Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21304 del 20/10/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. II, 20/10/2016, (ud. 13/09/2016, dep. 20/10/2016), n.21304

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7209/2015 proposto da:

M.G., B.A. M, elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA VITTORIA COLONNA 32, presso lo studio dell’avvocato FABIO

CINTIOLI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

VITTORIO BECHI;

– ricorrenti –

contro

NUOVO PIGNONE HOLDING SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZA

BENEDETTO CAIROLI 6, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA

GERVASIO, rappresentata e difesa dall’avvocato VINCENZO VIGORITI;

INSO SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZA BENEDETTO CAIROLI

6, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA GERVASIO, rappresentata

e difesa dall’avvocato VIERI ROMAGNOLI;

– controricorrente –

e contro

STUDIO LEGALE ASSOCIATO M., B., R., T.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 394/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 05/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/09/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;

uditi gli Avvocati Lo Pinto, per delega dell’avvocato Cintioli,

Romagnoli e Vigoriti;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 26 luglio 2002 gli avvocati M.G. e B.A. convenivano dinanzi al Tribunale di Firenze (procedimento R.G. 4456/02) la INSO Sistemi per le Infrastrutture Sociali s.p.a. e lo Studio Legale Associato M. – B. R. – T., chiedendo che la INSO, “in proprio e/o quale capogruppo mandataria dell’Associazione Temporanea di Imprese (A.T.I.) costituita con la s.p.a. BENTINI COSTRUZIONI” venisse condannata a corrispondere loro l’importo di Euro 6.014.032,99, o la diversa somma ritenuta di giustizia, da suddividere al 50% pro capite. con riconoscimento dell’obbligo degli attori di trasferire l’importo suddetto allo Studio Legale Associato; ovvero, in subordine, i medesimi avvocati M.G. e B.A. chiedevano che la INSO venisse condannata al pagamento in loro favore del detto importo.

Gli attori evidenziavano che la stessa domanda era stata proposta in altro giudizio dallo Studio Legale Associato ed era pendente davanti allo stesso Tribunale di Firenze (R.G. 3284/00) e che il compenso richiesto alla INSO era relativo all’attività giudiziale e stragiudiziale espletata in favore della stessa in relazione alla partecipazione alla gara, all’aggiudicazione dell’appalto ed alla predisposizione del contratto inerenti la progettazione, realizzazione e manutenzione pluriennale del Nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze.

Lo Studio Legale Associato M. – B. – R. – T. si costituiva, aderendo alle domande degli attori.

Anche la INSO Sistemi per le Infrastrutture Sociali s.p.a. si costituiva, contestava l’an ed il quantum della pretesa attrice e chiamava in causa la Nuovo Pignone Holding s.p.a., deducendo che questa avesse ceduto al Consorzio Etruria soc. coop. a r.l. la totalità della sua partecipazione in INSO, assumendo nei confronti della cessionaria l’obbligo di manlevarla da ogni somma che fosse dovuta allo Studio Legale Associato M. – B. – R. – T. od ai professionisti che ne facessero parte. La Nuovo Pignone Holding s.p.a. domandava, inoltre, di chiamare in causa la Bentini Costruzioni s.p.a., perchè venisse accertato che questa era obbligata in solido per il pagamento dei pretesi compensi professionali. Ancora, la Nuovo Pignone Holding s.p.a. chiedeva che venisse dichiarata la sua estraneità ai rapporti fra INSO s.p.a. e Bentini Costruzioni s.p.a., con riguardo ad eventuali manleve o garanzie dalla prima prestate per la seconda.

Bentini Costruzioni s.p.a., nei costituirsi, eccepiva in via pregiudiziale la superfluità della sua chiamata in causa, essendo già parte del giudizio l’A.T.I. nella quale era mandante, ed opponeva altresì che la chiamante Nuovo Pignone Holding non poteva proporre alcuna domanda nei suoi confronti, sicchè chiedeva di essere estromessa. Inoltre, la Bentini Costruzioni faceva valere l’accordo del (OMISSIS), intercorso con la INSO, nel quale questa si era impegnata a tenerla indenne dalle pretese degli avvocati M. e B..

Al procedimento 4456/02 R.G., intentato con la citazione del 26 luglio 2002 degli avvocati M.G. e B.A., veniva riunito il procedimento n. 5955/03 R.G., promosso successivamente da INSO s.p.a. contro Bentini Costruzioni s.p.a., al fine di sentir accertare la sussistenza fra le parti di un’A.T.I., nonchè il conseguente obbligo in solido della Bentini Costruzioni con riguardo a quanto eventualmente dovuto agli avvocati M. e B.. Tale domanda era stata resistita da Bentini Costruzioni, che a sua volta chiedeva che venisse accertato l’obbligo di INSO di tenerla indenne da ogni richiesta di pagamento proveniente dagli avvocati M. e B..

Il Tribunale di Firenze, con sentenza n. 185/2008 del 18 gennaio 2008: dichiarava la carenza di interesse ad agire degli avvocati M. e B. in ordine alla loro domanda di accertamento del loro obbligo di versare il compenso reclamato allo Studio Legale Associato M.- B. – R.- T.; dichiarava la carenza di interesse ad agire dello Studio Legale Associato in ordine alla reciproca domanda di accertamento dell’obbligo di versamento dei compensi proposta nei confronti degli avvocati M. e B.; dichiarava che lo Studio Legale Associato fosse carente di legittimazione attiva quanto alla domanda “trasversale”, proposta contro INSO; accertava tra le parti del rapporto di prestazione professionale l’esistenza di un accordo per l’applicazione dei minimi tariffari e perciò, accogliendo parzialmente la domanda degli avvocati M. e B., condannava la INSO al pagamento in favore degli attori del minor importo di Euro 899.045.53 oltre interessi legali “.dal dovuto… al saldo”; accertava che la Nuovo Pignone Holding fosse obbligata a manlevare la INSO e perciò condannava la chiamata in causa a tenere indenne quest’ultima dell’importo della condanna; rigettava le domande proposte da INSO e Nuovo Pignone Holding nei confronti della Bentini Costruzioni.

Questa sentenza era impugnata in via principale dalla INSO s.p.a. nei confronti degli avvocati B. e M., della Nuova Pignone Holding, della Bentini Costruzioni e dello Studio Legale Associato M. – B. – R. – T..

Si costituivano nel giudizio di appello gli avvocati B. e M., che opponevano l’inammissibilità e l’infondatezza dell’impugnazione principale, e proponevano altresì appello in via incidentale, dolendosi della decisione di primo grado nella parte in cui era stato ritenuto sussistente un accordo per l’applicazione dei minimi tariffari.

Si costituiva nel giudizio di gravame anche la Nuovo Pignone Holding s.p.a., dichiarando di aderire all’appello principale della INSO e censurando la sentenza del Tribunale di Firenze quanto al capo con il quale essa era stata condannata a rimborsare le spese legali sostenute dalla INSO.

Si costituiva ancora la Costruzioni Bentini s.p.a., chiedendo la conferma della pronuncia di primo grado.

Rimaneva contumace lo Studio legale associato.

Intervenuto il fallimento della Costruzioni Bentini s.p.a. e dichiarata l’interruzione del processo, Nuovo Pignone Holding e INSO rinunciavano alle domande proposte contro quella.

Con sentenza n. 394 del 5 marzo 2015, la Corte d’Appello di Firenze, accertata la rinuncia ad ogni domanda proposta da INSO e da Nuovo Pignone Holding nei confronti della Bentini Costruzioni s.p.a., in riforma della sentenza del Tribunale di Firenze, dichiarava che il credito degli avvocati M.G. e B.A.M. nei confronti della INSO s.p.a., per i titoli dedotti nel presente giudizio, fosse pari ad Euro 209.786,01 oltre accessori di legge; condannava, perciò, gli avvocati M. e B.. in via solidale fra di loro, a restituire alla Nuovo Pignone Holding la differenza fra l’importo di Euro 1.130.660,87, al netto delle spese di precetto, e quello loro dovuto sulla base della sentenza di riforma; compensava le spese di lite del doppio grado fra gli avvocati M. e B., da un lato, e INSO e Nuovo Pignone Holding, dall’altro; in accoglimento dell’appello incidentale della Nuovo Pignone Holding nei confronti della INSO, compensava le spese del primo grado fra tali parti, compensando pure quelle del secondo grado.

M.G. e B.A.M. hanno proposto ricorso per cassazione articolato in nove motivi.

Resistono con controricorsi la INSO s.p.a. e la GE Italia Holding s.p.a. (già Nuovo Pignone Holding s.p.a.), rimanendo intimato senza svolgere attività difensiva lo Studio legale associato M. B. – R. – T..

I ricorrenti hanno presentato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., in data 7 settembre 2016.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va pregiudizialmente rigettata l’istanza di riunione avanzata dai ricorrenti in data 25 luglio 2016, poi reiterata nella memoria ex art. 378 c.p.c., con riferimento al ricorso recante numero R.G. 12034/2015, proposto avverso la sentenza n. 644/2014 del 14 aprile 2014, resa dalla stessa Corte d’Appello di Firenze, giudizio che si assume abbia già ricostruito “l’accordo M. – B. – INSO sulla determinazione dei compensi professionali” e relativo alla “vicenda Ospedali”. La riunione delle impugnazioni, che è obbligatoria, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., ove esse investano lo stesso provvedimento, può altresì essere facoltativamente disposta, anche in sede di legittimità, ma a condizione che i ricorsi, seppur proposti contro provvedimenti diversi, siano fra loro connessi, nel senso che la loro trattazione separata prospetti l’eventualità di soluzioni contrastanti, ovvero siano ravvisabili ragioni di economia processuale o profili di unitarietà sostanziale e processuale delle controversie (cfr, Cass. Sez. U, Sentenza n. 1521 del 23/01/2013); laddove, nel caso in esame, le prospettate ragioni di connessione tra i due ricorsi (parziale identità soggettiva dei giudizi, con riferimento alle persone dei professionisti legali ed alla società cliente, unitarietà del rapporto di assistenza professionale, pur nella diversità delle specifiche prestazioni oggetto delle distinte cause, e presumile analogia di alcune delle questioni di diritto implicate) non appaiono tali da rendere opportuno, per ragioni di economia processuale, il loro esame congiunto.

1.11 primo motivo di ricorso di M.G. e B.A.M. deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c. e art. 1269 c.c., nonchè dell’art. 112 c.p.c.. Si assume l’erroneità della sentenza impugnata per aver ritenuto sussistente l’interesse ad agire di INSO, essendo la Nuovo Pignone Holding subentrata per novazione soggettiva nell’obbligo di corrispondere la somma di Euro 899.045,53 accordata dal Tribunale ai ricorrenti, sicchè INSO non aveva interesse a proporre impugnativa della sentenza di primo grado. Si sostiene ancora l’erroneità della sentenza della Corte di Firenze per violazione dell’art. 112 c.p.c., giacchè essa non ha tenuto conto delle domande formulate dall’appellante principale INSO e dall’appellante incidentale Nuovo Pignone, in ragione delle quali quest’ultima si è dichiarata obbligata al pagamento dei compensi professionali degli attuali ricorrenti, sicchè, quale sostanziale soccombente, era l’unica parte ad avere il concreto e giuridico interesse a contestare l’importo liquidato dal Tribunale di Firenze con la sentenza n. 185/2008.

