Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21222 del 02/10/2020

Cassazione civile sez. II, 02/10/2020, (ud. 14/07/2020, dep. 02/10/2020), n.21222

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ugo – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20790-2019 proposto da:

G.Q., rappresentata e difesa dall’Avvocato MARILENA CARDONE

ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in ROMA, VIA

CHISIMAIO 29;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 4845/2019 del TRIBUNALE di MILANO depositata il

27/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/07/2020 dal Consigliere Dott. BELLINI UBALDO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

G.Q., proponeva ricorso avanti al Tribunale di Milano avverso il provvedimento della competente Commissione Territoriale di diniego della domanda di riconoscimento della protezione internazionale, chiedendo il riconoscimento della protezione sussidiaria o, in subordine, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

La ricorrente (cittadina nigeriana) dichiarava che vivere in Nigeria era diventato pericoloso a causa della assoluta mancanza di controllo; che aveva avuto dei problemi, per il fatto di professare la religione cattolica; che la madre era morta in circostanze misteriose, attribuite alla matrigna, terza moglie del padre; che era stata anche lei minacciata di morte da parte della medesima, la quale aveva inviato due sicari, che però avevano deciso di risparmiarla, perchè ferquentavano la stessa parrocchia; che aveva deciso di fuggire dalla Nigeria ed era andata dapprima in Libia e poi in Italia, ove aveva chiesto il riconoscimento della protezione internazionale, che non veniva accolta.

Con il Decreto n. 4845 del 2019, depositato in data 27.5.2019, il Tribunale di Milano rigettava tutte le domande.

Avverso tale pronuncia, il richiedente propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi; resiste il Ministero dell’Interno con contoricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Il primo motivo enuncia la “violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 4, e art. 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”. Premesso che in tema di protezione internazionale al richiedente debba essere concesso il beneficio del dubbio, sostiene parte ricorrente che la motivazione del Tribunale sulla credibilità del racconto appare meramente tautologica e che, per contro, il richiedente aveva precisato che il suo rientro in patria avrebbe causato serie conseguenze, vuoi per le violenze già subìte, vuoi per non avere egli i mezzi economici necessari per pagare un avvocato. E lamenta, quindi, che non siano stati considerati, ai fini della richiesta protezione internazionale, gli atti di persecuzione cui il richiedente sarebbe andato incontro in caso di reimpatrio.

1.2. – Il secondo motivo allega la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8”, per non aver il Tribunale dato corso alla necessaria cooperazione istruttoria sul sistema giudiziario gambiano, e più in generale sulla sicurezza di quel Paese e sul rispetto ivi dei diritti umani.

1.3. – Il terzo motivo espone la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c. (D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6)”, assumendosi che il Tribunale abbia rigettato la domanda di protezione umanitaria senza operare alcuna valutazione comparativa degli elementi di vulnerabilità legati alla vicenda personale del richiedente, alla sua impotenza di fronte ad accuse infondate e, in generale, alle condizioni del suo Paese d’origine.

2. – Tutti e tre i motivi sono inammissibili, perchè eludono la ratio decidendi del decreto impugnato (cfr. Cass. 11491 del 2020). Ciascuna delle doglianze, infatti, riposa sul presupposto che le vicende narrate dal richiedente siano e debbano considerarsi intrinsecamente credibili, traendo da ciò solo e da ciò stesso le dedotte violazioni di legge. Per contro, le censure svolte non specificano in qual modo il giudice di merito avrebbe violato i criteri di valutazione previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, la cui ipotetica disattenzione soltanto avrebbe potuto giustificare la dedotta violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

2.1. – Nè la cooperazione istruttoria, di cui pure si lamenta l’omissione, avrebbe potuto essere attivata, in quanto, come già osservato dalla giurisprudenza di questa Corte in materia, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona. Qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. n. 16925 del 2018; Cass. n. 28862 del 2018).

E’ vana, pertanto, la denunciata violazione sia del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7, sia del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, poichè il giudice di merito non ha mal governato dette norme, ma ne ha escluso l’applicazione per il difetto della precondizione di credibilità (del racconto) del richiedente (Cass. n. 11491 del 2020). Questione su cui parte ricorrente non spende altro che una generica contestazione.

Allo stesso modo, del tutto generica è anche la denunciata violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, anch’essa basata sul racconto del richiedente piuttosto che sulla condizione attuale.

3. – Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, ai sensi dell’art. 360 bis, n. 1, come reinterpretato da Cass., sez. un., n. 7155 del 2017 Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare alla controparte le spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.100,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2020

 

 

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