Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21359 del 24/10/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. VI, 24/10/2016, (ud. 22/09/2016, dep. 24/10/2016), n.21359

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.D.G., rappresentata e difesa, in forza di

procura speciale a margine del ricorso, dagli Avv. Domenico Polimeni

e Attilio Cotroneo, con domicilio eletto nel loro studio in Roma,

via Ludovisi, n. 36;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministero pro tempore,

rappresentato e difeso, per legge, dall’Avvocatura generale dello

Stato, con domicilio eletto negli Uffici di questa in Roma, via dei

Portoghesi, n. 12;

– resistente –

avverso il decreto della Corte d’appello di Catanzaro in data 7 marzo

2015;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 22

settembre 2016 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

udito l’Avv. Antonino Pellicanò, per delega dell’Avv. Domenico

Polimeni.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che la Corte d’appello di Catanzaro, con decreto in data 7 marzo 2015, ha condannato il Ministero della giustizia al pagamento, in favore di C.D.G., della somma di Euro 2.500 a titolo di equa riparazione ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, per il danno non patrimoniale subito a seguito dell’eccessiva durata di un processo civile svoltosi dinanzi alla Corte d’appello di Reggio Calabria, dopo avere quantificato in due anni e sei mesi il periodo di irragionevole durata e avere determinato in Euro 1.000 per anno di ritardo l’indennizzo;

che, con lo stesso decreto, la Corte di Catanzaro ha regolato le spese processuali, compensandole per la metà in conseguenza del parziale accoglimento della domanda e ponendo l’altra parte a carico del Ministero, liquidando l’intero in complessivi euro 540,82, oltre accessori di legge, con distrazione in favore dei procuratori anticipatari;

che per la cassazione del decreto della Corte d’appello la C. ha proposto ricorso, con atto notificato l’11 giugno 2015, sulla base di cinque motivi, illustrati con memoria;

che l’intimato Ministero non ha resistito con controricorso, ma ha depositato un atto di costituzione ai fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che con il primo motivo (violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 6 della CEDU) ci si duole che la Corte d’appello, nel computo della durata irragionevole del processo, invece di detrarre i tempi ragionevoli dall’intera durata del giudizio (primo grado ed appello), li abbia detratti tutti dal solo grado di appello, sul presupposto che tale ritardo si era registrato solo in tale fase;

che il motivo è infondato;

che la Corte territoriale ha individuato in nove anni la durata complessiva del processo nei due gradi di giudizio, essendo il processo iniziato con ricorso depositato in data 22 luglio 2003 presso la Sezione lavoro del Tribunale di Reggio Calabria ed essendo la sentenza della Corte d’appello stata depositata il 25 giugno 2012;

che – avendo il decreto impugnato calcolato in cinque anni e quattro mesi il periodo di durata ragionevole nei due gradi di giudizio (tre anni per il primo grado e due anni e quattro mesi per l’appello) – correttamente il periodo di durata irragionevole è stato determinato in due anni e sei mesi, detraendosi dalla durata complessiva il periodo di durata ragionevole nei due gradi di giudizio e il periodo di un anno (dal 30 marzo 2005 al 30 marzo 2006) intercorso per proporre l’impugnazione;

che con il secondo mezzo (violazione dell’art. 91 c.p.c. nonchè dell’art. 6, par. 1, della CEDU e della L. n. 89 del 2001, art. 2) si lamenta che la Corte di Catanzaro, in presenza di giudizi riuniti (l’altro ricorso era stato proposto da C.M.F.), abbia liquidato le spese con un unico importo;

che il motivo è infondato;

che, infatti, in tema di equa riparazione, configura abuso del processo la condotta di coloro che, avendo agito unitariamente nel processo presupposto, in tal modo dimostrando la carenza di interesse a diversificare le rispettive posizioni, propongano contemporaneamente, con identico patrocinio legale, distinti ricorsi per ottenere l’indennizzo ex lege n. 89 del 2001, così da instaurare cause inevitabilmente destinate alla riunione in quanto connesse per oggetto e titolo (Cass., Sez. 6-2, 9 febbraio 2016, n. 2587);

che, pertanto, va confermato il decreto della Corte d’appello che, a seguito della riunione di distinti ricorsi presentati dai medesimi difensori, per conto di soggetti ( C.D.G. e C.M.F.) aventi la stessa posizione nel processo a quo, ha ritenuto il giudizio come unitario ab origine, liquidando le spese di lite con un importo unico;

che il terzo motivo (violazione del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, artt. 1, 2, 4, 5, 11, 28 e 29 e dell’art. 113 c.p.c. in relazione all’art. 1 preleggi, n. 2, agli artt. 24, 36 e 111 Cost., L. n. 89 del 2001, art. 2 e segg. e art. 35 CEDU, ancora in relazione agli artt. 91 e 274 c.p.c.) denuncia la violazione dei minimi tariffari;

che il motivo è fondato, nei sensi di seguito precisati;

che va premessa l’applicabilità alla fattispecie del D.M. n. 55 del 2014, essendo stata ultimata l’attività difensiva sotto l’impero di tale decreto;

che le spese del giudizio di merito – tenuto conto dello scaglione di valore applicabile (quello da Euro 1.100,01 ad Euro 5.200) per i giudizi innanzi alla Corte d’appello nonchè previa riduzione del 70% del compenso per la fase istruttoria e del 50% dell’importo derivante dalla somma dei compensi previsti per le singole fasi – ammontano ad Euro 1.198,50 per compensi, cui vanno aggiunti Euro 40,82 per esborsi, accessori di legge e spese forfettarie;

che tale importo è superiore a quello di Euro 540,82 (di cui Euro 40,82 per esborsi) liquidato dal giudice del merito;

che non si ravvisano le condizioni che giustificano l’aumento, discrezionale, del compenso del 20% per il secondo soggetto difeso;

che con il quarto motivo (violazione dell’art. 91 c.p.c., comma 1, e art. 92 c.p.c., comma 2) e con il quinto motivo (violazione degli artt. 3 e 24 Cost., della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 CEDU) si lamenta la compensazione parziale delle spese in assenza di gravi ed eccezionali ragioni, deducendosi che la compensazione avrebbe di fatto vanificato il risultato del giudizio;

che i motivi – da esaminare congiuntamente, stante la stretta connessione – sono fondati;

che la Corte d’appello ha compensato per metà le spese processuali, ando sussistenti giusti motivi “in conseguenza del parziale accoglimento della domanda e della mancata contestazione di parte resistente”;

che sennonchè la mancata opposizione dell’Amministrazione alla domanda di equa di riparazione rivolta nei suoi confronti non giustifica, di per sè, la compensazione delle corrispondenti spese processuali, allorchè comunque l’istante sia stato costretto ad adire il giudice per ottenere il riconoscimento del diritto (Cass., Sez. 6-1, 17 ottobre 2013, n. 23632);

che, d’altra parte, il riconoscimento di un importo (Euro 2.500) inferiore a quello (Euro 4.000) domandato dalla ricorrente non è qui significativo di una soccombenza parziale, derivando dall’applicazione di un moltiplicatore (Euro 1.000 per anno di ritardo) più basso rispetto a quello (Euro 1.500) che pure sarebbe stato possibile secondo i criteri CEDU (v. Cass., Sez. 6-2, 16 luglio 2015, n. 14976);

che il decreto impugnato è cassato in relazione alle censure accolte sul capo relativo alle spese;

che ben può procedersi alla decisione nel merito del ricorso, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., nessun ulteriore accertamento di fatto essendo residuato alla cognizione di questa Corte;

che, ferme le altre statuizioni, le spese del giudizio di merito vanno appunto liquidate in Euro 1.239,32 oltre accessori di legge, di cui Euro 40,82 per esborsi, con distrazione in favore degli Avv. Domenico Polimeni e Attilio Cotroneo;

che le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, vanno compensate per la metà, stante l’accoglimento solo parziale del ricorso, e vanno poste, per il resto, secondo il criterio della soccombenza, a carico del Ministero, con distrazione.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo, rigetta il secondo, accoglie il terzo, nei sensi di cui in motivazione, il quarto ed il quinto; cassa il decreto impugnato in relazione al capo delle spese, e, decidendo nel merito, ferme le altre statuizioni del decreto impugnato, condanna il Ministero della giustizia al rimborso delle spese del giudizio di merito, che liquida, complessivamente, in Euro 1.239,32, di cui Euro 40,82 per esborsi, oltre accessori di legge e spese forfettarie. Pone a carico del Ministero la metà delle spese del giudizio di cassazione, previa compensazione della restante parte, liquidandole, nell’intero, in Euro 800 per compensi, di cui Euro 100 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone la distrazione delle spese del giudizio, come liquidate, in favore degli Avvocati Domenico Polimeni e Attilio Cotroneo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta civile – 2 della Corte suprema di Cassazione, il 22 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA