Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21391 del 06/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 06/10/2020, (ud. 11/12/2019, dep. 06/10/2020), n.21391

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6523-2013 proposto da:

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE DELLE MILIZIE

34, presso lo studio dell’avvocato PIACENTINI FABIO, rappresentato e

difeso dall’avvocato D’AGOSTINO CAROLINA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI COSENZA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 155/2012 della COMM. TRIB. REG. di CATANZARO,

depositata il 20/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/12/2019 dal Consigliere Dott. SAIJA Salvatore.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La C.T.P. di Cosenza, con sentenza n. 743/08/2009, accolse il ricorso proposto da R.L. avverso l’avviso di accertamento emesso per l’anno 2000, notificatogli in data 8.11.2007, con cui venivano ripresi a tassazione maggiori redditi da lavoro autonomo (geologo), in forza dell’applicazione di studio di settore. Proposto appello dall’Ufficio, la C.T.R. della Calabria, con sentenza del 20.7.2012, lo accolse, riformando la prima decisione. Osservò il giudice d’appello – rigettando la relativa eccezione del contribuente – che il gravame era stato ritualmente proposto, in quanto firmato dal Direttore provinciale dell’Agenzia delle Entrate; nel merito, rilevò che, a fronte del contraddittorio avviato dall’Ufficio in virtù dell’afferente studio di settore, il contribuente non aveva contestato, sulla base di specifiche allegazioni, i dati settoriali su cui era basato l’accertamento.

R.L. ricorre ora per cassazione, sulla base di sei motivi, cui resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, si deduce violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 Il ricorrente lamenta la mancanza assoluta di motivazione della sentenza impugnata.

1.2 – Con il secondo motivo, si deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. Il ricorrente si duole della decisione impugnata, laddove ha ritenuto legittimo l’accertamento impugnato benchè non fosse stato formato dal Direttore dell’Ufficio, ma da un suo delegato.

1.3 – Con il terzo motivo, si deduce violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Il ricorrente lamenta l’inversione dell’onere della prova in cui sarebbe incorsa la C.T.R., nell’accogliere l’appello dell’Ufficio, senza aver tenuto conto del fatto che – nella fase del contraddittorio – l’Ufficio stesso aveva acquisito la documentazione contabile di esso ricorrente, sicchè l’accertamento era stato emesso sulla base dei soli parametri dello studio di settore.

1.4 – Con il quarto motivo, si deduce violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 35, ult. periodo, , in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il ricorrente si duole della mancata valutazione, da parte della C.T.R., delle eccezioni da lui sollevate in relazione alla tempestività dell’appello, alla mancata esposizione sommaria dei fatti, alla proposizione di motivi nuovi, nonchè alla presunta carenza di motivazione della sentenza (questione evidentemente sollevata dall’Ufficio con l’appello). Si duole, ancora, della totale inadeguatezza e illogicità della motivazione.

1.5 – Con il quinto motivo, si lamenta omessa, insufficiente ed illogica motivazione, in relazione al fatto controverso e decisivo per il giudizio, avuto riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. La C.T.R. sarebbe incorsa nel detto vizio motivazionale non avendo affrontato la questione dell’onere della prova ex art. 2697 c.c., che pure egli aveva richiamato in appello.

1.6 – Con il sesto motivo, infine, si richiama, quale vizio processuale rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado, la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, stante la nullità della notificazione dell’avviso di accertamento, perchè effettuata a mezzo del servizio postale.

2.1 – Il primo motivo è infondato.

Nell’accogliere l’appello dell’Ufficio, la C.T.R. ha dapprima confutato l’eccezione di inammissibilità del gravame sollevata dal Regino, per poi esaminare il merito. Quindi, dopo aver effettuato una ricognizione della giurisprudenza di legittimità in materia di accertamento standardizzato mediante l’applicazione di studi di settore, ha rilevato che il contribuente non aveva adempiuto l’onere della prova sullo stesso gravante, non avendo neanche provveduto a promuovere specifiche allegazioni, nè in sede contenziosa, nè tampoco in quella giurisdizionale.

Pertanto, la motivazione è stata adeguatamente resa dal giudice d’appello, anche in relazione al c.d. minimo costituzionale ex art. 111 Cost., comma 6.

