Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21263 del 05/10/2020

Cassazione civile sez. II, 05/10/2020, (ud. 04/03/2020, dep. 05/10/2020), n.21263

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8713/2016 proposto da:

LINEA AUTO SRL in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DI VILLA MASSIMO 33, presso

lo studio dell’avvocato MAURIZIO BENINCASA, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato GUIDO GRIGNANI;

– ricorrente –

contro

GRAFINDA SPA IN LIQUIDAZIONE, in persona del Liquidatore pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 652/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 19/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/03/2020 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale PEPE

Alessandro, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato BENINCASA Maurizio, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Linea Auto S.r.l. otteneva dal Tribunale di Milano decreto ingiuntivo a carico di Grafinda S.p.a. per il pagamento dell’importo di Euro 56,218,00, oltre accessori, quale dovuto corrispettivo per la vendita di veicoli concessi, come di consueto nei rapporti inter partes, in leasing a terzi.

La società ingiunta proponeva opposizione al suddetto decreto monitorio eccependo un proprio controcredito, per Euro 56.675,53 correlato al patto in virtù del quale era stato fra le parti stabilito che, in caso di insolvenza/irreperibilità dei terzi usufruitori, la società ingiungente doveva riacquistare i veicoli concessi in leasing a terzi.

Con sentenza n. 6115/2011 il Tribunale di Milano, a definizione del giudizio di opposizione, revocava l’opposto D.I., stante il suddetto patto, condannando la società Linea Auto al pagamento in favore della parte opponente della somma di Euro 457,30, con compensazione delle spese.

La società opposta, chiedendo la riforma della decisione del Tribunale di prima istanza, interponeva appello, resistito dalla Grafinda S.p.a., che proponeva appello incidentale relativo alla compensazione delle spese di lite stabilita con la decisione di primo grado.

Con sentenza n. 652/2016 l’adita Corte di Appello di Milano rigettava l’appello principale ed, in accoglimento del proposto gravame incidentale, condannava la società Linea Auto al pagamento delle spese (dapprima compensate) del primo grado del giudizio, nonchè a quelle del giudizio di appello.

Per la cassazione della suddetta decisione della Corte distrettuale ricorre la Linea Auto S.r.l., con atto affidato a cinque motivi non resistito dalla parte intimata.

Nell’approssimarsi dell’udienza parte ricorrente ha depositato memoria, alla quale si è riportata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 645 e 163-bis c.p.c.).

La doglianza è relativa al rigetto della sollevata eccezione di iscrizione tardiva a ruolo della causa di opposizione ai decreto ingiuntivo de quo.

In particolare parte ricorrente si appella alla nota pronuncia delle S.U. di questa Corte 19246/2010, tuttavia successivamente superata.

La Corte di Appello ha deciso, in punto, in ossequio di quanto stabilito – a seguito della citata decisione – con sentenza n. 131/2013 della Corte Costituzionale, nonchè sul presupposto dell’entrata in vigore della L. 29 dicembre 2011, n. 218, che sopprimeva l’art. 645 c.p.c., comma 2.

In ogni caso la Corte distrettuale ha correttamente evidenziato che, nella concreta fattispecie, “il termine a comparire assegnato alla convenuta opposta non fu inferiore a quello previsto dall’art. 163 bis c.p.c. (e che) la costituzione dell’opponente Grafinda deve ritenersi validamente effettuata” con conseguente valido incardinamento del procedimento di opposizione a D.I..

La sentenza impugnata ha, quindi, applicato correttamente nella fattispecie noti principi già affermati – anche per effetto del detto provvedimento normativo – in epoca successiva all’invocato, ma superato precedente del 2010 invocato.

Al riguardo non possono che richiamarsi i relativi successivi principi enunciati da questa stessa Corte secondo cui “nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione della norma di interpretazione autentica dell’art. 165 c.p.c., comma 1, dettata dalla L. 29 dicembre 2011, n. 218, art. 2, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente si applica solo se questi abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis c.p.c., comma 1” (ex olurimis: Cass. civ., Sez. Seconda, sent. 16 febbraio 2012, n. 2242).

Il tutto, peraltro, in ossequio non solo della citata pronuncia della Corte regolatrice n. 131/2013, ma anche della pronuncia della Corte Cost. n. 35/2013.

