Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2122 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. I, 25/01/2022, (ud. 13/01/2021, dep. 25/01/2022), n.2122

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

A.A., rappr. e dif. dall’avv. Salvatore Sica,

avvsalvator5sica.pec.giuffre.it, elett. dom. presso lo studio in

Roma, piazza della Libertà n. 20, come da procura allegata in calce

all’atto;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) S.P.A., IN LIQUIDAZIONE, in persona del curatore

fall. p.t., rappr. e dif. dall’avv. Cosabile Guercio, e dall’avv.

Francesco De Santis, francescodesantis1.ordineavvocatiroma.org.,

elett. dom. presso lo studio del secondo, in Roma, via Cortina

D’Ampezzo n. 269, come da procura in calce all’atto;

– controricorrente –

per la cassazione del decreto Trib. Salerno 24.2.2015, in R.G.

535/2012;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

Massimo Ferro alla Camera di consiglio del 13.1.2021.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. A.A. impugna il decreto Trib. Salerno 24.2.2015, in R.G. 535/2012 che, rigettandone l’opposizione svolta L. Fall., ex art. 98, avverso il decreto del giudice delegato del FALLIMENTO (OMISSIS) S.P.A. IN LIQUIDAZIONE, ha negato l’ammissione al passivo del suo credito, già insinuato in via privilegiata assumendo fondarsi su un rapporto di lavoro con la società e così per Euro 269.821,63 a titolo di TFR al 28.2.2002 ed Euro 3.988,76 per analogo titolo di TFR presso INPS;

2. il tribunale ha ritenuto che: a) la domanda del ricorrente non poteva essere esaminata, se non sulla base dei documenti prodotti al più in sede di costituzione in giudizio, senza rilievo per quelli successivi e sempre che fossero dotati di data certa; b) nella specie, nell’atto di opposizione difettava la indicazione dei “mezzi istruttori necessari”, conseguendone la decadenza di richieste successive; c) tra i documenti prodotti e relativamente al TFR, i due CUD (n. 1 e n. 2 del 2011) mancavano di data certa e comunque di per sé non erano prova adeguata del rapporto di lavoro, non illustrato in una rituale deduzione di mezzi istruttori anche per durata, qualità e quantum della pretesa;

3. il ricorso è su sei motivi, cui resiste il fallimento con controricorso, avendo anche depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo motivo si contesta, anche come vizio di motivazione, la violazione della L. Fall., artt. 97- 98, artt. 101,177,183 c.p.c., avendo il tribunale, irritualmente e senza previo indotto contraddittorio, dapprima concesso alle parti, su loro concorde istanza, “termine per memorie e documenti”, salvo poi revocare il provvedimento all’udienza successiva senza traccia della decisione in parte motiva, così omettendo di esaminare i documenti nel frattempo depositati dall’opponente, tra cui – decisivamente, per la loro epoca di formazione successiva alla domanda stessa – un estratto conto previdenziale e un documento INPS sul rapporto di lavoro con calcolo del TFR; tanto più che non constava opposizione della procedura alla stessa produzione e nella premessa che l’iniziale diniego della domanda era stato motivato dal giudice delegato per via di supposti controcrediti, anche risarcitori, della procedura, così non disconoscendo il rapporto di lavoro;

2. con secondo motivo s’invoca la violazione della L. Fall., artt. 97-98, art. 2704 c.c., ancora in ogni profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, per aver erroneamente il tribunale trascurato l’efficacia (perché anteriori al fallimento) e l’idoneità probatoria dei CUI:), non ritualmente contestati dalla curatela;

3. con il terzo motivo si deducono, in ogni profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, la violazione degli artt. 101 e 183 c.p.c., per avere il tribunale omesso di sottoporre alle parti la questione del limite processuale d’introduzione del materiale probatorio ad opera dell’opponente, non assegnando il dovuto termine a difesa;

4. con il quarto motivo si contesta, in ogni profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, la violazione della L. Fall., artt. 97-98, nonché art. 210 c.p.c., per avere il tribunale omesso di pronunciarsi sulla richiesta di acquisizione al giudizio del fascicolo della originaria insinuazione al passivo, anche considerando le ragioni reiettive assunte dal primo giudice rispetto a quelle poi fissate dal collegio;

5. con il quinto motivo si contesta, in ogni profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per mera apparenza della motivazione e omessa considerazione delle attestazioni INPS prodotte dall’opponente;

6. con il sesto motivo si contesta ancora, in ogni profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, la nullità del decreto per mancanza di motivazione e la sua erroneità ove ha non considerato che il credito era stato riconosciuto dal curatore;

