Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21382 del 06/10/2020

Cassazione civile sez. trib., 06/10/2020, (ud. 30/05/2019, dep. 06/10/2020), n.21382

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angel – Maria –

Dott. NONNO Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14924/2012 R.G. proposto da:

B.A., elettivamente domiciliata in Roma, via XXIV

Maggio n. 43, presso lo studio dell’avv. Paolo Puri, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

Oqavverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del

Lazio n. 64/21/12, depositata il 12 marzo 2012.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 30 maggio

2019 dal Consigliere Giacomo Maria Nonno.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza n. 64/21/12 del 12/03/2012, la Commissione tributaria regionale del Lazio (di seguito CTR) accoglieva parzialmente l’appello proposto dalla Agenzia delle entrate avverso la sentenza n. 557/05/09 resa dalla Commissione tributaria provinciale di Roma (di seguito CTP), che aveva a sua volta accolto il ricorso proposto da B.A. avverso un avviso di accertamento per IRPEF 2004;

1.1. come si evince dalla sentenza della CTR, con l’avviso di accertamento impugnato l’Amministrazione finanziaria determinava nei confronti della contribuente il reddito da partecipazione quale socia di Consulting s.r.l., società a ristretta base sociale, oggetto di attività di controllo;

1.2. la CTR motivava il parziale accoglimento dell’appello dell’Agenzia delle entrate osservando che l’accertamento dell’Ufficio era legittimamente fondato sulla presunzione di distribuzione degli utili extra bilancio ai soci in società con base personale ristretta, presunzione idonea a determinare l’inversione dell’onere della prova;

2. B.A. impugnava la sentenza della CTR con ricorso per cassazione, affidato a nove motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c.;

3. l’Agenzia delle entrate resisteva in giudizio con controricorso;

4. all’udienza del 03/04/2017 la causa veniva rinviata a nuovo ruolo onde acquisire il fascicolo d’ufficio e, quindi, la stessa veniva discussa all’adunanza del 30/05/2019, in vista della quale la contribuente depositava ulteriore memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo di ricorso B.A. deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, evidenziando che il giudice di appello avrebbe mancato di rilevare l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, non essendo stata proposta alcuna impugnazione con riferimento al difetto di motivazione dell’atto impositivo per mancata allegazione dei documenti nello stesso richiamati;

2. con il secondo motivo di ricorso si deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, evidenziandosi che la sentenza non avrebbe pronunciato sull’eccezione di giudicato interno proposta dalla ricorrente;

2. i motivi, che possono essere congiuntamente esaminati vertendo su questioni connesse, sono infondati;

2.1. dall’esame del fascicolo di causa si evince che in sede di appello l’Agenzia delle entrate, laddove ha contestato l’ammissibilità della memoria illustrativa presentata in primo grado dalla contribuente (come risulta anche dalla sentenza impugnata), ha censurato per questo tramite anche la sentenza di primo grado, che si fonda appunto sulle considerazioni svolte da B. “nell’ultimo scritto difensivo” (così la sentenza della CTP);

2.2. ne consegue che, non potendo ritenersi la sussistenza dell’eccepito giudicato interno, i motivi proposti vanno senz’altro disattesi;

3. con il terzo motivo di ricorso si deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo la CTR omesso di pronunciarsi in ordine al rilevato difetto di motivazione dell’atto di accertamento;

4. il motivo va disatteso;

4.1. secondo la giurisprudenza di questa Corte, per integrare il vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di una espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto; il che non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia (Cass. n. 17956 dell’11/09/2015; Cass. n. 20311 del 04/10/2011);

4.2. nel caso di specie, il giudice di appello riferisce in narrativa della questione in ordine alla quale la pronuncia si ritiene omessa, così dimostrando di percepirla e rigettarla implicitamente, calibrando la propria decisione sui profili di merito;

5. con il quarto motivo di ricorso si deduce la violazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7 e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 4 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziandosi che la sentenza della CTR sarebbe stata pronunciata in violazione dei principi cardine che regolano la motivazione degli atti impositivi;

6. il motivo è inammissibile;

6.1. si è già detto, con riferimento al terzo motivo, che, in ordine al difetto di motivazione dell’avviso di accertamento, la sentenza impugnata si è pronunciata rigettando implicitamente la censura;

6.2. orbene, a fronte di un implicito rigetto e in assenza di un accertamento concernente il contenuto dell’avviso di accertamento, alla Corte non sono consentiti l’esame diretto di quest’ultimo atto e l’autonoma verifica dell’effettiva sussistenza della denunciata violazione di legge, così come il motivo sembra sollecitare (anche alla luce di quanto affermato nell’ultima memoria depositata dalla ricorrente);

6.3. la ricorrente avrebbe, dunque, dovuto proporre uno specifico vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

7. con il quinto motivo di ricorso si deduce contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, evidenziandosi l’insanabile contrasto tra motivazione e dispositivo, laddove si afferma, in motivazione, che il ricorso è in parte infondato e si conclude, in dispositivo, per l’accoglimento dell’appello dell’Ufficio, con conseguente nullità della sentenza;

7.1. il motivo è infondato;

