Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21216 del 13/10/2011

Cassazione civile sez. VI, 13/10/2011, (ud. 22/09/2011, dep. 13/10/2011), n.21216

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 16155/2010 proposto da:

R.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CANDIA 121, presso lo studio dell’avvocato CRUCIANI STEFANO,

rappresentato e difeso dall’avvocato CONTI Luca, giusta procura

speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

ERGO ASSICURAZI0NI SPA in persona dell’amministratore delegato e

GROUPAMA ASSICURAZIONI SPA in persona del Direttore Legale

Societario, entrambe elettivamente domiciliate in ROMA, VIA FABIO

MASSIMO 60, presso lo studio dell’avvocato CAROLI Enrico, che le

rappresenta e difende, giuste procure alle liti in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

contro

C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TACITO 23,

presso lo studio degli avvocati VESPAZIANI GIOVANNI e BONCOMPAGNI

ANGELA, che la rappresentano e difendono, giusta procura alle liti in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 254/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/01/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/09/2011 dal Consigliere Relatore Dott. MAURIZIO MASSERA;

udito per il ricorrente l’Avvocato Luca Conti che si riporta ai

motivi del ricorso;

udito per la controricorrente ( C.M.) l’Avvocato

Boncompagni Angela che si riporta agli scritti.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. ROSARIO

GIOVANNI RUSSO che nulla osserva.

La Corte:

Letti gli atti depositati:

Fatto

OSSERVA IN FATTO

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Il fatto che ha originato la controversia è il seguente: R. G. ha chiesto il risarcimento del danno subito a seguito di una caduta sul pavimento reso viscido dalla pioggia all’uscita dal ristorante di C.M..

Con sentenza depositata in data 20 gennaio 2010 la Corte d’Appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale di Rieti, ha rigettato la domanda.

Alla Corte di Cassazione sono state devolute le seguenti questioni di diritto: nullità della procura conferita dalla Ergo Assicurazioni con conseguente inammissibilità dell’appello e nullità della sentenza per essere stata disposta la trattazione orale.

2 Il relatore propone la trattazione del ricorso in Camera di consiglio ai sensi degli artt. 375, 376, 380 bis c.p.c..

3. – I primo motivo denuncia violazione degli artt. 75 e 77 c.p.c., nonchè dell’art. 1362 c.c.; difetto di legittimazione in capo al procuratore della Ergo Assicurazioni S.p.A.; nullità della procura ad litem da questi rilasciata al difensore nel giudizio di appello.

Conseguente inammissibilità dell’appello proposto da Ergo Assicurazioni S.p.A. e passaggio in giudicato della sentenza di primo grado; in subordine: difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia.

Si assume che la procura per il giudizio di appello era stata rilasciata da soggetto privo dei necessari poteri di rappresentanza processuale e sostanziale. La questione era stata sottoposta all’esame della Corte territoriale, che l’ha decisa in senso contrario alla tesi dei ricorrente sul rilievo che l’art. 15 della procura conferita dalla Ergo al proprio procuratore speciale S. G. conferiva a costui il potere di impegnare la volontà della società a firma singola per i sinistri di valore contenuto entro la somma di Euro 100.000,00, occorrendo per quelli di valore superiore la firma congiunta di due liquidatori nel caso in cui a promuovere il giudizio fosse la compagnia. La sentenza impugnata ne ha inferito che nella specie bastasse la sola firma dello S., considerato che il giudizio era stata promosso dal R. e che la Ergo stava in giudizio quale chiamata in causa.

La Corte d’Appello è pervenuta alla statuizione censurata basandosi sulla formulazione letterale della relativa clausola e ricostruendone la ratio.

Il ricorrente svolge una serie di considerazioni che prescindono dalla considerazione che l’interpretazione della volontà è rimessa al giudice di merito, la cui decisione è censurabile in sede di legittimità nella sola ipotesi di motivazione inadeguata ovvero di violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui all’art. 1362 c.c., e segg.. Nell’ipotesi in cui il ricorrente lamenti espressamente tale violazione, egli ha l’onere di indicare, in modo specifico, i criteri in concreto non osservati dal giudice di merito e, soprattutto, il modo in cui questi si sia da essi discostato, non essendo, all’uopo, sufficiente una semplice critica della decisione sfavorevole, formulata attraverso la mera prospettazione di una diversa (e più favorevole) interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante.

