Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21237 del 20/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 20/10/2016, (ud. 07/06/2016, dep. 20/10/2016), n.21237

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

Dott. DE MARCHI ALBENGO P. G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17079-2013 proposto da:

SIR DI N.R. & C. SAS, (OMISSIS), (già SIR

A.I. co.), in persona del socio accomandatario R.N.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE PARIOLI 180, presso lo

studio dell’avvocato MARIO SANINO, rappresentata e difesa

dall’avvocato SAVERIO ROCCO CETRARO giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CARONCINI N.6,

presso lo studio dell’avvocato GENNARO CONTARDI, rappresentato e

difeso dall’avvocato ATTILIO DORIA giusta procura speciale in calce

al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1204/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/06/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito l’Avvocato SAVERIO ROCCO CETRARO;

udito l’Avvocato ATTILIO DORIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 10/4/2013 la Corte d’Appello di Napoli, in accoglimento del gravame interposto dal sig. C.R. e in conseguente riforma della pronunzia Trib. Napoli 19/9/2011, ha dichiarato la nullità della clausola n. 3 nella parte in cui prevedeva aumenti predeterminati del canone) del contratto di locazione ad uso diverso da abitazione originariamente stipulato tra la società S.I.R. A.I. & C. s.a.s. e la società Licei Amato s.r.l. avente ad oggetto immobile sito in (OMISSIS), con conseguente condanna della S.I.R. alla restituzione della somma versata in più del dovuto dalla conduttrice, in favore del C., cessionario del relativo credito.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la società S.I.R. di Nunzio Rotondaro & C. s.a.s. (già S.I.R. A.I. & C. s.a.s.) propone ora ricorso per cassazione, affidato a 5 motivi.

Resiste con controricorso il C., che ha presentato anche memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo la ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” L. n. 392 del 1978, artt. 32 e 79 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole dell’erroneità della pronunzia della corte di merito, per non avere essa inteso che il canone è stato inizialmente ribassato proprio per controbilanciare, sul piano sinallagmatico, le ulteriori previsioni contrattuali, omettendo quindi di motivare completamente su un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Lamenta che sulla base di un “difforme filone giurisprudenziale, oggi divenuto prevalente, sulla base del principio generale… della libera determinazione convenzionale del canone locativo per gli immobili destinati ad uso non abitativo” è legittima la “clausola in cui venga pattuita la determinazione del canone in misura differenziata e crescente per frazioni successive di tempo nell’arco del rapporto. E che il giudice di prime cure “aveva giustamente sottolineato come, nel caso che ci occupa, il canone è stato ribassato per i primi anni proprio a seguito delle rinunce fatte dalla conduttrice ed esplicitate nell’art. 10 del contratto di locazione stesso.

Con il 2 motivo denunzia violazione “omesso esame di punto decisivo della controversia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente interpretato il contratto, non tenendo conto del tenore della clausola n. 10 del contratto e abbia “omesso completamente ogni valutazione sul canone predeterminato dalle parti.

Con il 3 e 4 motivo denunzia “mancata e/o erronea applicazione dell’art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito l’abbia condannata al pagamento di somma maggiore di quella domandata da controparte.

Con il 5 motivo denunzia “mancata e/o erronea applicazione degli artt. 112, 115, 116 e 191 c.p.c., art. 2697 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia “completamente ignorato le “risultanze della perizia giurata e del verbale di riconsegna del 31 luglio 2008”.

Lamenta “anche l’omessa e/o corretta valutazione della prova posta a base della domanda riconvenzionale da parte della Corte di Appello dei documenti nn. 5, 6 e 7 del fascicolo di primo grado SIR”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Va anzitutto osservato che essi risultano formulati in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che la ricorrente fa riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito (es., all'”atto di citazione notificato in data 8 gennaio 2009″, al “contratto avente decorrenza dal 1 agosto 1999”, alla “lettera del 19 novembre 2008”, alla propria comparsa di costituzione e risposta nel giudizio di primo grado, al “verbale di riconsegna (cfr. all.ti 5 e 6 fascicolo di primo grado SIR) “, alla comparsa di costituzione e risposta nel giudizio di primo grado della “garante S.M.R. (cfr. all. 4), alla fideiussione, alla sentenza del giudice di prime cure, all’ “art. 3 del contratto di locazione (cfr. all. 3 fascicolo di primo grado SIR), al “ricorso in appello”, alla “clausola n. 10 della scrittura di rinuncia della società conduttrice all’indennità di avviamento”, all'”art. 10 del contratto di locazione stesso (cfr. all. 3 fascicolo di primo grado di parte ricorrente), alle “risultanze della perizia giurata e del verbale di riconsegna del 31 luglio 2008”) limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente -per la parte d’interesse in questa sede – riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua non deducono le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative, non avendo la Corte di legittimità accesso agli atti del giudizio di merito (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., 1/2/1995, n. 1161).

Non sono infatti sufficienti affermazioni – come nel caso -apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione, dovendo il ricorrente viceversa porre la Corte di legittimità in grado di orientarsi fra le argomentazioni in base alle quali ritiene di censurare la pronunzia impugnata (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).

Quanto al 1 motivo va ulteriormente posto in rilievo come risponda a principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità che, per effetto della libera determinazione convenzionale del canone locativo per gli immobili destinati ad uso diverso da abitazione, è legittima la clausola con cui si convenga una determinazione del canone in misura differenziata, crescente per frazioni successive di tempo nell’arco del rapporto, purchè ancorata ad elementi certi e predeterminati (idonei ad influire sull’equilibrio economico del sinallagma contrattuale e del tutto indipendenti dalle eventuali variazioni annuali del potere di acquisto della moneta), sempre che non risulti una sottostante volontà delle parti volta in realtà a perseguire surrettiziamente lo scopo di neutralizzare esclusivamente gli effetti della svalutazione monetaria, e ad eludere pertanto i limiti quantitativi posti dall’art. 32 Legge c.d. “sull’equo canone”, incorrendo conseguentemente nella sanzione di nullità prevista dal successivo art. 79 (v. in particolare Cass., 5/3/2009, n. 5349. Cfr. altresì, da ultimo, Cass., 24/3/2015, n. 5849).

Orbene, di tale principio la corte di merito ha nell’impugnata sentenza fatto invero piena e corretta applicazione.

In particolare là dove, nel censurare la pronunzia del giudice di prime cure, ha posto in rilievo che nella specie la pattuizione de qua si appalesa in effetti volta a perseguire proprio la suindicata vietata finalità, sottolineando che “contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, nel contratto di locazione stipulato tra la Licei Amato s.r.l. e l’odierna appellata il pattuito “aumento” del canone iniziale – per importi predeterminati e con decorrenza dal terzo anno – non è in alcun modo giustificato da elementi predeterminati idonei ad influire sull’equilibrio economico del sinallagma contrattuale e svincolati dalle variazioni annuali del potere di acquisto della moneta, e, pertanto, appare semplicemente diretto a salvaguardare la parte locatrice dalle conseguenze del fenomeno “inflazionistico” in palese violazione del combinato disposto di cui alla L. n. 392 del 1978, artt. 32 e 79″.

Ancora, nella parte in cui ha posto ulteriormente in rilievo che “la clausola n. 10 della scrittura – di rinuncia della società conduttrice all’indennità di avviamento e a quella derivante dall’effettuazione di eventuali lavori di ristrutturazione (indennità per miglioramenti) o di riparazione (straordinaria) aggravando palesemente la posizione economica di quest’ultima non giustifica affatto, controbilanciandolo sul piano sinallagmatico, il contemplato aumento predeterminato del canone”.

Là dove è quindi pervenuto a concludere non esservi dubbio “che si tratti – sic et simpliciter – di illegittimi aumenti progressivi del canone non essendo per contro neppure contemplato in contratto l’obbligo di versamento di un canone “globale” complessivo riferito all’intera durata del rapporto locativo, frazionato in misura crescente nell’arco della sua durata esennale, nè la “riduzione iniziale del canone realmente pattuito per venire incontro a particolari esigenze della conduttrice di avviamento dell’attività “commerciale” ipotesi presa in considerazione, ad esempio, da Cass. n. 5360/1996)”.

All’inammissibilità e infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 8.200,00, di cui Euro 8.000,00 per onorari, oltre a spese a generali ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2016

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