Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21386 del 06/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 06/10/2020, (ud. 07/11/2019, dep. 06/10/2020), n.21386

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. LOCATELLI – rel.Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. FRACANZANI M. Marcello – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso 4172-2012 proposto da:

UNUS INTERNATIONAL SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA

SCROFA 64, presso lo studio dell’avvocato CELLAMARE VINCENZO,

rappresentato e difeso dagli avvocati ZUNARELLI STEFANO, DEL

FEDERICO LORENZO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCAURA GENERALE DELLO STATO, che presenta e difende;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE CENTRO OPERATIVO PESCARA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 594/2011 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST.

PESCARA, depositata il 23/06/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/11/2119 dal Consigliere Dott. LOCATELLI GIUSEPPE.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

La Unus International spa inviava il formulario richiesto dal D.L. n. 285 del 2009, art. 29, comma 2, convertito nella L. n. 2 del 2009, per la prenotazione dell’accesso al credito di imposta previsto dalla L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, commi da 280 a 283, in relazione ai costi sostenuti per attività di ricerca industriale e sviluppo precompetitivo.

Il Centro Operativo di Pescara comunicava il diniego del nulla osta di accesso al credito di imposta “per esaurimento delle risorse finanziarie”.

Contro il provvedimento di diniego la società Unus International spa proponeva ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Pescara che lo accoglieva con sentenza n. 705 del 2010.

L’Agenzia delle Entrate proponeva appello alla Commissione tributaria regionale delle Marche che lo accoglieva con sentenza n. 594 del 23.6.2011, confermando il provvedimento di diniego.

Contro la sentenza di appello la società Unus International spa propone ricorso per cassazione sulla base di sei motivi (il primo costituito da una eccezione di illegittimità costituzionale). Deposita memoria.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

Il ricorso è infondato.

1.Primo motivo: “Illegittimità costituzionale del D.L. 29 novembre 2008, art. 29, commi 1, 2 e 3, convertito nella L. 28 gennaio 2009, n. 2; violazione degli artt. 3,41,97 e 117 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

La Corte Cost. con sentenza n. 149 del 2017 ha esaminato la questione di legittimità costituzionale del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, art. 29, commi 1, 2 e 3, convertito nella legge nella L. n. 2 del 2009, dichiarandola in parte infondata ed in parte inammissibile, sul rilievo che il principio, di rilevanza anche costituzionale, del legittimo affidamento del cittadino, non esclude che esso possa essere inciso, anche con effetti retroattivi, in considerazione di altri valori di uguale rilevanza costituzionale ed presenza di una “causalità adeguata”, individuata nella assenza, nella originaria disciplina, di un tetto massimo di spesa pubblica, introdotto dalla disposizione censurata, con la conseguente necessità della previsione di una selezione dei contribuenti da ammettere al beneficio; con la considerazione finale che ” il diritto in questione ha ad oggetto il riconoscimento di un beneficio… per di più di natura fiscale, e quindi maturato in un ambito in cui il tasso di politicità delle scelte legislative è massimo” (paragrafo 12 parte-motiva).

2. Secondo motivo: “Contraddittorietà ed illogicità della motivazione circa un fatto controverso e risolutivo per la definizione del giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”, nella parte in cui la C.T.R., dopo aver ritenuto sussistente un diritto soggettivo alla fruizione del credito di imposta, ha rigettato l’appello della contribuente.

Il motivo è infondato. Il giudice di appello, senza incorrere nel denunciato vizio di contraddittorietà della motivazione, ha osservato che, pur in presenza di un astratto riconoscimento del diritto alla agevolazione fiscale, la norma sopravvenuta di cui al D.L. n. 285 del 2008, art. 29, convertito nella L. n. 2 del 2009, in ragione dell’entità finita delle risorse pubbliche disponibili, ha introdotto una limitazione quantitativa alla fruizione del contributo, precedentemente consentito dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, senza la previsione di un tetto massimo di stanziamento.

3. Terzo motivo: “Violazione e falsa applicazione della L. 212 del 2000, art. 3 (Statuto dei diritti del contribuente) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, nella parte in cui ha ritenuto che non sussista una divieto costituzionale alla efficacia retroattiva di una norma tributaria.

Il motivo è infondato. Questa Corte ha più volte affermato il principio che le norme contenute nella L. 27 luglio 2000 n. 212, tra cui l’art. 3 che stabilisce la non retroattività delle disposizioni tributarie, anche se costituenti principi generali dell’ordinamento tributario, non hanno, nella gerarchia delle fonti, rango superiore alla legge ordinaria e quindi possono essere derogate da altre disposizioni di legge (Sez. 5, Sentenza n. 8145 del 11/04/2011; Sez. 5, Sentenza n. 4815 del 28/02/2014).Ne consegue che la regola generale della irretroattività delle disposizioni tributarie stabilita dalla L. n. 212 del 2000, art. 3 può essere derogata da altra specifica ed espressa norma, di pari rango legislativo, senza che ciò comporti violazione ai principi costituzionali.

