temporis”, tutela situazioni di vulnerabilità – anche con riferimento a motivi di salute – da riferirsi ai presupposti di legge ed in conformità ad idonee allegazioni da parte del richiedente” ha evidenziato che “non è ipotizzabile nè un obbligo dello Stato italiano di garantire allo straniero “parametri di benessere”, nè quello di impedire, in caso di ritorno in patria, il sorgere di situazioni di ” estrema difficoltà economica e sociale”, in assenza di qualsivoglia effettiva condizione di vulnerabilità che prescinda dal risvolto prettamente economico” (Cass., 7 febbraio 2019, n. 3681).

3.2 E’ infondata anche la censura che richiama il principio di non refoulement previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, oltre che dalla direttiva 2008/115/CE.

Senza prescindere dalla genericità della deduzione che manca di ogni puntuale riferimento al caso in esame e manca di confronto con la decisione impugnata, va precisato che l’istituto del divieto di espulsione o di respingimento previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, in cui si declina il più generale principio di non refoulement, resta in ogni caso inserito nel diverso contesto dell’opposizione alla misura espulsiva, che impone al richiedente di prospettare il concreto pericolo di essere sottoposto a persecuzione o a trattamenti inumani e/o degradanti in caso di rimpatrio nel paese di origine, mentre la disciplina della protezione internazionale introduce una misura umanitaria, che conferisce al beneficiario il diritto a non vedersi nuovamente immesso in un contesto di elevato rischio personale, qualora tale condizione venga positivamente accertata dal giudice (Cass., 8 aprile 2019, n. 9762; Cass., 17 febbraio 2011 n. 3898).

4. In conclusione, il ricorso va rigettato.

Nulla sulle spese poichè l’Amministrazione intimata non ha svolto attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2020

 

 

 

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