1.1. Questo primo motivo di ricorso è del tutto infondato.

La sentenza del Tribunale di Firenze n. 185/2008 aveva accolto in parte la domanda proposta dagli avvocati M. e B. nei confronti della INSO Sistemi per le Infrastrutture Sociali s.p.a., ed aveva, infatti, condannato la INSO al pagamento in favore degli attori dell’importo di Euro 899.045.53, oltre accessori; la stessa sentenza aveva poi accertato che la Nuovo Pignone Holding fosse obbligata a manlevare la INSO, e perciò condannato la chiamata in causa a tenere indenne quest’ultima.

E’ noto come la regola dell’art. 100 c.p.c., a norma della quale per proporre una domanda, o per resistere ad essa, è necessario avervi interesse, si applica anche al giudizio di impugnazione, nel senso che l’interesse ad impugnare presuppone una soccombenza, anche parziale, intesa in senso sostanziale e non formale, non potendosi prescindere, nell’accertamento dell’interesse all’impugnazione, dalla prospettazione delle domande formulata dalla parte attrice (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 6770 del 04/05/2012).

Allorchè, pertanto, come nel caso di specie, il convenuto sia condannato dal giudice di primo grado, in accoglimento della domanda principale, al pagamento di quanto richiesto dall’attore, tale condanna rende il medesimo convenuto debitore nei confronti dell’attore, e ciò lo legittima a proporre impugnazione, senza che tale soccombenza sia elisa dal fatto che sia stata accolta anche la domanda proposta dal convenuto nei confronti del terzo chiamato in causa, al fine di essere tenuto indenne dagli effetti di quella condanna, trattandosi di domanda diversa che non ne fa venire meno la giuridica soccombenza rispetto alla domanda attorea (si vedano indicativamente Cass. Sez. U, Sentenza n. 1729 del 06/02/2003; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 75 del 10/01/1977).

E’ poi proprio inammissibile la denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c., ove si assume dai ricorrenti che la Corte di Firenze non abbia tenuto conto delle domande formulate dalla INSO e dalla Nuovo Pignone. La Corte d’Appello ha compiutamente motivato sul punto che “non è vero che l’obbligo di manleva di INSO riconosciuto a carico di Nuova Pignone Holding privi la prima di un interesse in ordine alla definizione della controversia… Il fatto (documentato) che dopo la sentenza Nuova Pignone Holding abbia provveduto al pagamento direttamente nei confronti dei due professionisti non sposta minimamente i termini della questione. Infatti l’interesse all’impugnazione deve essere valutato in relazione al contenuto della sentenza (parzialmente negativo per INSO), e quello che rileva è l’utilità giuridica e non solo economica ritraibile dalla chiesta riforma della sentenza. Sia sufficiente considerare che è innegabile un interesse giuridicamente rilevante della INSO a vedersi dichiarata obbligata al pagamento di un importo inferiore a quello nei suoi confronti preteso”.

Costituisce allora consolidato insegnamento di questa Corte che, per configurarsi l’omessa pronunzia da parte del giudice di merito, denunciabile in cassazione attraverso la deduzione del relativo error in procedendo e la violazione dell’art. 112 c.p.c., occorre prospettare un difetto di attività imputabile alla sentenza di secondo grado (della quale sia, perciò, espressamente richiesta la nullità; Cass. Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013), con riferimento a domande, eccezioni o istanze ritualmente introdotte in giudizio, come anche in ordine ai motivi di appello. E’, invece, inammissibile la censura per violazione della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato allorchè il giudice del merito abbia comunque preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo di cui il ricorrente lamenti, come nel caso in esame, altresì la non correttezza, o la mancata motivazione.

11. Il secondo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 81 e 112 c.p.c. (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), ed omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5). Si assume che INSO avesse fatto valere con il proprio appello principale un diritto non proprio, richiedendo la restituzione in favore della Nuovo Pignone Holding s.p.a. delle somme che questa aveva pagato agli avvocati B. e M., ciò senza che la Nuovo Pignone avesse proposto tempestivo appello principale, ed avendo poi quest’ultima richiesto la ripetizione delle somme corrisposte in suo favore solo in sede di appello incidentale.

Si contesta altresì che la sentenza di secondo grado non abbia considerato che la Nuovo Pignone Holding, all’udienza del 6 maggio 2014, avesse concluso altresì per il rigetto dell’appello INSO, al fine evidentemente di superare l’eccezione di tardività del proprio appello incidentale.

Il terzo motivo di ricorso censura la violazione degli artt. 325,327,332,333,334,370 e 371 c.p.c., il tutto sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si denuncia che l’inammissibilità dell’appello principale di INSO doveva comportare l’inefficacia dell’appello incidentale tardivo di Nuovo Pignone Holding, e comunque che, avendo l’impugnazione di quest’ultima natura adesiva, essa non poteva proporsi tardivamente ai sensi dell’art. 334 c.p.c., con conseguente sua inammissibilità, giacchè proposta con la comparsa del 18 novembre 2011 rispetto a sentenza del 18 gennaio 2009.