7.2. indipendentemente dall’erronea deduzione del motivo come vizio di motivazione (ben potendosi lo stesso convertire ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), deve rilevarsi che per comportare la nullità della sentenza il contrasto tra motivazione e dispositivo deve essere insanabile, in modo tale che il provvedimento risulti inidoneo a consentire l’individuazione del concreto comando giudiziale e, conseguentemente, del diritto o bene riconosciuto (Cass. n. 26074 del 17/10/2018; Cass. n. 5939 del 12/03/2018; Cass. n. 16014 del 27/06/2017; Cass. n. 26077 del 30/12/2015);

7.3. non sussiste, invece, la dedotta nullità della sentenza allorquando il contrasto tra formulazione letterale del dispositivo e motivazione non incida sull’idoneità del provvedimento, considerato complessivamente nella totalità delle sue componenti testuali, a rendere conoscibile il contenuto della statuizione, potendo in tali ipotesi procedersi, al fine di individuare il dictum del giudice, ad una interpretazione congiunta di dispositivo e motivazione (Cass. n. 24600 del 18/10/2017; Cass. n. 17910 del 10/09/2015), salva l’applicazione della procedura di correzione dell’errore materiale (Cass. n. 22433 del 26/09/2017; Cass. n. 16488 del 19/07/2006);

7.4. nel caso di specie, la lettura congiunta di motivazione e dispositivo confermano all’evidenza l’accoglimento dell’appello proposto dall’Agenzia delle entrate con riferimento al merito delle pretese, escluso ogni rilievo delle eccezioni processuali rivolte alla sentenza della CTP, che sono state implicitamente disattese (di qui la precisazione, in motivazione, del parziale accoglimento dell’appello);

7.4.1. tuttavia, la decisione finale ha riconosciuto il buon diritto dell’Ufficio e comportato il rigetto dell’originario ricorso del contribuente: il che spiega, se non giustifica, l’impropria formula finale di accoglimento dell’appello;

7.4.2. in altri termini, il contrasto tra motivazione e dispositivo non è, nella specie, affatto insanabile e, potendosi facilmente individuare il dictum del giudice in via interpretativa, non può ritenersi la nullità della sentenza impugnata;

8. con il sesto motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa e/o insufficiente motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, costituito dalla estraneità della B. alle vicende della società e dalla insussistenza di quel vincolo di affettività che avvincerebbe i soci di una società di capitali a ristretta base partecipativa;

9. con il settimo motivo di ricorso si contesta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 45 (Testo unico delle imposte sui redditi – TUIR), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, mancando la prova dell’effettiva percezione, da parte della contribuente, dei redditi da capitale;

10. i due motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per ragioni di connessione, sono infondati;

10.1. per consolidato orientamento di questa Corte, in generale, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base partecipativa, è legittima la presunzione di attribuzione ai soci degli eventuali utili extracontabili accertati, rimanendo salva la facoltà per il contribuente di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti oggetto di distribuzione, ma siano stati, invece, accantonati dalla società, ovvero da essa reinvestiti, non essendo comunque a tal fine sufficiente la mera deduzione che l’esercizio sociale ufficiale si sia concluso con perdite contabili (ex multis, Cass. n. 23247 del 27/09/2018, resa tra le stesse parti; Cass. n. 27778 del 22/11/2017; Cass. n. 15824 del 29/07/2016);

10.2. in quest’ottica, è del tutto irrilevante la contestazione di estraneità alla gestione della società, giacchè è pacifico tra le parti che nell’anno d’imposta in questione la contribuente sia stata l’amministratrice di diritto della società (la circostanza risulta dalla sentenza appellata, pag. 2, ed è ammessa dalla stessa B. a pag. 8 della memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c.) e, come tale, titolare di poteri/doveri gestori derivanti dalla semplice accettazione della carica (da ultimo, Cass. pen. 1590 del 15/01/2008, Vispa), indipendentemente dalla sussistenza di un amministratore di fatto, individuato nella persona dell’ex coniuge Br.An.;

11. con l’ottavo e con il nono motivo di ricorso si deduce la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 163 TUIR e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 67 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziandosi l’applicazione, da parte della sentenza della CTR, di un vero e proprio meccanismo legale di tassazione per trasparenza, analogo a quello previsto dalla legge per le società di persone, con conseguente indebita equiparazione delle due forme societarie (ottavo motivo), con ciò ignorandosi i meccanismi per l’eliminazione della doppia imposizione economica degli utili societari (nono motivo);

12. i motivi sono infondati;

12.1. secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 19687 del 27/09/2011; Cass. n. 23427 del 2018, cit.), in tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’operatività del divieto di doppia imposizione postula la reiterata applicazione della medesima imposta in dipendenza dello stesso presupposto;

12.2. la predetta condizione non si verifica in caso di duplicità meramente economica di prelievo sullo stesso reddito, quale quella che si realizza, in caso di partecipazione al capitale di una società commerciale, con la tassazione del reddito sia ai fini dell’IRES, quale utile della società, sia ai fini dell’IRPEF, quale provento dei soci, attesa la diversità non solo dei soggetti passivi, ma anche dei requisiti posti a base delle due diverse imposizioni;

13. in conclusione, il ricorso va rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio, che si liquidano come in dispositivo, tenuto conto di un valore della lite dichiarato di Euro 422.058,00.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, nei confronti della controricorrente, delle spese del presente giudizio, che si liquidano in complessivi Euro 7.800,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 30 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 ottobre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA