Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21205 del 19/10/2016


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Cassazione civile sez. VI, 19/10/2016, (ud. 07/07/2016, dep. 19/10/2016), n.21205

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso alla corte d’appello di Roma D.R.M., D.R.S., D.R.A. e D.R.L. (quali eredi legittimi di D.R.T.) chiedevano ingiungersi al Ministero della Giustizia il pagamento dell’equo indennizzo per l’eccessiva durata del giudizio introdotto innanzi alla corte d’appello di Napoli e definito con sentenza n. 594 dei 13/29.2.2012.

Resisteva il Ministero della Giustizia.

Con decreto n. 50641/2013 la corte d’appello di Roma, in persona del giudice designato, accoglieva il ricorso ed ingiungeva al Ministero resistente il pagamento a ciascuno dei ricorrenti, per l’irragionevole durata del giudizio presupposto, della somma di curo 2.000,00, oltre interessi, nonchè il pagamento al difensore anticipatario dei ricorrenti della somma di Euro 358,00 (di cui Euro 8,00 per esborsi), oltre accessori di legge, per le spese del procedimento.

Avverso tale decreto D.R.M., D.R.S., D.R.A. e D.R.L. proponevano opposizione ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5 ter, sollecitando la liquidazione delle maggiori somme di cui alla nota spese all’uopo allegata.

Con decreto dei 28.4/10.10.2014 la corte d’appello di Roma rigettava l’opposizione e compensava integralmente le spese del procedimento.

Esplicitava la corte che alla stregua della tabella “A-, allegata al D.M. n. 140 del 2012 applicabile ratione temporis, l’onorario liquidato con il Decreto n. 50641/2013 doveva reputarsi senz’altro congruo.

Avverso il decreto dei 28.4/10.10.2014 hanno proposto ricorso D.R.M., D.R.S., D.R.A. e D.R.L. (quali eredi legittimi di D.R.T.). Ne hanno chiesto la cassazione con ogni conseguente statuizione in ordine alle spese di lite.

Il Ministero della Giustizia non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo i ricorrenti denunciano in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 violazione o falsa applicazione della “tabella A” del D.M. n. 140 del 2012.

Deducono che, contrariamente all’assunto della corte d’appello di Roma, deve applicarsi al caso di specie il D.M. n. 55 del 2014; che, ai sensi dell’art. 2 c.p., comma 2, e art. 4, comma 8, del predetto D.M., all’avvocato “è dovuta una somma per il rimborso delle spese forfettarie di regola nella misura del 15% del compenso totale per la prestazione e che il compenso da liquidare giudizialmente a carico del soccombente costituito può essere aumentato fino a un terzo rispetto a quello altrimenti liquidabile quando le difese della parte vittoriosa sono risultate manifestamente fondate” (così ricorso, pag. 4); che “nel caso di specie le istanze degli (…) credi D.R. hanno trovato accoglimento (…) grazie all’abilità tecnica del difensore che ha fatto emergere, attraverso la propria attività, la fondatezza delle loro pretese” (così ricorso, pag. 5).

Deducono ulteriormente che la corte di Roma non ha per nulla “motivato il perchè della scelta del pantani riconosciuto contravvenendo così ad un generale obbligo di motivazione” (così ricorso, pag. 6).

Il ricorso, nei termini che seguono, è fondato e meritevole di accoglimento.

Si rappresenta in primo luogo che questa Corte di legittimità non può che reiterare il proprio insegnamento, seppur espresso in relazione al D.M. n. 140 del 2012.

Ovvero l’insegnamento a tenor del quale, in terna di spese processuali, agli effetti del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, art. 41,il quale ha dato attuazione al D.Lgs. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, comma 2, convertito in L. 24 marzo 2012, n. 27, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorchè tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l’accezione onnicomprensiva di “compenso” la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata (cfr. Cuss. sez. un. 12.10.2012, n. 17405; Cass. 11.2.2016, n. 2748).

Su tale scorta si reputa che la corte “appello di Roma, allorchè ha ribadito con il decreto dei 28.4/10.10.2014, allorquando era già in vigore il D.M. 10 marzo 2014, n. 55, la liquidazione del compenso disposta con il Decreto n. 50641/2013, avrebbe dovuto accordare al difensore anticipatario dei ricorrenti, in ossequio al disposto del medesimo D.M. n. 55 del 2014, art. 2, comma 2, “una somma per rimborso spese forfettarie (…) nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione”.

Si rappresenta in secondo luogo, limitatamente al mancato riconoscimento dell’aumento di cui al D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 8, che l’aumento in parola è senza dubbio rimesso alla valutazione discrezionale del giudice del merito (“Il compenso da liquidare giudizialmente a carico del soccombente costituito può essere aumentato fino a un terzo rispetto a quello altrimenti liquidabile quando le difese della parte vittoriosa sono risultale manifestamente fondate”), sicchè in parte qua il dictum del giudice del merito è sindacabile unicamente per vizio di motivazione.

Su tale scorta è da escludere tuttavia che i ricorrenti abbiano inteso censurare il decreto dei 28.4/10.10.2014 della corte d’appello di Roma per vizio di motivazione. E tanto sia in considerazione dell’esclusivo riferimento alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) nella rubrica dell’addotto unico motivo, sia in considerazione del sostanziale tenore dell’esperita censura, ove nulla si esplicita circa la sussistenza nel caso di specie del presupposto normativo della manifesta fondatezza delle difese della parte vittoriosa e ove, viceversa, si prospetta – al contempo – la complessità della prova del danno e la molteplicità delle attività cui il difensore ha atteso (cfr. ricorso, pag. 5).

Si rappresenta in terzo luogo, limitatamente all’omessa motivazione circa la quantificazione, ben vero entro i valori minimi e massimi, del liquidato compenso, che, evidentemente, riveste valenza l’insegnamento di questo Giudice del diritto secondo cui, in tema di liquidazione delle spese processuali che la parte soccombente deve rimborsare a quella vittoriosa, la determinazione degli onorari di avvocato e degli onorari e diritti di procuratore costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, qualora sia contenuto tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede una specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità Cass. 9.10.2015, n. 20289).

In accoglimento del ricorso il decreto dei 28.4/10.10.2014, con cui la corte d’appello di Roma ha respinto l’opposizione proposta avverso il Decreto n. 50641/2013 della stessa corte, va in relazione e limitatamente alla censura accolta cassato con rinvio alla medesima corte territoriale in diversa composizione.

In sede di rinvio si provvederà alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso; cassa in relazione e limitatamente alla censura accolta il decreto dei 28.4/10.10.2014 con cui la corte d’appello di Roma ha respinto l’opposizione proposta avverso il decreto n. 50641/2013 della stessa corte d’appello; rinvia alla medesima corte d’appello di Roma in diversa composizione anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2016

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