Il quarto motivo di ricorso ipotizza violazione degli artt. 81,100,325,327,332,333,334,370 e 371 c.p.c., ancora ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si dichiara a proposito di questo motivo che vengono così formulate congiuntamente le eccezioni dei primi tre motivi, in modo da considerare l’appello di INSO ammissibile solo per la parte relativa alla condanna al rimborso del 50% delle spese di lite di primo grado.

11.1. Il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente per la loro logica connessione.

Essi sono infondati nella parte in cui insistono per l’inammissibilità dell’appello principale della INSO, viste le ragioni già esposte a proposito del primo motivo.

Quanto alla domanda di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado, conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata, essa, per consolidato orientamento di questa Corte, non costituisce domanda nuova, è perciò ammissibile in appello, e va formulata, a pena di decadenza, con l’atto di appello, se proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, ovvero anche nel corso del giudizio di gravame, purchè l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione (per le pronunce più recenti, si vedano, Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1324 del 26/01/2016; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 6457 del 31/03/2015). Si spiega, invero, che una sentenza d’appello che, riformando quella di primo grado, faccia perciò sorgere il diritto alla restituzione degli importi pagati in esecuzione di questa, non costituisce titolo esecutivo se non contenga una espressa statuizione di condanna in tal senso. Legittimato ad agire per la restituzione è, ovviamente, il solvens, il quale, può perciò, a tal fine, o promuovere un autonomo giudizio, ovvero proporre la sua domanda nel giudizio di appello, come consigliano evidenti ragioni di economia processuale, considerato, del resto, che il giudice d’appello, rispetto a tale pretesa, opera come giudice di primo grado (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12387 del 16/06/2016).

Nel caso in esame, allora, avendo provveduto direttamente il terzo chiamato in garanzia Nuovo Pignone Holding s.p.a. al pagamento delle somme attribuite agli attori dalla sentenza di condanna di primo grado resa in danno di INSO s.p.a., convenuta debitrice, essa (soltanto) era legittimata a formulare, con il proprio atto di appello, proposto successivamente all’esecuzione di quella sentenza, la domanda di restituzione.

Ora, avendo INSO, appellante principale, richiesto le restituzioni dovute dagli avvocati B. e M. alla solvens Nuovo Pignone Holding s.p.a., la stessa non ha così violato l’art. 81 c.p.c., atteso che non ha fatto valere nel processo in nome proprio un diritto altrui, ma ha agito in giudizio in nome proprio, indicando semplicemente il terzo, proprio garante, quale semplice destinatario della ripetizione delle somme versate in esecuzione della sentenza di primo grado, conseguente alla richiesta di riforma della decisione impugnata.

I ricorrenti sostengono, però, che la Nuovo Pignone Holding s.p.a. abbia poi formulato la domanda di restituzione dei maggiori importi versati in esecuzione della sentenza del Tribunale nel proprio appello incidentale tardivo, che, essendo adesivo all’appello principale, doveva dichiararsi inammissibile.

Questo assunto è infondato in diritto. Esso parte dalla considerazione che l’appellato che, costituendosi, chieda l’accoglimento del gravarne per le medesime ragioni fatte valere dell’appellante, formula una impugnazione il cui interesse non sorge dall’impugnazione principale, con la conseguenza che la stessa non può essere proposta nel termine previsto dall’art. 334 c.p.c., per l’impugnazione incidentale tardiva. In tal senso, certamente la Nuovo Pignone Holding s.p.a. aveva dichiarato di aderire all’appello principale della INSO nei confronti degli avvocati B. e M..

La Corte d’Appello di Firenze, in proposito, ha affermato come siano ammesse a proporre impugnazione incidentale tardiva non solo le parti destinatarie di impugnazione principale, ma anche quelle chiamate ad integrare il contraddittorio.

E’ decisivo osservare, allora, che, in caso di chiamata in causa per garanzia di un terzo ad opera del convenuto (quale quella operata dalla INSO Sistemi per le Infrastrutture Sociali p.a. nei confronti della Nuovo Pignone Holding s.p.a., allo scopo di essere manlevata, come da obbligo contrattualmente assunto, da ogni somma che fosse dovuta allo Studio Legale Associato M. – B. – R. T. od ai professionisti che ne facessero parte), tanto più nell’ipotesi in cui il terzo non si limiti a contrastare il diverso ed autonomo titolo su cui si fonda la domanda di manleva, ma contesti anche il titolo dell’obbligazione principale, e, quindi, la fondatezza della domanda proposta nei confronti del proprio chiamante, il nesso che si instaura tra la domanda di manleva e la domanda principale determina l’assoggettamento delle due cause al regime della conservazione necessaria del litisconsorzio processuale instaurato nella precedente fase di giudizio, in virtù di quanto stabilito dall’art. 331 c.p.c., il cui ambito di applicazione non è, del resto, circoscritto alle cause inscindibili, ma si estende anche a quelle tra loro dipendenti (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 24707 del 04/12/2015; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20552 del 30/09/2014; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 21240 del 05/10/2009; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11055 del 13/05/2009; Cass. Sez. U, Ordinanza n. 8699 del 29/05/2003).