7. il primo e terzo motivo, da trattare in via congiunta, sono infondati per alcuni profili ed inammissibili per altri; osserva innanzitutto il Collegio che appare non pertinente ogni censura, oltre che per genericità di deduzione, volta a dubitare della corretta applicazione di un coacervo di norme, del richiamato codice di rito e della disciplina endoprocessuale impugnatoria delle opposizioni allo stato passivo, in difetto di una precisa trasposizione in questa sede delle esatte pronunce assunte dal tribunale con riguardo alle esatte istanze e deduzioni delle parti, oltre che del corredo probatorio di esse di volta in volta connotativo; nella specie, il ricorrente per un verso – inammissibilmente – assomma tutte e tre le violazioni all’altezza dell’art. 360 c.p.c., comma 1; sul punto, va invero ripetuto che l’articolazione in un singolo motivo di più profili di doglianza, pur in sé astrattamente esperibile, costituisce ragione d’inammissibilità quando non è possibile ricondurre tali diversi profili a specifici motivi di impugnazione, “dovendo le doglianze, anche se cumulate, essere formulate in modo tale da consentire un loro esame separato, come se fossero articolate in motivi diversi, senza rimettere al giudice il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, al fine di ricondurle a uno dei mezzi d’impugnazione consentiti, prima di decidere su di esse” (Cass. 26790/2018); si tratta di un limite presente in tutti e sei i motivi di ricorso;

8. per altro, ancora il primo motivo si caratterizza proprio per l’omissione trascrittiva ovvero sufficientemente riassuntiva della pregressa attività giudiziale e di parte, limite che ne preclude un ordinato controllo, tanto più in difetto di una specifica delineazione, stanti i vincoli del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, di quale fosse il fatto decisivo (Cass. s.u. 8053/2014);

9. il primo motivo, per altri profili ed il terzo sono poi infondati laddove invocano la ritualità dell’ingresso documentale, rispetto all’atto di costituzione, apparendo il decreto coerente con il pacifico principio per cui “in materia di opposizione allo stato passivo fallimentare, nel regime riformato, il ricorrente deve produrre i documenti di cui intenda avvalersi nel termine stabilito, a pena di decadenza, dalla L. Fall., art. 99, comma 2, n. 4, la cui inosservanza è rilevabile di ufficio inerendo a materia sottratta alla disponibilità delle parti” (Cass. 25174/2015); si tratta di conseguenza nemmeno “emendabile con la concessione dei termini di cui all’art. 183 c.p.c., comma 6, e, in particolare, di quello indicato al n. 2 della menzionata disposizione, previsto solo per consentire la replica e la richiesta di mezzi in conseguenza di domande ed eccezioni nuove della parte convenuta, laddove l’onere di provare il fondamento della domanda prescinde da ogni eccezione di controparte” (Cass. 5596/2017); si è al cospetto di principi doverosamente applicati dal tribunale e, in tale recezione, essi rendono irrilevante le dedotte censure sulla pretesa decisione cd. a sorpresa o di terza via, poiché è pacifico – sulla scia di Cass. s.u. 20935/2009 – che la pronuncia che decida su di una questione di puro diritto, rilevata d’ufficio, senza procedere alla sua segnalazione alle parti onde consentire su di essa l’apertura della discussione, non è nulla, “in quanto da tale omissione potrebbe tutt’al più derivare un vizio di “error in iudicando”, la cui denuncia in sede di legittimità consente la cassazione della sentenza solo se tale errore si sia in concreto consumato” (Cass. 8936/2013), circostanza esclusa;

10. gli stessi motivi, infine, si connotano per particolare carenza espositiva circa i fatti del processo laddove, stando al controricorso che ne ha riportato i corrispondenti atti, omettono di riferire le contestazioni subite alle proprie deduzioni documentali, né il punto della loro assunta decisività, benché queste fossero tardive, rinviene migliore illustrazione quanto all’impossibilità di anteriore acquisizione per come eventualmente rappresentata avanti al giudice di merito;

11. il secondo motivo è inammissibile laddove, invocando la data certa dei documenti recati in giudizio con l’opposizione, non ne riporta il contenuto per la parte che conferirebbe agli stessi il citato requisito, non essendo al proposito di alcuna evidenza probatoria, ai fini della efficacia ex art. 2704 c.c., il mero richiamo cartolare alla data apposta, necessitando il rispetto della regola un requisito di formazione inequivoca ad essa proprio ovvero estrinseco e di medesimo segno fattuale;

12. inoltre, si aggiunge che, per un principio con chiarezza ribadito dopo la riforma anche da Cass. s.u. 4213/2013, la mancanza di data certa nelle scritture prodotte dal creditore, che proponga istanza di ammissione al passivo fallimentare, si configura come fatto impeditivo all’accoglimento della domanda ed oggetto di eccezione in senso lato, in quanto tale rilevabile anche di ufficio dal giudice; quanto alla rilevazione d’ufficio dell’eccezione e alla correlata necessità di disporre la relativa comunicazione alle parti per eventuali osservazioni e richieste, si tratta di adempimento superabile allorquando – come illustrato in controricorso – l’eccezione sia stata svolta dal curatore (v. pag. 12), dunque appartenendo al contraddittorio e l’introduzione del documento, così come richiamato, consisteva nella ragione principale se non assorbente associata dall’opponente medesimo al successo della propria domanda;

13. in ogni caso, anche per questo profilo il motivo sarebbe inammissibile, non essendone predicata la fondatezza, quand’anche diversamente esaminato, per via del principio secondo cui il curatore agisce in qualità di terzo sia rispetto ai creditori del fallito che richiedono l’ammissione al passivo, sia rispetto allo stesso fallito e, conseguentemente, non gli è applicabile l’art. 2709 c.c., per il quale i libri e le scritture contabili delle imprese soggette a registrazione fanno prova contro l’imprenditore, invocabile solo nei rapporti fra i contraenti o i loro successori, fra i quali ultimi non è annoverabile il curatore nella predetta funzione istituzionale (Cass. 5582/2005, 10081/2011, oltre che Cass. s.u. 4213/2013);

14. il quarto motivo è inammissibile, per plurime ragioni; da un lato, sussiste nella censura una generale carenza di specificità con riguardo ai mezzi istruttori invocati e denegati, posto che la indistinzione con cui sono richiamati gli istituti dell’esibizione ex art. 210 c.p.c., e dell’acquisizione al giudizio del fascicolo dello stato passivo non permette di scrutinare in modo evidente il perimetro dell’incombente processuale disatteso, prima ancora delle sue giustificazioni; dall’altro lato, nella menzione (pag. 16) del solo stato passivo relativo alla “posizione del Dott. A.A. (1956)”, il ricorrente omette di segnalare quali altri elementi istruttori esterni, ove esistenti ma diversi da quelli immessi dallo stesso creditore, dovessero essere acquisiti dal citato fascicolo, non ostando alcun impedimento processuale in primo luogo alla riproduzione dei propri da parte dello stesso ricorrente; né comunque – nella specie si può richiamare l’aggiornato principio per cui l’opponente deve soltanto indicare specificatamente i documenti, di cui intende avvalersi, già prodotti nel corso della verifica dello stato passivo innanzi al giudice delegato, “sicché, in difetto della produzione di uno di essi, il tribunale deve disporne l’acquisizione dal fascicolo d’ufficio della procedura fallimentare ove esso è custodito” (Cass. 12549/2017, 5094/2018, 15627/2018); infatti, la citata omissione, per la sua ampiezza, preclude uno scrutinio di utilità alla domanda, relazione strumentale assente nella censura; inoltre, ancora in controricorso (pag. 17), si dà ulteriormente conto che la curatela, costituendosi, ribadiva sia la dedotta carenza di prova del rapporto di lavoro, sia l’infondatezza del credito in virtù della contrapposta compensazione con maggiori crediti risarcitori, come deciso dal giudice delegato;

15. il quinto motivo appare assorbito, in ragione della reiezione dei precedenti ed inammissibile laddove, valorizzando per un profilo la indicata non opposizione della produzione documentale, si scontra con le specifiche ed autosufficienti contestazioni opposte in controricorso (pag. 19-20), nelle quali non solo si dà conto della revoca dell’ordinanza riammissiva di istanze istruttorie, ma si fa menzione espressa anche dell’eccezione sollevata dal curatore alla relativa produzione tardiva;

16. anche il sesto motivo appare assorbito dalla reiezione dei primi quattro, oltre che smentito – nel suo presupposto processuale dalle contestazioni perentorie del curatore all’ammissione, di per sé sufficienti ad escludere l’invocazione, per altro del tutto generica, del principio di non contestazione; ciò, stante l’operatività, in via pregiudiziale ed in tema, del principio, cui va data continuità, per cui nel giudizio di opposizione allo stato passivo non opera, nonostante la sua natura impugnatoria, la preclusione di cui all’art. 345 c.p.c., in materia di ius novorum, con riguardo alle nuove eccezioni proponibili dal curatore, “in quanto il riesame, a cognizione piena, del risultato della cognizione sommaria proprio della verifica, demandato al giudice dell’opposizione, se esclude l’immutazione del thema disputandum e non ammette l’introduzione di domande riconvenzionali della curatela, non ne comprime tuttavia il diritto di difesa, consentendo, quindi, la formulazione di eccezioni non sottoposte all’esame del giudice delegato” (Cass. 21490/2020); tantomeno può invocarsi alcun giudicato endofallimentare sul credito, posto che la ragione reiettiva adottata in origine dal giudice delegato non ha fatto espressa menzione di uno specifico accertamento del credito oggetto della domanda, limitandosi a contrapporre l’evidente ragione più liquida di un controcredito ampiamente maggiore eccepito dal curatore e tale da rendere non utile, né necessario, un esame di fondamento della insinuazione stessa, secondo una ratio decidendi, va aggiunto, che non risulta adeguatamente contrastata;

il ricorso va dunque rigettato; le spese seguono la regola della soccombenza e sono liquidate come da dispositivo; sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento, liquidate in Euro 7.300, oltre a 200 Euro per esborsi e al rimborso delle spese forfettarie nella misura del 15%, nonché accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

 

 

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