Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2119 del 27/01/2017


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Cassazione civile, sez. II, 27/01/2017, (ud. 20/10/2016, dep.27/01/2017),  n. 2119

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22481-2013 proposto da:

C.M. (OMISSIS), D.V.P. (OMISSIS),

D.V.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SAN NICOLA

DE’ CESARINI 3, presso lo studio dell’avvocato SILVIA COMOGLIO,

rappresentati e difesi dall’avvocato MARCELLO FERRARIS;

– ricorrenti –

contro

CH.BR.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1274/2012 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 12/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/10/2016 dal Consigliere Dott. GRASSO GIUSEPPE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’inammissibilità, in

subordine, il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.M., in proprio e quale erede di D.V.M., e G. e D.V.P., quali eredi di D.V.M., convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Asti, Ch.Br., assumendo che:

i coniugi D.V., con atto del 29 marzo 1994, avevano acquistato dal convenuto degli immobili, per il prezzo di Lire 30.000.000;

nel settembre 1994 avevano statuito, con una ulteriore scrittura privata, la vendita di ulteriori beni accessori e pertinenziali rispetto a quelli già acquistati, al prezzo di Lire 21.000.000;

nonostante i molteplici solleciti il venditore non aveva provveduto a formalizzare e trascrivere la seconda compravendita.

Gli attori chiedevano, pertanto, che fosse dichiarato l’acquisto da parte loro, ex art. 2932 c.c., della proprietà dei beni contemplati nella scrittura privata del settembre 1994, nonchè la condanna del convenuto a rimborsare l’importo di Euro 3.821,78 pagato in eccesso.

Ch.Br., costituitosi, chiedeva il rigetto della domanda attrice e, in via riconvenzionale, la condanna degli attori a corrispondere Euro 4.274,16.

Il Tribunale di Asti, con sentenza 1086/09, rigettò le domande degli attori ed accolse la riconvenzionale.

La Corte d’appello di Torino, con sentenza n. 1742/2012, respinse l’impugnazione degli attori.

C.M., in proprio e quale erede di D.V.M., P. e D.V.G., quali eredi di D.V.M., propongono ricorso per cassazione, articolandolo su due motivi.

Ch.Br. non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la falsa applicazione degli artt. 1193 e 1195 c.c., nonchè la violazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 115 e 345 c.p.c.; nonchè la contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Essi sostengono che la corte territoriale avrebbe errato nel considerare incontestato fra le parti l’avvenuto versamento in totale di Lire 23.400.000 quando, invece, secondo i medesimi ricorrenti la somma corrisposta era di Lire 53.400.000 e, ad avviso di Ch.Br. di Lire 47.500.000.

Inoltre, essi si dolgono della circostanza che la Corte di Appello di Torino abbia ritenuto che l’importo di Lire 400.000 indicato con la dicitura “ulti acconto” sia stato considerato un semplice acconto e non il saldo del prezzo del rogito notarile summenzionato.

I ricorrenti contestano, altresì, la sentenza impugnata perchè avrebbe reputato che la difesa fondata sul documento del Ch. denominato “Situazione contabile al 26/11/2002”, da cui emergeva il pagamento di complessivi Lire 26.000.000, fosse tardiva, nonostante si basasse su documenti prodotti nel giudizio di prime cure.

Infine, essi affermano che la somma di Lire 4.000.000, portata dalle quattro cambiali di Lire 1.000.000 ciascuna, emesse il 19 giugno 2006, andava imputata al pagamento della seconda scrittura privata, poichè il prezzo del primo rogito era stato corrisposto integralmente con il versamento di Lire 400.000 a saldo e non quale acconto.

Il motivo è infondato.

Innanzitutto, si osserva che la corte territoriale non ha ritenuto che la somma nel complesso versata dai ricorrenti per entrambi gli acquisti fosse di soli Lire 23.400.000, ma solo che oggetto del contendere fosse tale importo, nel senso che era discusso se questo dovesse essere integralmente riferito al secondo contratto o se, invece, parte di esso andasse imputata al prezzo pattuito nel primo.

Infatti, i ricorrenti hanno fondato le loro domande sulla circostanza di avere corrisposto, per la seconda vendita, Lire 23.400.000, mentre la controparte ha sostenuto che da detto importo andava detratto quello di Lire 5.900.000, ancora dovuto per il primo rogito, somma che è pari proprio alla differenza esistente fra l’ammontare totale che, secondo i ricorrenti, sarebbe stato pagato al venditore (Lire 53.400.000), e quello che, invece, quest’ultimo sostiene di avere percepito (Lire 47.500.000).

Al riguardo, la Corte di Appello di Torino ha basato la sua decisione, innanzitutto, sulla scrittura privata “integrante atto di riconoscimento della simulazione attestante la fittizietà del prezzo della compravendita rispetto a quanto indicato nell’atto pubblico”, da cui emergeva che, in esito alla prima vendita, residuava, in favore del Ch., l’importo di Lire 5.900.000 che, dunque, doveva essere detratto da quanto corrisposto successivamente anche per la seconda vendita.

La corte territoriale ha evidenziato, altresì, che la scrittura privata del settembre 1994 conteneva quietanze per complessive Lire 19.400.000, di cui Lire 1.900.000 erano state imputate dal creditore al precedente atto pubblico, con la conseguenza che del prezzo di Lire 21.000.000 era stato dimostrato il pagamento di Lire 17.500.000.