A radicale confutazione delle considerazioni svolte dai ricorrenti nel secondo, terzo e quarto motivo, va allora richiamato l’orientamento di questa Corte che afferma come, sulla base del principio dell’interesse all’impugnazione, l’appello incidentale tardivo è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della parte, tutte le volte che l’impugnazione principale metta comunque in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il litisconsorte abbia prestato acquiescenza. Di tal che, nelle cause inscindibili, quali quelle innestate con la domanda di pagamento degli avvocati B. e M. rivolta a INSO s.p.a.e con la domanda di manleva formulata da quest’ultima nei confronti della Nuovo Pignone Holding, l’appello incidentale tardivo, ai sensi dell’art. 334 c.p.c., rimane ammissibile pur quando rivesta le forme dell’impugnazione adesiva indirizzata contro la parte investita dell’impugnazione principale, ed anche se fondata sugli stessi motivi fatti valere dall’appellante principale, in quanto il suddetto interesse sorge dall’appello principale, il quale, se accolto, comporterebbe una modifica dell’assetto delle situazioni giuridiche originariamente accettate dal litisconsorte. Peraltro, dal litisconsorzio necessario (determinato, nella specie, dal nesso tra domanda di manleva e domanda principale) deriva che l’impugnazione proposta da una parte impedisce il passaggio in giudicato della sentenza sui punti comuni alle altre parti poste nella stessa posizione processuale. Del pari, il gravame incidentale tardivo è ammissibile anche se proposto contro una parte della sentenza diversa da quella aggredita nell’impugnazione principale e su un capo diverso da quello oggetto di questa impugnazione (cfr. Cass. Sez. L, Sentenza n. 9308 del 22/04/2011; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12714 del 25/05/2010; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 6444 del 17/03/2009).

E’, pertanto, pienamente ammissibile l’appello incidentale tardivo, recante la domanda di restituzione delle somme versate in esecuzione della sentenza di primo grado, proposto dalla Nuovo Pignone Holding, essendo infondate le denunciate violazioni o false applicazioni degli artt. 81,100,325,327,332,333,334,370 e 371 c.p.c.,a base del secondo, terzo e quarto motivo di ricorso, le quali, benchè relative tutte ad ipotetici errores in procedendo, ovvero a vizi consistenti in nullità del procedimento o della sentenza, sono pure prospettate dai ricorrenti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

E’ invece inammissibile la censura di omesso esame delle conclusioni rassegnate dalla Nuovo Pignone Holding, dirette al rigetto dell’appello INSO. Tale censura va, infatti verificata alla stregua dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, ed interpretato da Cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014. La disposizione, come novellata, si riferisce soltanto all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo: il nuovo art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dunque, riduce l’ambito del sindacato di legittimità intorno ai “fatti”, ovvero ai dati materiali, agli episodi fenomenici rilevanti ed alle loro ricadute in termini di diritto, aventi portata idonea a determinare direttamente l’esito del giudizio, e non può, quindi, riferirsi, all’omessa pronuncia su una domanda, eccezione o conclusione specifica delle parti.

3. Il quinto motivo di ricorso deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1362,1363 e 2233 c.c., dell’art. 112 c.p.c., del D.M. n. 585 del 1994, artt. 4,5 e 6, il tutto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè omesso esame di fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Si afferma l’erroneità della sentenza della Corte di Firenze per aver ricostruito in modo parziale ed irriguardoso della volontà delle parti l’accordo sui compensi professionali. Tale accordo, sostengono i ricorrenti, concerneva non soltanto l’applicazione dei minimi previsti dalla tariffa professionale, quand’anche i criteri di determinazione del valore della controversie in tema di appalti e concessioni, dovendosi perciò prescindere dal D.M. n. 585 del 1994, art. 6, ovvero dal criterio del valore indeterminabile della causa. Il valore della causa era quello dell’appalto per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze, aggiudicato ad un prezzo di 126 miliardi di Lire. Si richiamano così in ricorso i documenti prodotti (in particolare, le notule pagate senza rilievi da INSO), dai quali risulterebbe ricostruibile il valore economico effettivo della controversia, e si denuncia in proposito l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio. Si cita a sostegno pure altra sentenza della stessa Corte d’Appello di Firenze.

Il sesto motivo di ricorso deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, art. 4, R.D. 23 maggio 1924, n. 827, art. 89,D.Lgs. 8 agosto 1994, n. 490, art. 4,L. 20 marzo 1865, n. 2248, artt. 325 e 327, R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, art. 16 e degli artt. 1362, 1363 e 1364, tutti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè omesso esame di fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Viene criticata la sentenza della Corte di Firenze per aver considerato la bozza del contratto d’appalto predisposta e redatta dall’avvocato B. di valore indeterminabile, avendo, peraltro, l’aggiudicazione mediante licitazione privata tenuto luogo del contratto stesso. La volontà del Comune di Firenze e della INSO era stata, del resto, quella di regolare comunque il complessivo rapporto in apposito contratto. Si denuncia pure l’omesso esame dei documenti da cui risulta la sottoscrizione del contratto di appalto del valore di oltre 16 miliardi di Lire, tale essendo, perciò, il valore su cui parametrare i compensi professionali.

Il settimo motivo di ricorso denuncia violazione del D.M. n. 585 del 1994, artt. 4,5 e 6 e della tariffa delle prestazioni professionali di assistenza giudiziale e stragiudiziale. Si riprendono considerazioni già svolte nel quinto motivo di ricorso, si evidenzia che la causa tra Grandi Lavori Fincosit, INSO e Comune di Firenze, patrocinata dagli avvocati M. e B. davanti al TAR Toscana ed al Consiglio di Stato, vertesse su diritti soggettivi c non su interessi legittimi, ed ancora un volta si conclude per l’erroneità della sentenza d’appello, che ha quantificato i compensi applicando lo scaglione di valore indeterminabile.

