Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21305 del 20/10/2016


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Cassazione civile sez. II, 20/10/2016, (ud. 13/09/2016, dep. 20/10/2016), n.21305

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5507/2013 proposto da:

T.G., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

ANTONIO MUSA 12-A, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO PERTICA,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato PIERLUIGI

FABBRO;

– ricorrente –

contro

V.A., (OMISSIS), G.R. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DI PORTA PINCIANA 4, presso lo studio

dell’avvocato FABRIZIO IMBARDELLI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato CARLO PRIMOSIG;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 435/2012 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 03/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/09/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;

uditi gli Avvocati Pertica e Imbardelli;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto

del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 30.3.2003, V.A. e G.R. convennero T.G. innanzi al Tribunale di Gorizia, domandando lo scioglimento della comunione ereditaria proveniente dalla successione del defunto G.R., relativa ad alcuni beni immobili siti in (OMISSIS).

T.G. si costituì, e premessa la non comoda divisibilità dei beni in natura, ne chiese l’assegnazione salvo conguaglio.

Con sentenza del 10 settembre 2009 il Tribunale procedette alla divisione del compendio, attribuendo alcuni beni agli attori ed altri al convenuto.

V.A. e G.R. appellarono la sentenza di primo grado, chiedendo una modifica delle attribuzioni in senso conforme alla proposta formulata dal consulente tecnico d’ufficio, avendo il Tribunale invece deciso secondo le indicazioni del consulente di parte convenuta. Il T., costituendosi, ribadì le richieste avanzate in primo grado, chiedendo in subordine la conferma della sentenza. La Corte d’Appello di Trieste, con sentenza n. 435/2012 del 3 luglio 2012, rilevato che il Tribunale aveva immotivatamente disatteso le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, assegnando agli attori alcune particelle incluse all’interno di altre assegnate al convenuto, e, viceversa, ritenuta la proposta di divisione operata dal CTU maggiormente confacente allo sfruttamento, anche economico, dei beni e quindi all’interesse delle parti, modificò le assegnazioni in senso conforme al progetto di divisione dell’ausiliare incaricato in primo grado.

3. T.G. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo. Resistono con controricorso V.A. e G.R., i quali hanno presentato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., in data 7 settembre 2016.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

In adesione all’eccezione formulata dai controricorrenti, è inammissibile, ai sensi dell’art. 372 c.p.c., la produzione degli atti di denuncia-querela operata dal ricorrente.

Con l’unico motivo il ricorrente denunzia violazione dell’art. 727 c.c. e vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia, dolendosi della decisione della Corte d’appello di procedere alle assegnazioni secondo la proposta di divisione formulata dal consulente nominato in primo grado. Si sostiene che ogni soluzione di divisione diversa da quella proposta da T.G. avrebbe accentuato l’animosità esistente tra le parti (animosità provata con i mezzi istruttori assunti in primo grado) e si ricorda come il giudice ben possa discostarsi del progetto di divisione predisposto dal CTU, quando ritenga di poter meglio soddisfare l’interesse dei condividenti. La proposta del consulente dovrebbe costituire al più un’indicazione di massima per il giudice del merito, che resta libero di formare i lotti anche in maniera diversa. Il ricorrente contesta alla Corte d’Appello di Trieste di aver applicato “pedissequamente l’art. 727 c.c.” e di aver omesso ogni motivazione sull’animosità stessa dei comproprietari, animosità confermata dal fatto che dopo la sentenza d’appello le controparti avevano presentato querele nei suoi confronti.

Il motivo è del tutto infondato.

La censura non considera come, in tema di divisione ereditaria, rientra nei poteri del giudice di merito, ed è perciò incensurabile in cassazione, accertare se, nell’ipotesi in cui nel patrimonio comune vi siano più immobili da dividere, il diritto del condividente sia meglio soddisfatto attraverso il frazionamento delle singole entità immobiliari oppure attraverso l’assegnazione di interi immobili ad ogni condividente, salvo il conguaglio in favore degli altri. E ciò in quanto il principio stabilito dall’art. 727 c.c. (di cui, del resto, il ricorrente critica un’applicazione “pedissequa ad opera della Corte d’appello), in virtù del quale nello scioglimento della comunione il giudice deve formare lotti comprensivi di eguali quantità di beni mobili, immobili e crediti, non ha natura assoluta e vincolante, ma costituisce un mero criterio di massima, sicchè resta in facoltà del giudice della divisione formare i lotti anche in maniera diversa, là dove ritenga che l’interesse dei condividenti sia meglio soddisfatto attraverso l’attribuzione di un intero immobile, piuttosto che attraverso il suo frazionamento, ed il relativo giudizio è incensurabile in cassazione, se adeguatamente motivato (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12482 del 16/06/2016; Cass. Sei. 2, Sentenza n. 6134 del 12/03/2010; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 16219 del 16/06/2008; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 15105 dei 22/11/2000).

La Corte di Trieste ha affermato di aver condiviso il progetto divisorio del CTU, giacchè la soluzione proposta dall’ausiliare risultava satisfattiva della maggioranza della quota detenuta da V.A. e G.R. con un conguaglio pari a soltanto Euro 132,55, e con assegnazione al T. di soli terreni, così evitando un frazionamento eccessivo dei fondi carsici, come la creazione di servitù di passaggio ed il deprezzamento dell’immobile presente alla p.c. 55/2. In tale modo, la Corte d’appello ha correttamente esercitato l’ampia discrezionalità spettante al giudice del merito nell’esercizio del potere di attribuzione delle porzioni ai condividenti, e ne ha dato adeguato conto in motivazione, dimostrando di aver considerato anche gli interessi individuali delle parti confrontandoli con gli altri interessi rilevanti nella specie, allo scopo di compiere la scelta più appropriata. La propensione del ricorrente per un diverso assetto della divisione non è, di per sè, idonea a determinare il vizio di omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, qualora, come nel caso in esame, il giudice di merito abbia adottato il progetto predisposto dal consulente tecnico d’ufficio, dopo di avere esaminato e confutato le critiche ad esso rivolte dalle parti, dovendo la motivazione del rigetto delle deduzioni non esaminate ritenersi implicita nella contraria decisione adottata.

I limiti istituzionali del giudizio di cassazione si rivelano poi chiaramente inadeguati a consentire a questa Corte di sindacare la scelta operata dal giudice d’appello nella formazione delle quote secondo criteri di opportunità, quale quello della soluzione che più stemperi l’animosità tra i condividenti.

Conseguono il rigetto del ricorso e la regolazione secondo soccombenza delle spese del giudizio di cassazione in favore dei controriccorrenti.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto del T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti a rimborsare ai controricorrenti le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2016

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