Per di più, ancora, e sotto altro ulteriore profilo va, poi. considerato come – da ultimo – si sia avuta anche occasione di puntualizzare pure che “in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, l’art. 2 della L. n. 218 del 2011 ha modificato l’art. 645 c.p.c., comma 2, sopprimendo l’inciso che provvedeva la riduzione a metà dei termini di comparazione, ed ha fornito l’interpretazione autentica dell’art. 165 c.p.c., comma 1, stabilendo, in riferimento ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore dell’art. 2 cit., che la riduzione del termine di costituzione dell’attore prevista dalla predetta disposizione si applica soltanto nell’ipotesi in cui l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis c.p.c., comma 1. In proposito, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della menzionata disposizione, atteso che la portata retroattiva ed innovativa della stessa non contrasta con i principi del giusto processo ed è ragionevole la correlazione tra la dimidiazione del termine di costituzione dell’opponente e la scelta acceleratoria da lui compiuta attraverso l’assegnazione all’opposto di un termine di comparizione ridotto.” (Cass. civ., Sez. Prima, Ord. 31 gennaio 2017, n. 2483).

La gravata decisione ha, quindi, deciso uniformandosi a norme e principi, rispetto ai quali parte ricorrente non ha offerto validi motivi atti ad indurre ad un mutamento della giurisprudenza consolidatasi nel tempo.

Il motivo, in quanto infondato, va dunque respinto.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di violazione di legge in riferimento agli artt. 1362,1370 e 1470 c.c. e segg..

Si lamenta una errata qualificazione dei fatti di causa e la mancata o erronea applicazione dei criteri interpretativi. Il motivo non può essere accolto.

Come già innanzi ampiamente evidenziato la gravata sentenza ha svolto corretta applicazione dei criteri interpretativi esposti.

Con il ricorso in esame non si esplicita, poi, quale criterio o recente indirizzo giurisprudenziale sia stato erratamente applicato dalla Corte del merito.

Va, inoltre ed esaustivamente, evidenziato che la dedotta “qualificazione fatti di causa” rientra i ndubbiamente nell’ambito dell’apprezzamento, in punto di fatto, tipico delle prerogative e competenze del Giudice del merito.

Il motivo è, quindi, inammissibile.

3.- Con il terzo motivo parte ricorrente lamenta (nuovamente) una errata valutazione dei fatti di causa con pretesa violazione degli artt. 1470 e 1476 c.c..

Con il motivo, qui in esame, non viene specificato, tuttavia, se vizio denunciato sia addotto ai sensi del n. 3 o del n. 5 dell’art. 360 c.p.c..

Procedendosi, in ogni caso, all’esame della svolta doglianza va osservato che, ove il motivo sia inteso come censura sulla valutazione dei “fatti di causa”, la censura è inammissibile poichè i fatti di causa – come già innanzi si è avuto modo di affermare – sono precipuamente valutati nell’ambito delle proprie esclusive prerogative dal Giudice del merito.

Ove, poi, il motivo sia inteso come vizio di legge la doglianza posta con lo stesso sarebbe comunque inammissibile.

Tanto per la mancata indicazione del parametro di riferimento normativo processuale e, soprattutto, per l’assenza di specificità della ipotizzata violazione di legge.

Il motivo è, quindi e nel suo complesso, inammissibile.

4.- Con il quarto motivo del ricorso si prospetta il vizio di “errata applicazione dell’art. 1476 c.c. e art. 1370 c.c. (con) errata qualificazione giuridica dei fatti di causa”.

Il motivo è inammissibile per lo stesso ordine di argomentazione innanzi già esposto sub 3.

5.- Con il quinto motivo si denuncia il vizio di violazione di legge con riferimento all’art. 91 c.p.c..

La censura attiene al profilo relativo alla ripartizione delle spese di lite (compensate in primo grado) da parte della Corte di appello, la quale – in accoglimento dell’appello incidentale in punto svolto dalla società Grafinda – condannava l’odierna parte ricorrente alla refusione delle spese del doppio grado del giudizio.

La decisione della Corte territoriale, stante la soccombenza della medesima odierna parte ricorrente e l’accoglimento del detto appello incidentale, non poteva che addebitare così come ha fatto e conseguentemente le spese del doppio grado.

Il motivo è, pertanto, infondato e va respinto.

6.- Il ricorso deve, dunque, essere rigettato.

7.- Nulla va statuito quanto alle spese non avendo la parte intimata svolto difese.

8.- Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 4 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 ottobre 2020

 

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