L’ottavo motivo di ricorso assume la violazione e falsa applicazione dell’art. 12 c.p.c. e art. 1173 c.c., del D.M. n. 585 del 1994, artt. 4, 5 e 6 e dell’art. 1346 c.c.. Questo motivo ripercorre, a sua volta, il sesto motivo di ricorso e conclude per l’erroneità della sentenza della Corte di Firenze per aver fatto applicazione del “valore indeterminabile” alla prestazione stragiudiziale della redazione del contratto di appalto.

Il nono motivo di ricorso attiene, infine, alla violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. (sempre denunciata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), ed all’omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denunciandosi che la Corte di appello abbia condannato gli avvocati M. e B. a restituire la differenza tra l’importo effettivamente corrisposto di Euro 1.130.660,87 (pari all’importo di Euro 877.974,15 determinato dal Tribunale, maggiorato da CPO e IVA) e l’importo liquidato in secondo grado, pari ad Euro 209.786,01, così comparando dati eterogenei.

3.1. Quinto, sesto, settimo ed ottavo motivo, essi possono essere trattati congiuntamente in quanto logicamente connessi.

Va premesso che il sesto e l’ottavo motivo, dopo aver indicato in rubrica, come dispone l’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, le norme assuntivamente violate, non recano con riguardo ad alcune di esse (in particolare, al D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, art. 4, R.D. 23 maggio 1924, art. 89,L. 20 marzo 1865, n. 2248, artt. 325 e 327,e all’art. 1173 c.c.) alcuna specifica argomentazione intelligibile ed esauriente, intesa a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla dottrina, così impedendo a questa Corte di adempiere al compito di verificare il fondamento delle lamentate plurime violazioni.

E’ poi inammissibile la censura di violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., formulata nel quinto motivo di ricorso, essendo contraddittoria la denuncia, in un unico motivo, dei tre distinti vizi di omessa pronuncia, di violazione e falsa applicazione di legge e di omesso esame su un punto decisivo della controversia. Il primo vizio, infatti, implica la completa omissione del provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto, e la violazione dell’art. 112 c.p.c., deve essere fatta valere a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. I restanti vizi presuppongono, invece, l’esame della questione oggetto di doglianza da parte del giudice di merito, seppure se ne lamenti la soluzione in modo giuridicamente non corretto ovvero senza adeguata giustificazione, e vanno denunciati ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Sono ancora inammissibili le censure di omesso esame di fatto decisivo formulate nei motivi quinto e sesto, con riferimento alla documentazione indicata, in quanto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come novellato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve escludersi la sindacabilità in sede di legittimità della correttezza logica della motivazione di idoneità probatoria di determinate risultanze processuali, non avendo più autonoma rilevanza il vizio di contraddittorietà o insufficienza della motivazione. L’operata riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come già in precedenza riaffermato, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo. Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014).

Passando all’esame dei profili che investono la determinazione dei compensi professionali vantati dagli avvocati B. e M., i passi salienti della sentenza della Corte d’appello, in proposito, hanno affermato come la bozza redatta dai due legali non consistesse nella convenzione d’appalto, resa superflua dalla già avvenuta aggiudicazione, quanto nella risoluzione delle questioni risarcitorie connesse all’eventuale esito dell’impugnativa proposta dalla Grandi Lavori Fincosit. Avuto riguardo alla Tariffa di cui al D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, la Corte di merito ha qualificato così la prestazione degli avvocati come di assistenza e non di consulenza. Dovendo stabilire il valore cui parametrare il compenso per tale attività di assistenza, i giudici dell’appello non hanno, tuttavia, condiviso la decisione del Tribunale di aver riguardo al valore indicato nei primi progetti di notula inviati dai due legali (quelli del 19 febbraio 1999 e del 15 novembre 1999), pari a Lire 126.319.888.903 (ovvero all’importo dell’offerta vincitrice), hanno quindi ritenuto impossibile una quantificazione del valore, ex art. 5 della Tariffa per le attività stragiudiziali, e perciò considerato la bozza relativa ad affare di valore indeterminabile.

La sentenza impugnata ha poi ritenuto provata la prestazione di assistenza contrattuale dei professionisti pure con riferimento al secondo lotto dei lavori di completamento del palazzo di Giustizia. Quanto all’esistenza di accordi tra le parti in ordine ai criteri di determinazione del compenso spettante agli avvocati B. e M., la Corte d’Appello ha condiviso la ricostruzione operata dal Tribunale, secondo cui, dalle due lettere del 19 febbraio 1999 e del 15 novembre 1999, emergerebbe una pattuizione per l’applicazione dei minimi tariffari, da calcolare, tuttavia, di volta in volta in volta con riferimento al valore delle relative controversie, dovendosi escludere un collegamento necessario tra l’accertato accordo sui minimi e quello sull’individuazione dello scaglione di riferimento. Le due missive, infatti, accompagnavano i progetti di notule e specificavano di aver adoperato i coefficienti minimi tariffari, “assumendo a valore l’offerta INSO”. Ciò premesso, la Corte di Firenze ha altresì affermato il valore indeterminabile delle controversie dinanzi al giudice amministrativo nella quali gli avvocati B. e M. svolsero la loro attività giudiziale per INSO, negandosi rilievo, al fine del calcolo del valore della causa, all’entità dell’interesse di INSO alla conservazione dell’appalto.

Ora, è noto come nella disciplina delle professioni intellettuali, il contratto costituisce la fonte principale per la determinazione del compenso, ai sensi dell’art. 2233 c.c. e l’apprezzamento del giudice del merito sulla sussistenza o meno di pattuizioni al riguardo, qualora sia sorretto da motivazione immune da vizi logici e da errori di diritto, non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità.