La motivazione addotta dalla sentenza impugnata è razionale e congrua, quindi è idonea a superare il sindacato di legittimità.

Il secondo motivo adduce violazione dell’art. 352 c.p.c., ed erronea applicazione dell’art. 281 sexies c.p.c.; nullità del procedimento e della sentenza. Si eccepisce la nullità della sentenza in quanto pronunciata all’esito di un procedimento decisionale conformato al modello previsto dall’art. 281 sexies c.p.c., anzichè allo schema procedimentale disciplinato dall’art. 352 c.p.c.; in tal modo è stato omesso il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, con evidente compromissione del diritto di difesa.

La doglianza è fondata. La sentenza impugnata afferma che l’applicabilità dell’art. 281 sexies c.p.c., al giudizio di appello non può essere esclusa per il solo l’atto che la norma è dettata per il procedimento davanti al Tribunale in composizione monocratica, poichè ritiene che il criterio discriminante, ai fini della definizione dell’ambito di operatività della disposizione, non sia la composizione monocratica o collegiale del giudice, bensì la riconducibilità della materia all’elencazione di cause di cui all’art. 50 bis c.p.c..

Aggiunge che non incide al riguardo neppure l’art. 352 c.p.c., il quale disciplina la fase decisoria dinanzi alla Corte d’appello, giacchè tale decisione è posta a regolare il modulo ordinario della decisione, ma non esclude, tramite il rinvio di cui all’art. 359 c.p.c., la decisione a seguito di trattazione orale.

Il ragionamento della Corte territoriale non può essere condiviso.

L’art. 359 c.p.c., dispone che nei procedimenti d’appello davanti alla Corte d’Appello o al Tribunale si osservano, in quanto applicabili, le norme dettate per il procedimento di primo grado davanti al Tribunale, se non sono incompatibili con le disposizioni del presente capo.

L’art. 281 sexies è collocato nel capo 3 bis del Titolo 1 del Libro 2 del codice di rito che disciplina, in modo autonomo e specifico, il procedimento davanti al Tribunale in composizione monocratica. Già la collocazione della norme ne impedisce l’applicabilità alla diversa ipotesi del procedimento avanti al Tribunale in composizione collegiale. A maggior ragione esso risulta inapplicabile avanti alla Corte d’Appello, che – appunto – è giudice collegiale.

In altri termini, la circostanza che l’art. 281 sexies sia applicabile per i procedimenti avanti al Tribunale in composizione monocratica e non in quelli avanti al Tribunale collegiale non consente il trasferimento de modello processuale da esso previsto al giudizio di appello, che è collegiale. L’art. 352 c.p.c., comma 2, stabilisce che, se l’appello è proposto alla Corte di Appello, ciascuna parte, nel precisare le conclusioni, può chiedere che la causa sia discussa oralmente avanti al Collegio. In tal caso, fermo restando il rispetto dei termini indicati nell’art. 190 c.p.c., per il deposito delle difese scritte, la richiesta deve essere riproposta al presidente della Corte alla scadenza del termine per il deposito della memoria di replica.

La sentenza impugnata ritiene di poter superare l’evidente discrasia della propria tesi rispetto alla norma. Ma non considera, da un lato, che ove il legislatore avesse voluto l’applicabilità dell’art. 281 sexies al giudizio di appello avrebbe apportato le necessarie modifiche all’art. 352 c.p.c. (ovviamente, essendo possibile una soluzione compatibile con la norma, non si può risolvere la questione attribuendo al legislatore una sorta di “dimenticanza”) e, dall’altro lato, che proprio in virtù dell’art. 359 c.p.c..

L’applicabilità deve essere esclusa perchè l’art. 281 sexies risulta non compatibile “con le disposizioni del presente capo” (il li che regola, appunto, l’appello).

Contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, la sentenza n. 6205 del 2009 di questa Corte induce a conclusioni opposte alle sue. Infatti essa, premesso che l’art. 352 c.p.c., u.c., dispone che se l’appello è proposto al Tribunale, il Giudice, quando una delle parti lo richiede, dispone lo scambio delle sole comparse conclusionali a norma dell’art. 190 e fissa l’udienza di discussione non oltre sessanta giorni dalla scadenza del termine per il deposito delle comparse medesime e che la sentenza è depositata in cancelleria entro sessanta giorni successivi, ha poi affermato che dalla lettura coordinata delle disposizioni surrichiamate si evince che, qualora una delle parti richieda al Giudice di disporre lo scambio delle comparse conclusionali a norma dell’art. 190 c.p.c., rende inapplicabile, perchè incompatibile con detta disposizione di cui all’art. 352 c.p.c., l’art. 281 sexies c.p.c., dato che tale norma limita la difesa delle parti alla sola discussione orale e che, nel caso sottoposto al suo esame, l’appellante aveva chiesto espressamente al Giudice di disporre lo scambio delle comparse conclusionali ex art. 352 c.p.c., e il Giudice aveva rigettato tale richiesta, ritenendo illegittimamente che, nonostante tale richiesta, fosse ancora possibile procedere applicando il disposto dell’art. 281 sexies c.p.c.. Quindi, la sentenza citata ha concluso che, così operando, il Tribunale aveva violato il diritto di difesa dell’appellante, violazione che, data la sua gravità, comportava la nullità della impugnata sentenza.

Non inducono a diversa statuizioni le argomentazioni addotte dalla sentenza impugnata. Non quelle di politica giudiziaria, poichè, anche se apprezzabili, sono ostacolate dal dato normativo. Non il riferimento all’art. 360 bis c.p.c., poichè la ritenuta (dalla citata sentenza n. 6205 del 2009) gravita della violazione del diritto di difesa comporta necessariamente la violazione di uno dei principi regolatori del giusto processo.

L’accoglimento della censura comporta l’annullamento della sentenza impugnata.

Resta assorbito il terzo motivo, che lamenta motivazione insufficiente sulla supposta inesistenza del nesso di casualità, con specifico riferimento alle conseguenze del trauma cranico.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

Entrambe le parti hanno presentato memorie ed hanno chiesto d’essere ascoltate in camera di consiglio.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio non ha condiviso le conclusioni cui è pervenuta la relazione con riferimento al secondo motivo per le seguenti ragioni: ferma la nullità rilevata nella relazione, occorre tuttavia considerare che essa è rimasta sanata ai sensi dell’art. 157 c.p.c., comma 2; infatti – come risulta dai verbali dell’udienza di discussione avanti alla Corte d’Appello – anche il difensore del R. era presente e, a fronte dell’invito rivolto alle parti di discutere ai sensi dell’art. 281 sexies, non si è opposto e non ha chiesto la concessione dei termini per il deposito della comparsa conclusionale e della memoria di replica, come sarebbe stato suo diritto, in tal modo omettendo di tenere il comportamento processuale necessario per indurre il Collegio a procedere nelle forme ordinarie;

peraltro, all’accoglimento del motivo in esame è di ostacolo anche l’art. 360 bis c.p.c., n. 2, poichè il R. ha avuto la possibilità di svolgere appieno la propria difesa e, quindi, non vi è stata violazione dei principi regolatori del giusto processo; il terzo motivo, che nella relazione è stato ritenuto assorbito, è inammissibile sia per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6 (confronta, tra le altre, le recenti Cass. Sez. Un. n. 28547 del 2008; Cass. Sez. 3^ n. 22302 del 2008), sia perchè le argomentazioni a sostegno implicano esame delle risultanze processuali, accertamenti di fatto e valutazioni di merito;

che pertanto il ricorso va rigettato; considerata la complessità della questione giuridica trattata, sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di cassazione;

visti gli artt. 380 bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; spese del giudizio di cassazione compensate.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 22 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2011

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