3.1 – Il secondo motivo è inammissibile.

Come già evidenziato, riguardo ai poteri di rappresentanza del Direttore della Agenzia delle Entrate, la C.T.R. ha esaminato la questione non con riferimento alla sottoscrizione dell’avviso di accertamento, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 42, ma alla sottoscrizione dell’atto di appello, avendo eccepito il Regino il difetto di legittimazione da parte del funzionario che aveva firmato l’atto di gravame. Ne deriva che, per questo verso, il ricorrente non coglie, sul punto, la ratio decidendi.

Inoltre, la censura in discorso si palesa ulteriormente inammissibile per novità, non risultando dagli atti regolamentari (e specialmente dal ricorso, in spregio a quanto prescritto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) che essa fosse stata mai sollevata dal ricorrente in primo grado e riproposta in appello.

4.1 – Il terzo motivo è inammissibile.

In proposito, è stato anche di recente condivisibilmente affermato che “In tema di accertamento mediante studi di settore, al fine di superare la presunzione di reddito determinata dalla procedura standardizzata, grava sul contribuente l’onere di dimostrare, attraverso informazioni ricavabili da fonti di prova acquisite al processo con qualsiasi mezzo, la sussistenza di circostanze di fatto tali da far discostare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento e giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale in virtù di detta procedura” (Cass. n. 769/2019).

Ora, benchè il ricorrente sostenga di aver fornito all’Ufficio – nella fase del contraddittorio – la propria documentazione contabile, e che la C.T.R. avrebbe violato l’art. 2697 c.c., non può che rilevarsi che la stessa C.T.R. non ha affatto violato la regola dell’onere della prova, addossandola a parte diversa da quella su cui esso gravava, ma ha al contrario rilevato, con motivazione esaustiva, che il contribuente non ha dedotto alcunchè al riguardo (sub specie di “specifiche allegazioni”), nè in sede amministrativa, nè in quella giurisdizionale. Si tratta di un accertamento in fatto, non censurabile in sede di legittimità, se non sotto il profilo del vizio motivazionale, nella specie non proposto, riguardo ai profili in discorso.

5.1 – Anche il quarto motivo è inammissibile.

Il ricorrente, infatti, si duole dell’omesso esame di una serie di eccezioni da lui sollevate in appello, ma non indica, nel ricorso, il contenuto delle eccezioni stesse, nè riproduce il contenuto dell’appello dell’Ufficio, a suo dire, privo della esposizione dei fatti e contenente – addirittura, per essere il gravame proposto dalla Agenzia resistente in primo grado – motivi nuovi. Non specifica, poi, in relazione a quali specifici fatti controversi la motivazione sarebbe illogica e inadeguata, così rimanendo la censura nella vaghezza più assoluta.

In sostanza, dunque, il ricorrente, col mezzo in esame, è incorso nella violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, sia sotto il profilo del difetto di specificità, sia riguardo alla insufficiente esposizione dei fatti processuali.

6.1 – Stessa sorte segue anche il quinto motivo.

Riguardo alla ripartizione dell’onere della prova, ex art. 2697 c.c., i pretesi errori in cui sarebbe incorso il giudice d’appello non sono suscettibili di configurare un “fatto controverso”, secondo la formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nel testo applicabile ratione temporis; la censura attiene infatti, ad una “questione” (v. ex plurimis, Cass. n. 17761/2016), non a caso oggetto del terzo motivo, con cui è stata denunciata la violazione di norma di diritto, seppure inammissibilmente.

7.1 – Infine, anche il sesto motivo è inammissibile.

Infatti, la questione della notifica dell’avviso di accertamento, pur avanzata in primo grado, avrebbe dovuto essere riproposta in appello, in quanto non accolta dal primo giudice, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56. Anche in tal caso, dalla lettura del ricorso, non risulta che ciò sia avvenuto, così essendo nuovamente incorso il ricorrente nella violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3. Nè, del resto, lo stesso ricorrente mostra di volersi minimamente confrontare, sul punto, con la decisione impugnata, di cui non viene denunciato, al riguardo, alcun errore.

8.1 – In definitiva, il ricorso è rigettato. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito. Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 11 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2020

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