Le censure di violazione o falsa applicazione degli artt. 1362,1363 e 2233 c.c., operate nel quinto motivo di ricorso, si risolvono, in realtà, nella richiesta di una nuova valutazione delle risultanze documentali, oppure nella contrapposizione dell’interpretazione dei medesimi documenti preferita dai ricorrenti rispetto a quella attuata dalla Corte di merito nella sentenza impugnata.

D’altro canto, nella ricostruzione operata dalla Corte di Firenze, le lettere di accompagnamento ai progetti di notula non assumono il ruolo di documenti contenenti l’accordo sul compenso agli effetti dell’art. 2233 c.c., quanto di documenti conformi ad un ipotizzato pregresso accordo intervenuto tra le parti.

3.2. Il quinto ed il settimo motivo di ricorso risultano, allora, infondati, quanto alla decisione della Corte d’Appello di Firenze con riferimento al calcolo dei compensi relativi alle prestazioni giudiziali rese per conto della INSO s.p.a. dagli avvocati B. e M., nel contenzioso svoltosi davanti al T.A.R. Toscana ed al Consiglio di Stato su ricorso per annullamento dell’aggiudicazione dell’appalto proposto dall’Impresa Grandi Lavori Fincosit. La Corte d’Appello ha fatto, invero, corretta applicazione del principio, più volte riaffermato da questa Corte e che merita conferma, secondo cui, ai fini della determinazione degli onorari di avvocato, in base alla tariffa stabilita, nella specie, dal D.M. n. 585 del 1994 (art. 6) razione temporis applicabile – va considerata di valore indeterminabile la controversia introdotta innanzi al giudice amministrativo per l’annullamento di un atto, qualora la causa petendi della domanda sia la illegittimità dell’atto e il petitum la sua eliminazione, senza che rilevino gli eventuali risvolti patrimoniali della vicenda” (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 1754 del 24/01/2013; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12178 del 19/08/2003; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 932 del 30/01/1997).

A base di tale orientamento è l’interpretazione che afferma come, ai fini della determinazione del compenso spettante ad un avvocato, il ricorso al giudice amministrativo per l’annullamento di un provvedimento deve essere considerato di valore indeterminabile perchè l’interesse alla legittimità degli atti amministrativi non è riducibile ad un’espressione pecuniaria, non avendo, al riguardo, alcuna rilevanza neppure l’entità della lesione patrimoniale arrecata al ricorrente dall’atto illegittimo. Cass. n. 1754/2013 negava esplicitamente pure ogni rilievo alla pretesa che la liquidazione del compenso dell’avvocato avvenisse assumendo a riferimento il criterio del valore del contratto di appalto oggetto di aggiudicazione o quanto meno il valore dell’utile che l’impresa aggiudicataria supponeva di poter ricavare dall’esecuzione dell’appalto aggiudicato.

3.3. Sesto ed ottavo motivo di ricorso, quanto ai compensi inerenti le prestazioni stragiudiziali, risultano, invece, fondati, nei limiti che di seguito si preciseranno.

Il dato normativo di riferimento va tratto, razione temporis, dalle tariffe degli onorari ed indennità spettanti agli avvocati in materia stragiudiziale civile stabilite dal D.M. Grazia e Giustizia 5 ottobre 1994, n. 585, in quanto vigenti all’epoca delle svolte prestazioni. L’art. 4 delle relative Norme generali prevedeva: “Per la determinazione degli onorari fra il massimo ed il minimo stabiliti, si deve tenere presente il valore e la natura della pratica, il numero e l’importanza delle questioni trattate, il pregio dell’opera prestata, i risultati ed i vantaggi anche morali conseguiti dal cliente e se le prestazioni sono richieste in condizioni di particolare urgenza”. Il successivo art. 5, comma 1, affermava: “Il valore della pratica o dell’affare si determina a norma del codice di procedura civile”. Il comma 2 aggiungeva: “Le pratiche di valore indeterminabile si considerano di valore eccedente le Lire 10.000.000 (Euro 5.164,57), ma non superiore a Lire 200.000.000 (Euro 103.291,38) (…)”. Il punto 2, lettera f) dell’allegata tariffa stabiliva, quindi, per la prestazione di assistenza consistente nella redazione di contratti, gli onorari quantificati in misura percentuale per scaglioni di importo progressivo rispetto al valore della pratica.

Va correttamente inquadrata tra le prestazioni stragiudiziali l’assistenza nella redazione dei contratti, attività consistente nella redazione ex novo di un contratto, cioè nell’attività creativa della traduzione in termini tecnico – giuridici delle pattuizioni di due parti (così Cass. sez. 2, Sentenza n. 4842 del 14/11/1989).

In un remoto precedente, e con riguardo ai Decreti ministeriali previgenti che recavano disposizioni analoghe all’art. 5, appena richiamato, questa Corte aveva affermato che “l’art. 12 c.p.c., comma 1 (la cui norma, con le altre del codice di rito concernenti la competenza per valore, è richiamata in materia stragiudiziale sia dal D.M. 28 novembre 1960, art. 5,che dai corrispondenti articoli del D.M. 2 aprile 1965 e D.M. 30 maggio 1969, successivamente entrati in vigore) dispone che il valore delle cause relative all’esistenza, alla validità o alla risoluzione di un rapporto giuridico obbligatorio si determina in base a quella parte del rapporto che è in contestazione. Detta regola non subisce deroghe quando il giudice è chiamato ad esaminare questioni relative all’esistenza ed alla validità dell’intero rapporto obbligatorio quale premessa logica della richiesta decisione, purchè su tali questioni non sia domandata una pronuncia con efficacia di giudicato” (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 1765 del 07/06/1972).

Come visto, il D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, stabilendo all’art. 5 delle Norme generali per gli onorari in materia stragiudiziale civile che “il valore della pratica o dell’affare si determina a norma del codice di procedura civile”, fissava poi nell’allegata tariffa, per la prestazione di assistenza nella redazione di contratti effettivamente portati a conclusione, un onorario determinato in modo non analitico (ovvero prestazione per prestazione, in dati periodi di tempo), ma globale, in percentuale, appunto, al valore della pratica, comprensivo di qualunque altro onorario previsto dalla tariffa, rimanendo a tal fine inapplicabili, ai fini della liquidazione, i criteri concernenti il risultato o il vantaggio procurati al cliente. Si trattava, peraltro, di un sistema remunerativo derogabile, ben potendo il professionista ed il cliente accordarsi liberamente su una diversa liquidazione del compenso per la prestazione di assistenza ad un contratto.

Dovendosi il valore della pratica stragiudiziale, ai sensi del citato art. 5, calcolare a norma del codice di procedura civile, è noto come il valore della causa, in virtù degli artt. 10 c.p.c. e segg., si identifica in base a quanto in concreto richiesto nella domanda dall’attore, ed avendosi come riferimento temporale il momento di proposizione della domanda stessa (cfr. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 5573 del 08/03/2010; Cass. Sez. l, Sentenza n. 20118 del 18/09/2006). Non possono perciò spiegare influenza, ai fini della determinazione del valore della domanda, le successive modificazioni o gli ampliamenti che siano provocati da uno sviluppo della stessa, ad esempio in conseguenza di una situazione di fatto non ancora completamente esauritasi nelle sue conseguenze economiche.

Tuttavia, la Corte d’Appello di Firenze ha definito di “valore indeterminabile” (e ciò agli effetti del comma 2 dell’art. 5 delle Norme generali), sulla base degli elementi esistenti al tempo della prestazione, la pratica relativa al “contratto di appalto”, redatto dopo l’aggiudicazione della gara con l’assistenza degli avvocati B. e M., considerando che “le problematiche di cui alla bozza erano segnatamente di natura risarcitoria (dei danni di INSO in Ipotesi di accoglimento dell’impugnativa dell’aggiudicazione), senza che sia possibile una quantificazione del valore”. Ad avviso dei giudici d’appello, non trattandosi di bozza del contratto di appalto, non poteva contribuire a determinare il valore della pratica l’importo dei lavori oggetto di aggiudicazione.

La Corte di Firenze ha però così disatteso un costante orientamento di questa Corte, per il quale, tanto ai fini della competenza che ai tini della liquidazione dei compensi di avvocato, possono essere definite di valore “indeterminabile” soltanto le cause o le pratiche aventi ad oggetto beni insuscettibili di valutazione economica, in quanto tale indeterminabilità del valore va intesa in senso obiettivo, quale conseguenza, cioè, di un’intrinseca inidoneità della pretesa ad essere tradotta in termini pecuniari al momento di proposizione della domanda o di espletamento della prestazione professionale (in tema di pratica stragiudiziale di assistenza alla redazione di contratto, di recente, Cass. Sez. 2, Sentenza n. 11056 del 27/05/2016, non massimata; arg. anche da Cass. Sez. 2, Sentenza n. 3024 del 07/02/2011; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 6414 del 19/03/2007; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 7757 del 20/07/1999). Ancora più chiaramente, si è ritenuto contrario al principio, rinvenibile nella Delib. Consiglio Nazionale Forense 12 giugno 1993, art. 6, approvata dal D.M. n. 585 del 1994, qualificare, agli effetti della liquidazione degli onorari di avvocato, come cause di valore indeterminabile non quelle non suscettibili di valutazione economica, quanto quelle il cui valore sia soltanto non determinato o di difficile valutazione (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 5905 del 24/03/2004).

In specie, avendosi qui riguardo alla liquidazione dell’onorario spettante ad avvocati, in base alle tariffe stabilite dal D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, per una prestazione stragiudiziale di assistenza alla redazione di un contratto volto a regolamentare i rapporti tra un’amministrazione comunale ed una Associazione Temporanea di Imprese, rimasta aggiudicataria di un appalto pubblico, anche in relazione alle possibili conseguenze ricadenti sul contratto stipulato tra l’Amministrazione appaltante e l’originario aggiudicatario per effetto dell’annullamento degli atti di gara da parte del giudice amministrativo, la pratica non può considerarsi di valore indeterminabile, trattandosi di prestazione comunque suscettibile di conversione in danaro.

4. Conclusivamente, devono essere accolti, per quanto di ragione, il sesto e l’ottavo motivo di ricorso, rimanendo assorbito il nono motivo, attinente all’entità delle restituzioni delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado. Vengono rigettati il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto ed il settimo motivo di ricorso.

La sentenza impugnata deve perciò essere cassata, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze perchè la decida, uniformandosi al principio innanzi enunciato al paragrafo 3.3. Il giudice del rinvio provvederà anche alla regolamentazione delle spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il sesto e l’ottavo motivo del ricorso, rigetta il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto ed il settimo motivo, dichiara assorbito il nono motivo, cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di cassazione, ad altra sezione della Corte d’appello di Firenze.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA