Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21342 del 14/10/2011

Cassazione civile sez. VI, 14/10/2011, (ud. 17/06/2011, dep. 14/10/2011), n.21342

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso R.G. n. 25053/10 proposto da:

T.V. (c.f. (OMISSIS)), F.A. (c.f.

(OMISSIS)), F.E. (c.f. (OMISSIS)), questi

ultimi due quali unici eredi di T.A., elettivamente

domiciliati in Roma, via G. Nicotera, 24, presso lo studio degli

avv.ti Sposato Francesco e Gianluca, che li rappresentano e difendono

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

T.M. (cf. (OMISSIS), selettivamente domiciliata

in Roma Via Venti settembre 98/E presso lo studio dell’avv. Barbara

Alberto che la rappresenta e difende giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

B.I., TI.Al. e T.P., residenti in

(OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 9081/10 della Corte di Cassazione, depositata

il 15.4.2010;

vista la relazione scritta della causa svolta dal Consigliere Dott.

Felice Manna;

udito l’avv. Francesco Sposato, difensore dei ricorrenti, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’avv. Alberto Barbara, difensore della controricorrente, che

ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice che ha concluso aderendo alla relazione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1^ – Il consigliere relatore nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c. ha depositato la seguente relazione ai sensi degli artt. 380-bis e 375 c.p.c..

“1. – A., V., Al. e T.P. e B.I. agivano innanzi al Tribunale di Roma affinchè il testamento olografo datato (OMISSIS), con il quale T. V. aveva nominato sua unica erede la sorella M., fosse dichiarato falso ovvero nullo per incapacità naturale della disponente.

T.M., convenuta, resisteva alla domanda, che il Tribunale rigettava con sentenza dell’8.5.2003.

Anche l’impugnazione delle parti attrici era respinta, con sentenza della Corte d’appello di Roma del 23.10.2007.

1.1. – Il ricorso per cassazione proposto da T.A. e V., era rigettato con sentenza n. 9081/10 pronunciata dalla seconda sezione civile di questa Corte, pubblicata il 15.4.2010.

Per quanto ancora rileva nella presente sede, questa Corte Suprema osservava che il giudice di secondo grado aveva valutato come maggiormente incisive e simili a quella del testamento, due delle firme di comparazione esaminate dal c.t.u., rispetto alle altre in base alle quali quest’ultimo aveva, invece, ritenuto apocrifa la sottoscrizione dell’atto di ultima volontà. La doglianza svolta al riguardo dalle parti ricorrenti,, consisteva nel prospettare una diversa ricostruzione dei fatti, a loro più favorevole, mentre la sentenza d’appello aveva motivatamente espresso le ragioni in base alle quali aveva ritenuto di discostarsi dalle conclusioni del c.t.u.

grafologo. La Corte territoriale, infatti, aveva valorizzato, in aggiunta a quanto sopra, sia la circostanza che, come emerso da una cartella clinica del (OMISSIS), la de cuius non presentava tremori agli arti superiori, sia il fatto che il teste Bo., ex convivente della donna, nel recarsi a farle visita l’aveva trovata intenta a scrivere il testamento.

Conseguentemente, doveva considerarsi insindacabile la scelta, operata dal giudice di merito, circa le risultanze istruttorie selezionate come decisive.

2. – Contro tale sentenza T.V. e F.A. ed E., questi ultimi due quali unici eredi di T.A., hanno proposto ricorso per revocazione, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 e art. 391 -bis c.p.c..

2.1. – Resiste con controricorso T.M..

2.2. – Gli altri intimati, B.I. e Ti.Al. e P., non hanno svolto attività difensiva.

3. – Due i motivi posti a base dell’impugnazione.

3.1. – Con il primo, articolato in due censure, i ricorrenti sostengono che questa Corte Suprema avrebbe fondato la propria decisione sul presupposto di un’inesistente attestazione di incisività delle due firme di T.V. apposte in calce a due procure notarili del 27.4.2000, con tratto più marcato rispetto alle scritture del 1998 e ritenuto sostanzialmente identico a quello della scheda testamentaria; nonchè su di un’attestazione, anch’essa inesistente, per cui i tremori indotti dalla malattia sarebbero stati assenti negli arti superiori della de cuius, mentre, al contrario nella cartella clinica relativa al ricovero del (OMISSIS) tale giudizio riguarda anche gli arti inferiori.

3.1.1. – La prima censura, che attiene alla valutazione delle firme delle due procure notarili del 27.2.2000, mira a sostenere che nessun atto processuale ne attesti o certifichi l’incisività, erroneamente attribuita come identica alla sottoscrizione del testamento olografo, e che l’unico atto istruttorio al riguardo sia costituito dalla relazione del c.t.u., che nella sua funzione percettiva conferma che le firme comparative di T.V. permangono omogenee nell’arco di tempo compreso tra il (OMISSIS), con esclusione della firma della scheda testamentaria.

3.1.2. – La seconda censura riguarda l’assenza di tremori della testatrice, assenza che la pronuncia impugnata avrebbe riferito solo agli arti superiori della de cuius durante un periodo di ricovero nel (OMISSIS), lì dove, invece, detta cartella clinica da atto dell’assenza di tremori in generale, e dunque sia agli arti superiori, sia a quelli inferiori, tant’è che T.V. fu ricoverata per un ciclo di fisiokinesiterapia per tutti gli arti. Se si fosse tenuto conto di ciò, proseguono i ricorrenti, e non del dato relativo all’assenza del tremore limitatamente agli arti superiori, la decisione avrebbe potuto essere diversa, posto che la rigidità della mano destra e la rallentata presa muscolare hanno rilievo assoluto sulla grafia.

3.2. – Con il secondo motivo si sostiene che questa Corte avrebbe fondato la sua decisione su di un fatto incontestabilmente escluso, essendo errata l’affermazione che il teste Bo. sarebbe stato un ex convivente della testatrice. La stessa Corte non ha fornito ragione dell’eventuale irrilevanza tra convivenza ed ex convivenza, nonostante le parti in allora ricorrenti avessero evidenziato l’interesse diretto del testimone quale convivente della defunta T.V., in quanto intestatario con lei di un deposito bancario di oltre un milione di Euro.

4. – Il ricorso è manifestamente inammissibile, in quanto, sotto l’apparenza dell’errore di fatto, introduce critiche dirette a far valere pretesi errori di giudizio, per i quali non è consentito il rimedio revocatorio.

4.1. – Quest’ultimo, infatti, è configurabile nei confronti delle sentenze emesse dalla Corte di cassazione solo nelle ipotesi in cui quest’ultima sia giudice del fatto e, in particolare, quando abbia valutato sull’ammissibilità e procedibilità del ricorso, e si individua nell’errore meramente percettivo, risultante in modo incontrovertibile dagli atti e tale da aver indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione della situazione processuale, e non anche nella pretesa errata valutazione di fatti esattamente rappresentati (v. Cass. nn. 3365/09, S.U. 26022/08, 5075/08, 5076/08). L’errore revocatorio, inoltre, deve riguardare gli atti interni al giudizio di legittimità, e cioè quegli atti che la Corte deve e può esaminare direttamente con propria indagine di fatto all’interno dei motivi di ricorso, e deve incidere unicamente sulla sentenza di legittimità, in quanto, qualora fosse configurabile come causa determinante della pronuncia impugnata in cassazione, il correlato vizio potrebbe essere fatto valere esclusivamente con i rimedi proponibili contro la sentenza di merito (v. Cass. n. 24856/06).

Il difetto di semplice percezione, per cui la sentenza impugnata per revocazione deve aver affermato ovvero escluso un fatto che, invece, sia incontrovertibilmente riscontrabile in senso contrario sulla base del mero ed immediato riscontro degli atti, deve avere ad oggetto, pertanto, un fatto processuale, e non un elemento della ricostruzione storica rilevante ai fini della decisione di merito, ricostruzione che non essendo sindacabile nell’ambito del giudizio di legittimità, ove sorretta da motivazione sufficiente e logica, non può neppure avere rilievo ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4.

4.1.1. – Nel caso di specie, i ricorrenti deducono quale preteso errore di fatto una pura valutazione di merito, sol che si consideri che la maggiore o minore “incisività” di una firma nel raffronto con un’altra non è un fatto storico, ma un caratteristico giudizio critico. Nè per eludere tale constatazione ha pregio escamotage verbale di identificare il fatto oggetto del dedotto errore revocatorio non nel giudizio di “incisività”, ma nella “attestazione” della sua esistenza, perchè una siffatta affermazione rileverebbe solo se la pronuncia di cassazione avesse sostenuto, contrariamente al vero, che un tale giudizio risulti formulato nella sentenza d’appello. Ma poichè così non è, atteso che i ricorrenti, dopo aver detto, testualmente, che “nessun atto processuale attesta e/o certifica la incisività (erroneamente) attribuita come identica alla sottoscrizione del testamento olografo”, proseguono, a dimostrazione, sostenendo (non già che la sentenza del S.C. abbia erroneamente riportato e presupposto il contenuto della decisione d’appello, ma) che “l’unico atto istruttorio è costituito dall’accertamento fatto dal c.t.u. nella sua funzione percettiva…”, è di tutta evidenza che il motivo in esame non fa che riprodurre una censura di puro merito rivolta alla sentenza di secondo grado, nella parte in cui quest’ultima ha disatteso il giudizio tecnico dell’ausiliario.

4.1.2. – Analogamente è a dirsi quanto al secondo punto del primo motivo d’impugnazione, e al secondo motivo, l’uno e l’altro incentrati sulla contestazione di fatti che sarebbero stati scorrettamente ricostruiti ovvero erroneamente valutati già dalla sentenza d’appello. Anche in tal caso le censure non dimostrano che questa S.C. avrebbe erroneamente percepito un fatto processuale contenuto in atti cui essa aveva accesso, ma si limitano alla citazione critica del contenuto di un documento (la cartella clinica relativa al ricovero di T.V.) e di una deposizione (quella del teste B.), da cui si trarrebbero elementi di giudizio favorevoli alla parte ricorrente.

4.2. – Icastica rappresentazione di erroneo impiego del rimedio revocatorio, la sintesi contenuta a pag. 10 del ricorso così afferma: “… Il giudice di legittimità, se non avesse ritenuto sussistere nelle due firme del (OMISSIS) incisività e pressione maggiore delle precedenti identica alla scheda testamentaria, poteva (sic) decidere in maniera difforme o prendere conclusioni diverse. Lo stesso dicasi per errata esclusione di tremore come limitata soltanto agli arti superiori della testatrice con riferimento alla cartella clinica del (OMISSIS) e per la errata affermazione circa la ex convivenza con la testatrice del teste B.V.”.

Orbene, la sentenza n. 9081/10 di questa Corte non ha “ritenuto” nulla di quanto le attribuisce parte ricorrente, per la semplice ragione che, nel rispetto dei limiti interni del sindacato di legittimità, ha solo valutato la sufficienza e la logicità della motivazione svolta dal giudice di merito in ordine all’accertamento di ciascuno dei fatti sopra richiamati, la cui ipotetica percezione difforme dalla realtà processuale avrebbe potuto legittimare, semmai, l’impugnazione per revocazione della sentenza della Corte d’appello capitolina.

5. – Per quanto sopra considerato, si propone la decisione del ricorso con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 1″.

2^ – Parte ricorrente nella propria memoria presentata ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2, contrappone che, però, la proponibilità del rimedio revocatorio avverso la sentenza di secondo grado sarebbe esclusa dalla stessa ritenuta ammissibilità del ricorso per cassazione, che è stato respinto perchè infondato, con il che la relativa questione sarebbe superata; e ribadisce che la sentenza di questa Suprema Corte, oggetto di revocazione, ha supposto esistente “l’incisività” delle firme dell'(OMISSIS) di T. V., come identiche a quella della scheda testamentaria, così decidendo in contrasto con l’unica prova acquisita all’interno degli atti, costituita dagli accertamenti di fatto espletati dal c.t.u..

2^. – Entrambe; le obiezioni sono destituite di pregio.

La prima, oltre a rivolgersi ad un obiter dictum puramente esplicativo dell’eterogenesi del rimedio revocatorio ex art. 391-bis c.p.c. rispetto a quello previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4 – non solo non considera che l’ammissibilità del ricorso per cassazione sul quale si è pronunciata la sentenza n. 9081/10 di questa Corte riguardava motivi proposti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., e non può, pertanto, essere spesa per sostenere affermazioni ivi non espresse, nè tanto meno implicite, data la totale al tenta tra impugnazione per cassazione e revocazione per errore di fatto; ma altresì scopre il carattere paralogico del ragionamento dei ricorrenti, perchè l’asserita efficacia preclusiva della citata sentenza di cassazione non potrebbe riguardare il rimedio revocatorio ex art. 395 c.p.c., n. 4 senza coinvolgere anche la relativa questione di fatto su cui in ipotesi (e senza null’altro voler concedere) esso avrebbe potuto basarsi. Preclusa rispetto alla sentenza d’appello, la medesima questione sull’asserito errore revocatorio non potrebbe efficacemente rieditarsi in sede di legittimità. La seconda rifiuta, del tutto immotivatamente, di rispondere a quanto già esplicitato nella relazione, ossia che l’impugnata sentenza n. 9081/10 non ha nè accertato, nè “presupposto” altro che non fosse stato affermato dalla sentenza d’appello, che il compito del giudice di legittimità non è di condividere o non una data ricostruzione e valutazione dei fatti, ma solo operare un controllo di sufficienza e logicità della motivazione della sentenza di merito, controllo che non può essere rimesso in discussione attraverso un uso deviante dell’impugnazione di cui all’art. 39 bis c.p.c..

4^ – Conseguentemente, questa Corte condivide la relazione e la correlata proposta di definizione camerale del procedimento, per cui il ricorso va dichiarato inammissibile.

5^ – Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza delle parti ricorrenti.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna le parti ricorrenti, in solido fra loro, alle spese, che liquida in Euro 3.200,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre spese generali di studio, IVA e CPA come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sesta sezione civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 17 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2011

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