Restava in discussione un ulteriore importo di Lire 4.000.000, portato su quattro cambiali rilasciate il 19 giugno 1996, che erano state pagate e che la Corte di Appello di Torino, applicando i criteri legali in tema di imputazione dei pagamenti, ha riferito al primo rogito.

Quanto all’importo di Lire 400.000, indicato come “ulti acconto”, quietanzato il 10 dicembre 2005, la corte territoriale lo ha imputato al primo contratto, ma lo ha considerato solo un acconto e non un pagamento a saldo, alla luce del contenuto della controdichiarazione summenzionata, ove era stato previsto che il prezzo residuo del primo rogito di Lire 5.900.000 dovesse essere “corrisposto in rate mensili di Lire 500.000 ciascuna, tranne l’ultima di Lire 400.000”, come pure prospettato dal Ch..

Pertanto, il giudice di secondo grado ha ritenuto che la quietanza di Lire 400.000 del 10 dicembre 2005 andava imputata (assieme a quella di Lire 1.500.000 del 7 maggio 1995, qui non oggetto di discussione) alla vendita precedente come acconto e non a saldo, non essendo stato dimostrato che l’ulteriore somma di Lire 4.000.000 fosse stata versata in precedenza.

Infatti, le quattro cambiali di Lire 1.000.000 ciascuna, del 19 giugno 1996 erano successive al pagamento di Lire 400.000 e, quindi, non potevano essere state onorate prima di tale ultimo importo, il quale, perciò, non poteva rappresentare il saldo del debito più risalente, ma semplicemente un acconto.

Per ciò che concerne l’eccezione fondata sul documento del Ch. denominato “Situazione contabile al 26/11/2002”, da cui emergeva il pagamento di complessivi Lire 26.000.000, si evidenzia che la corte territoriale ne ha ritenuta la tardività perchè i ricorrenti non avevano basato, in primo grado e nell’atto di appello, la loro difesa su detta circostanza, con conseguente intempestività della relativa allegazione, avvenuta solo nella comparsa conclusionale di appello.

Appare, in definitiva, evidente non solo l’infondatezza delle prospettate violazioni di legge, ma anche l’insussistenza del denunciato vizio motivazionale. A tal ultimo riguardo, peraltro, l’elaborazione in punto di sindacato della motivazione (maturata attraverso le decisioni di questa Corte), solida, vasta e pienamente condivisibile, importa che nel caso in cui nel ricorso per cassazione venga prospettato come vizio di motivazione della sentenza una insufficiente spiegazione logica relativa all’apprezzamento operato dal giudice di merito, di un fatto principale della controversia, il ricorrente non può limitarsi a prospettare una possibilità o anche una probabilità di una spiegazione logica alternativa, essendo invece necessario che tale spiegazione logica alternativa del fatto appaia come l’unica possibile (cfr., fra le tante, Sez. 3^, n. 3267 del 112/2/2008, Rv. 601665). Difatti, il vizio di contraddittorietà della motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, può consistere o in un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate (tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione), ovvero nella mancanza di un nesso di coerenza tra le varie ragioni di cui si compone la motivazione o nell’attribuzione a taluno degli elementi emersi in causa di un significato fuori del senso comune o del tutto inconciliabile con il suo effettivo contenuto (cfr., Sez. L., n. 8495 del 6/8/1999, n. 529223). In altri termini, non può essere considerato vizio logico della motivazione la maggiore o minore rispondenza della ricostruzione del fatto nei suoi vari aspetti, o un miglior coordinamento dei dati o un loro collegamento più opportuno e più appagante, in quanto tutto ciò rimane all’interno delle possibilità di apprezzamento dei fatti, e, non contrastando con la logica o con le leggi della razionalità, appartiene al convincimento del giudice senza renderlo viziato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr., Sez. 1, n. 8923 del 29/10/1994, Rv. 488311). In definitiva, il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in un nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Ne consegue che, ove la parte abbia dedotto un vizio di motivazione, la Corte di cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito (Sez. 6 – 5, ord. n. 91 del 7/1/2014, Rv. 629382).

2. Con il secondo motivo i ricorrenti contestano la violazione degli artt. 115 e 230 c.p.c., nonchè la contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo della controversia, poichè la corte territoriale aveva errato nel ritenere inammissibile il capitolo di prova per interrogatorio formale di controparte.

La doglianza è infondata.

Infatti, la Corte di Appello di Torino ha motivato in maniera logica e completa, non sindacabile nella presente sede, la sua valutazione di inammissibilità del proposto capitolo, in quanto privo dell’indicazione di circostanze in grado di manifestare esteriormente la volontà delle parti di imputare gli importi ivi indicati alla seconda, piuttosto che alla prima compravendita.

3. Il ricorso va, quindi, rigettato.

4. Alcuna statuizione deve essere assunta in ordine alle spese di lite, non avendo la controparte svolto difese.

5. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte dei ricorrenti, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dal L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Si dà atto che il processo è stato scrutinato con la collaborazione dell’assistente di studio Dott. C.D..

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2^ Sezione Civile, il 20 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2017

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