Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21195 del 08/08/2019

Cassazione civile sez. lav., 08/08/2019, (ud. 30/04/2019, dep. 08/08/2019), n.21195

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10377-2014 proposto da:

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e

quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di Cartolarizzazione

dei Crediti I.N.P.S., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE

BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto,

rappresentati e difesi dagli avvocati LELIO MARITATO, CARLA

D’ALOISIO, GIUSEPPE MATANO, ANTONINO SGROI, EMANUELE DE ROSE;

– ricorrenti –

contro

A.G., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MARIATERESA GRIMALDI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 458/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 11/04/2013 R.G.N. 674/2011.

Fatto

RILEVATO

che:

l’I.N.P.S., in proprio e quale mandatario di S.C.C.I. s.p.a., ha proposto ricorso per cassazione, con un unico motivo, avverso la sentenza n. 458/2013 della Corte d’Appello di Firenze che, nel confermare la pronuncia del Tribunale della stessa sede, ha disconosciuto l’obbligo di A.G. di pagamento, richiesto con due cartelle esattoriali, della contribuzione inerente alla Gestione Commercianti per il periodo compreso tra l’anno 2000 e l’anno 2005 e ciò sul presupposto che la s.a.s. Peterson, di cui il predetto era accomandatario, si occupasse soltanto dell’attività di locazione dei propri immobili e che quindi l’ A. non svolgesse effettiva attività commerciale, limitandosi ad atti di gestione di rilievo meramente civilistico;

A.G. ha resistito con controricorso illustrato da memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

con il motivo di ricorso I’I.N.P.S. denunzia violazione e/o falsa applicazione della L. 22 luglio 1996, n. 613, art. 1, della L. 27 novembre 1960, n. 1397, art. 1 così come modificato dalla L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203 e segg. della stessa L. n. 1397 del 1960, art. 2 e degli artt. 2313,2318 e 2697 c.c., assumendo che la costituzione in forma societaria, ma diversa dalla società semplice, faccia presumere l’esercizio di attività imprenditoriale, sicchè spetterebbe a chi afferma che non vi sia stato svolgimento di commercio dimostrarlo in concreto, come non è avvenuto, tenendo anche conto che l’oggetto societario non consiste solo nel godimento di immobili e che manca una qualche argomentazione della sentenza che indichi il percorso logico-giuridico sulla base del quale si possa concludere che la costituzione della società sia simulata e l’intento reale sia quello di realizzare un diverso negozio, destinato a rimanere occulto;

il motivo è infondato in conformità con i precedenti, relativi alla stessa società, cui si intende assicurare continuità (Cassazione n. 2502 del 2018; n. 7910 del 2017; n. 28019 del 2017 e 28021 del 2017);

presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione Commercianti è infatti lo svolgimento di un’attività commerciale, in conformità a quanto previsto dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203, che ha sostituito il testo della L. 3 giugno 1975, n. 160, art. 29 (requisiti previsti per ritenere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali);

nella specie è stato escluso, con un accertamento in fatto da parte della Corte del merito rimasto solo genericamente censurato, che la s.a.s. di cui il controricorrente era socio accomandatario non svolgeva alcuna attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili altrui e non svolgeva attività diverse da quella limitata alla gestione delle locazioni degli immobili di cui era proprietaria;

la (asserita) presunzione normativa di esercizio di attività commerciale è quindi comunque superata dalle risultanze di cui sopra;

tale decisione è in linea con il principio già espresso da questa Corte secondo cui la società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà e si limiti a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare (Cass. n. 3145 del 2013);

questa Corte – con riferimento alle società in accomandita semplice – ha altresì affermato il principio (Cass. 26 febbraio 2016 n. 3835) secondo cui, ai sensi della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, che ha modificato la L. n. 160 del 1975, art. 29 e della L. n. 45 del 1986, art. 3 in tali società la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto, prova che, nel caso in esame, secondo i giudici di merito non è stata fornita,

essendo emerso che l’ A. si limitava ad apporre le firme necessarie alla gestione dei contratti di locazione degli immobili societari;

dovendosi considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale, non rileva inoltre il contenuto dell’oggetto sociale, nè la questione ha nulla a che vedere con una simulazione del rapporto societario, infondatamente ipotizzata come necessaria dall’I.N.P.S.;

da ultimo, l’orientamento espresso ha ricevuto l’avallo di plurime pronunce di questa Corte che hanno confermato i principi enunciati (cfr. Cass. 29 dicembre 2016, n. 27376; Cass., 6 settembre 2016 n 17643) addirittura, come si è sopra ricordato, in cause riguardanti proprio l’odierno controricorrente (Cass. 24 novembre 2017, n. 28021);

il ricorso va quindi rigettato, con regolazione secondo soccombenza delle spese del giudizio di legittimità;

sussistono, dato l’esito del ricorso, i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2700,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfettarie nella misura del 15 % e spese accessorie di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 30 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 agosto 2019

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