4. Quarto motivo: “Violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 2 e dei principi comunitari in tema di legittimo affidamento, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Il motivo è infondato. Il giudice di appello ha correttamente osservato che il principio dell’affidamento e della buona fede tutelato dalla L. 212 del 2000, art. 10 ha riguardo ai rapporti intercorrenti tra contribuente ed Amministrazione finanziaria e non è riferibile all’esercizio della potestà legislativa che, nel caso in cui sia esercitata in violazione del principio dell’affidamento dei cittadini, può integrare una ipotesi di incostituzionalità della norma, espressamente esclusa, nel caso in esame, dalla citata sentenza della Corte Cost. n. 149 del 2017 in cui si afferma, tra l’altro, la conformità della normativa nazionale sulla limitazione alla fruizione di agevolazioni fiscali alla giurisprudenza comunitaria, atteso che “le attribuzioni di agevolazioni fiscali maturano in ambito in cui il tasso di politicità della scelte legislative è massimo, come riconosciuto dalla stessa giurisprudenza della Corte Edu ” (paragrafo 12.2 parte- motiva). In riferimento al legittimo affidamento quale principio del diritto unitario Europeo, la Corte di giustizia UE ha affermato che esso non si traduce nella aspettativa di intangibilità di una normativa, in particolare in settori in cui è necessario, e di conseguenza ragionevolmente prevedibile, che le norme in vigore vengano continuativamente adeguate alle variazioni della congiuntura economica (Corte UE sentenza del 23.11.1999, causa C-149 del 1996). In senso conforme questa Corte ha rilevato che, in materia di agevolazioni tributarie, non contrasta con il principio di legittimo affidamento, la previsione del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 1, (cd. “decreto anticrisi”), conv., con modif., in L. n. 2 del 2009, nella parte in cui istituisce un tetto massimo al credito d’imposta fruibile per le spese di ricerca e di sviluppo, anche con riguardo ai crediti maturati prima della sua entrata in vigore, perchè, come affermato dalla Corte Cost. e dalla Corte di Giustizia UE, detto principio arretra quando l’intervento normativo è giustificato dalla salvaguardia di principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, tra i quali rientra la finalità di detto decreto di mantenere il bilancio dello Stato nel rispetto dei limiti approvati anche in sede Europea. (Sez. 5 -, Ordinanza n. 5733 del 09/03/2018).

5. Quinto motivo: “Violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, nonchè della L. n. 241 del 1990, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, nella parte in cui la C.T.R. ritiene sufficientemente motivato il provvedimento di diniego.

Il motivo è infondato. Il giudice di appello ha rilevato che il provvedimento di diniego è stato motivato con l’intervenuto esaurimento delle risorse finanziarie destinate alla concessione della agevolazione fiscale in oggetto. L’indicazione di tale causale è sufficientemente esplicativa delle ragioni del diniego, ed il giudice di appello non è incorso in alcuna violazione delle norme che definiscono il contenuto dell’obbligo di motivazione degli atti tributari.

6. Sesto motivo: “Violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 2, nonchè della L. n. 241 del 1990, art. 21-octies, in elezione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, nella parte in cui la C.T.R. ha ritenuto che il diniego di nulla osta trasmesso telematicamente non necessitasse della indicazione del responsabile del procedimento.

Il motivo è infondato. L’indicazione del responsabile del procedimento negli atti dell’Amministrazione finanziaria non è richiesta, a pena di nullità, dalla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, in quanto tale sanzione è stata introdotta, per le sole cartelle di pagamento, dal D.L. 31 dicembre 2007, n. 248, art. 36, comma 4-ter, convertito, nella L. 28 febbraio 2008, n. 31, e soltanto con riguardo alle cartelle riferite ai ruoli consegnati agli agenti della riscossione a decorrere dal 1 giugno 2008. (Sez. U, Sentenza n. 11722 del 14/05/2010).

Il motivo è infondato anche con riferimento alla dedotta violazione della L. n. 241 del 1990, art. 21-octies. Nell’ordinamento tributario non esiste il dualismo nullità-annullabilità degli atti previsto nel procedimento amministrativo (L. n. 241 del 1990, artt. 21-septies e 21-octies), ma una categoria unitaria di invalidità che può essere pronunciata nei soli casi in cui la sanzione di nullità sia espressamente prevista dalla legge, senza che ad essa possa affiancarsi una ulteriore ed aggiuntiva categoria di atti “annullabili” anche se non “nulli” (in senso conforme Sez.5 n. 18448 del 18/9/2015). Pertanto, una volta accertato che la sanzione della nullità per mancata indicazione del responsabile del procedimento è prevista unicamente con riguardo alle cartelle di pagamento, non è possibile estendere “analogicamente” i casi di invalidità attraverso la introduzione surrettizia della categoria degli atti tributari non nulli ma annullabili (categoria inapplicabile in ambito tributario), pretesamente riferita ad atti affetti da vizi “minori” rispetto a quelli per i quali la legge commina espressamente la sanzione della nullità.

Si compensano le spese, considerata la peculiarità della disciplina normativa in oggetto, che ha richiesto, tra l’altro, uno scrutinio di legittimità costituzionale.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 7 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2020

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