Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21182 del 23/07/2021

Cassazione civile sez. III, 23/07/2021, (ud. 02/03/2021, dep. 23/07/2021), n.21182

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15-2019 proposto da:

F.G., elettivamente domiciliato in ROMA, V.DELLA

BALDUINA 63, presso lo studio dell’avvocato CRISTINA SAVORELLI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE PAGNOTTA;

– ricorrente –

contro

EFFEQUATTRO SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, RAMPA DELLE MURA

N. 2 c/o FACCO, rappresentata e difeso dall’avvocato DEMETRIO

FENUCCI;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

nonché contro

F.G.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 931/2018 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 22/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

02/03/2021 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con ricorso ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c. F.G. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Nocera Inferiore Effequattro s.r.l.. Espose il ricorrente che con scrittura privata di data 13 maggio 2005 il F. aveva trasferito alla convenuta mediante girata fiduciaria il certificato azionario di 232.587 azioni di Giaguaro s.p.a. per l’importo complessivo di Euro 1.162.935,00 con l’impegno della fiduciaria di ritrasferimento al fiduciante con il medesimo corrispettivo, non appena quest’ultimo ne avesse fatto richiesta, sempre che nel contempo fosse stato restituito a Effequattro il corrispettivo di Euro 1.162.935,00, prevedendo in particolare che il corrispettivo sarebbe stato liquidato da Effequattro a mezzo bonifico con restituzione dello stesso da parte del F. in contanti quando quest’ultimo avesse fatto richiesta di ritrasferimento. Aggiunse che la convenuta aveva dichiarato la propria indisponibilità al ritrasferimento richiesto. Chiese quindi la condanna della convenuta alla restituzione delle azioni o al pagamento di una somma di denaro pari al valore commerciale. Effequattro si costituì eccependo, fra l’altro, di avere esercitato il diritto di recesso da Giaguaro s.p.a. e che altri soci avevano rilevato le azioni. Il Tribunale adito rigettò la domanda. Avverso detta sentenza propose appello il F.. La società propose appello incidentale in ordine alla compensazione delle spese.

Con sentenza di data 22 giugno 2018 la Corte d’appello di Salerno, previa CTU, accolse l’appello, condannando Effequattro s.p.a. al pagamento in favore di F.G. della somma di Euro 1.218.612,32, rigettò l’appello incidentale e condannò l’appellata al pagamento delle spese, liquidate con riferimento al compenso in Euro 8.500,00 per il secondo grado ed Euro 3.000,00 per il primo grado. Osservò la corte territoriale che con la scrittura privata di data 13 maggio 2005 era stata disposta la cessione a titolo fiduciario “senza l’effettività del pagamento del prezzo, circostanza certa, poiché non contestata” e che il recesso dalla posizione di socio, con la liquidazione della quota azionaria, era avvenuta senza il consenso preventivo dell’appellante, rendendo impossibile il ritrasferimento delle azioni. Aggiunse che spettava quindi in favore dell’appellante il controvalore delle azioni con riferimento al tempo del recesso dalla società esercitato da Effequattro, trattandosi di perdita economica reale per non essere stato pagato dal fiduciario un prezzo di acquisto.

Osservò ancora quanto segue: “la somma dovuta all’appellante è determinata facendo riferimento all’analisi operata dal CTU, non suscettibile di critica, essendo sostenuta da valido ragionamento logico e di calcolo, e secondo il metodo misto patrimoniale-reddituale, in quanto più idoneo alla rappresentazione della realtà societaria, sia attraverso il valore patrimoniale netto della società, rettificato dalla redditività raggiunta dall’impresa, consentendo uno sguardo che tenga conto della consistenza patrimoniale effettiva, ma anche dell’attitudine alla produzione di reddito dell’azienda. Sulla scorta di tale criterio, come applicato dal CTU il valore del recesso è determinato in Euro 1.218612,32 corrispondente al valore delle azioni dismesse, e da attribuire al fiduciante, in forza dell’accordo intercorso con il fiduciario, con ciò confermando la legittimità dell’operato del CTU, come da ordinanza del 1/04/2015, che integralmente si richiama”.

Ha proposto ricorso per cassazione F.G. sulla base di sei motivi e resiste con controricorso la parte intimata, la quale ha proposto altresì ricorso incidentale sulla base di tre motivi. E’ stato fissato il ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.. E’ stata presentata memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

muovendo dal ricorso principale, con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 156 c.p.c., comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che, mentre il valore delle azioni risultava quantificato sulla base della CTU in Euro 1.637.412,48 all’epoca dell’esercizio del recesso avvenuto in data 31 ottobre 2009, il giudice di appello aveva preso in considerazione il valore al giorno 30 aprile 2005 e che ricorre pertanto un contrasto insanabile fra dispositivo e motivazione, nella quale si fa riferimento all’epoca del recesso.

Il motivo è inammissibile. Sotto le spoglie della denuncia di un contrasto insanabile fra dispositivo e motivazione, il ricorrente denuncia in realtà un contrasto fra la decisione e le risultanze processuali. La censura attiene così direttamente al giudizio di fatto, senza tuttavia passare per una rituale denuncia di vizio motivazionale (fermo restando che inammissibile sarebbe in questa sede la denuncia di errore revocatorio). Nei termini in cui la censura risulta proposta, essa refluisce in un sindacato di merito precluso nella presente sede di legittimità.

Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 195,101 c.p.c., L. n. 742 del 1969, art. 1. Osserva la parte ricorrente che in violazione del principio del contraddittorio il CTU non ha preso in considerazione le osservazioni del consulente di parte, con cui si evidenziava l’inopportunità ed irritualità dell’acquisizione dei bilanci infrannuali della Giaguaro s.p.a., perché inviate oltre lo spirare del termine previsto, nonostante che lo stesso CTU avesse chiesto un’ulteriore proroga di giorni novanta, e che inoltre arbitrariamente il CTU non aveva preso in considerazione le dette osservazioni perché l’istanza di proroga per il deposito delle stesse, ed il rigetto della Corte d’appello, erano intervenuti dopo il deposito della CTU. Aggiunge che allorché siano mosse ad una CTU critiche puntuali e dettagliate da parte di un consulente di parte, il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare in motivazione le ragioni.

Il motivo è inammissibile. Avuto riguardo all’ordinanza di rigetto da parte della Corte d’appello (indicata come doc. 5 nel ricorso), non viene precisato se contro tale ordinanza sia stata formulata eccezione e, soprattutto, fermo comunque il carattere assorbente di tale carenza, non viene precisato se l’eventuale critica e, dunque, l’eccezione proposta venne mantenuta in sede di precisazioni delle conclusioni. La questione viene prospettata senza che si dimostri la giustificazione del potere di prospettarla come vizio della sentenza, giustificazione che esigeva che in sede di precisazione delle conclusioni la doglianza fosse stata mantenuta, dovendosi altrimenti reputare abbandonata.

Inoltre, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 non risultano specificatamente indicati i rilievi del consulente di parte che il giudice di merito avrebbe omesso ingiustificatamente di esaminare analiticamente, né risulta indicato lo specifico contenuto della CTU nei suoi passaggi argomentativi in modo da apprezzare se questa, cui il giudice ha fatto rinvio, si sia fatta carico di esaminare e confutare i rilievi di parte.

Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 194,195,198,115 e 90 att. c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che il CTU ha quantificato con il metodo misto la valutazione al 31 ottobre 2009 in Euro 2.725.919,64 quale valore di recesso, inspiegabilmente diminuito ad Euro 1.637.412,48, e che le contestazioni alla consulenza sono state dedotte alla prima udienza successiva al deposito e reiterate con comparsa conclusionale. Aggiunge che il CTU, determinando il valore dell’azienda acquisendo acriticamente il valore delle rimanenze e dei crediti risultanti dai libri contabili di Giaguaro s.p.a., ha di fatto demandato alla società debitrice la determinazione del valore dell’azienda in quanto i due soci di Giaguaro detengono il 43,76% del valore delle azioni di Effequattro e che i documenti acquisiti sono stati utilizzati dal CTU in assenza sia del presupposto della maggiore completezza e precisione dell’elaborato sia in assenza del consenso della controparte ai sensi dell’art. 198 c.p.c. Osserva ancora che le conclusioni del CTU sono basate su situazioni contabili relative a periodi infrannuali le quali hanno una serie di limiti, non trattandosi di bilanci d’esercizio, ed inoltre non vi è indicazione dei soggetti che hanno redatto ed approvato la situazione contabile. Aggiunge che i documenti utilizzati sono inattendibili anche per il palese conflitto di interessi derivante dalla sostanziale identità degli organi amministrativi e delle compagini societarie di Giaguaro ed Effequattro.

Il motivo è inammissibile. L’esordio della censura è costituito dall’affermazione che le contestazioni alla CTU sono state sollevate alla prima udienza successiva al deposito e reiterate con comparsa conclusionale. Segue poi per tutto il corpo del motivo l’esposizione di critiche alla consulenza.

In via assorbente non viene specificatamente indicato se le critiche espresse a verbale e, dunque, le relative eccezioni sul modus operandi e sul contenuto della CTU, siano state mantenute in sede di precisazione delle conclusioni. Trattasi di profilo condizionante in senso negativo l’ammissibilità della censura.

Ipotizzando che in sede di precisazione delle conclusioni le eccezioni siano state mantenute, non risulta comunque in modo chiaro ed espresso indicato quale sia stato il contenuto dei rilievi che sarebbero stati mossi alla consulenza nel corso della prima udienza successiva al deposito e che sarebbero stati reiterati con la comparsa conclusionale. Emergerebbe qui un profilo di violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 in quanto non risulterebbe indicato in modo specifico il contenuto della contestazione che sarebbe stata sollevata all’udienza e poi in comparsa conclusionale (il ricorrente, si noti, omette di indicare se le censure sollevate nel corpo del motivo corrispondano a quelle che, secondo il suo assunto, sarebbero state sollevate innanzi al giudice di merito).

Con il quarto motivo si denuncia omessa motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva la parte ricorrente che nella comparsa conclusionale sono state svolte una serie di critiche al contenuto della consulenza, a cui la corte territoriale non ha fornito adeguata risposta.

Il motivo è inammissibile. Anche tale censura risulta formulata in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 in quanto non si fornisce alcuna indicazione sulle critiche alla consulenza che sarebbero state svolte nella comparsa conclusionale, per cui non viene dato alla Corte alcun parametro per poter valutare l’esistenza di un’apparenza di motivazione (impregiudicata in questa sede la questione se si tratti di critiche sollevate già all’udienza successiva al deposito della consulenza e, in mancanza, se, sollevate per la prima volta nella comparsa conclusionale, si tratti di critiche sollevate tempestivamente). Va rammentato che in tema di ricorso per cassazione, per infirmare, sotto il profilo della insufficienza argomentativa, la motivazione della sentenza che recepisca le conclusioni di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio di cui il giudice dichiari di condividere il merito, è necessario che la parte alleghi di avere rivolto critiche alla consulenza stessa già dinanzi al giudice “a quo”, e ne trascriva, poi almeno i punti salienti onde consentirne la valutazione in termini di decisività e di rilevanza, atteso che, diversamente, una mera disamina dei vari passaggi dell’elaborato peritale, corredata da notazioni critiche, si risolverebbe nella prospettazione di un sindacato di merito inammissibile in sede di legittimità (fra le tante Cass. n. 11482 del 2016 e n. 19427 del 2017).

Con il quinto motivo si denuncia violazione degli artt. 1224,1229,1282 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente che nel caso di domanda di risarcimento del danno spettano di diritto e devono essere liquidati d’ufficio interessi e rivalutazione monetaria.

Il motivo è inammissibile. Sempre in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 il ricorrente ha omesso di indicare in modo specifico quale sia l’elemento della causa petendi che connota in termini di risarcimento da fatto illecito la pretesa fatta valere. Trattasi di esigenza tanto più avvertita ove si consideri che in sede di sommaria esposizione dei fatti di causa il ricorrente ha parlato di azione restitutoria relativa a trasferimento di tipo fiduciario e non di fatto illecito.

Con il sesto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2233 c.c., art. 91 c.p.c., nonché del D.M. n. 55 del 2014. Osserva la parte ricorrente che la corte territoriale, dopo avere condannato l’appellata al pagamento della somma di Euro 1.218.612,32, ha liquidato a titolo di compenso per le spese processuali Euro 8.500,00 per il secondo grado ed Euro 3.000,00 per il primo grado, importi al di sotto del minimo legale, rappresentato invece per il primo grado da Euro 18.084,00 e per il secondo grado da Euro 21.424,00.

Il motivo è fondato. In tema di liquidazione delle spese processuali successiva al D.M. n. 55 del 2014, non trova fondamento normativo un vincolo alla determinazione secondo i valori medi ivi indicati, dovendo il giudice solo quantificare il compenso tra il minimo ed il massimo delle tariffe, a loro volta derogabili con apposita motivazione, la quale è doverosa allorquando si decida di aumentare o diminuire ulteriormente gli importi affinché siano controllabili le ragioni che giustificano lo scostamento e la misura di questo (fra le tante da ultimo Cass. n. 89 del 2021). Avuto riguardo al valore della causa riconosciuto dal giudice di appello, l’importo minimo per il secondo grado è di Euro 18.084,00, per il primo grado è di Euro 21.424,00. La corte territoriale, senza alcuna motivazione, ha quantificato il compenso al di sotto del minimo della tariffa e ha perciò violato il richiamato principio di diritto.

E’ appena il caso di aggiungere che prive di pregio sono le eccezioni sollevate in controricorso: non ha rilievo il carattere sommario del giudizio di primo grado dato che le tabelle per il tribunale accomunano giudizi ordinari e sommari; quanto all’assenza di fase istruttoria, va considerato che nella tabella si accomunano istruzione e/o trattazione e, nella specie, vi è stata trattazione.

Passando al ricorso incidentale, con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 112,702 bis, ter e quater c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che il F., assumendo di non avere ricevuto il corrispettivo del trasferimento fiduciario, mentre aveva prodotto in primo grado una scrittura privata il cui tenore subordinava il trasferimento delle azioni alla corresponsione della somma (le azioni dovevano essere ritrasferite al F. a sua richiesta “e sempre che sia stato nel contempo restituito alla Effequattro s.p.a. il corrispettivo di Euro 1.162.935,00”), nel grado di appello aveva prodotto una diversa scrittura caratterizzata dall’espunzione di qualsiasi riferimento alla corresponsione e restituzione del corrispettivo, scrittura a suo dire redatta dopo quella prodotta in primo grado, assumendo così di avere titolo al trasferimento indipendentemente dalla restituzione del relativo importo ed introducendo inammissibilmente un fatto nuovo nel processo di appello. Aggiunge che la corte territoriale ha affermato che il mancato pagamento del prezzo era circostanza incontroversa, laddove invece la questione era controversa alla luce sia della sentenza di primo grado, che aveva riconosciuto come dovuta la restituzione del corrispettivo già pagato, sia delle difese dell’appellata, che aveva lamentato l’inammissibile mutamento della domanda.

Il motivo è inammissibile. In primo luogo va evidenziato che si omette del tutto di precisare se la questione oggetto del motivo di censura sia stata posta in sede di precisazione delle conclusioni. La questione viene prospettata senza che si dimostri la giustificazione del potere di prospettarla come vizio della sentenza, giustificazione che esigeva che in sede di precisazione delle conclusioni la doglianza fosse stata mantenuta, dovendosi altrimenti reputare abbandonata.

Ciò premesso in via assorbente, va comunque rammentato che la censura concernente la violazione dei “principi regolatori del giusto processo” e cioè delle regole processuali ex art. 360 c.p.c., n. 4, deve avere carattere decisivo, cioè incidente sul contenuto della decisione e, dunque, arrecante un effettivo pregiudizio a chi la denuncia (Cass. n. 22341 del 2017 e n. 26087 del 2019). La ricorrente ha denunciato che nel grado di appello è stato prodotto dall’appellante un documento ulteriore rispetto a quanto prodotto in primo grado con l’effetto di introdurre in giudizio un nuovo fatto. Si tratta di violazione priva di conseguenze sul piano del contenuto della decisione. La sostanza della censura risiede nell’avere la corte territoriale assunto come incontroversa la circostanza del mancato pagamento, la quale invece sarebbe stata controversa. Allorquando però la ricorrente specifica in cosa sia consistita la contestazione, per un verso richiama il contenuto della decisione di primo grado, che non è ovviamente una contestazione, per l’altro richiama l’eccezione proposta di inammissibile mutamento della domanda, che non costituisce contestazione della circostanza del mancato pagamento del corrispettivo. Il vero è che quest’ultima circostanza è compatibile anche con il contenuto della prima scrittura di cui si parla nel motivo perché l’inciso secondo cui le azioni dovevano essere ritrasferite al F. a sua richiesta “e sempre che sia stato nel contempo restituito alla Effequattro s.p.a. il corrispettivo di Euro 1.162.935,00” non ha il carattere di dichiarazione di scienza circa l’avvenuto versamento del corrispettivo, ma è una previsione negoziale in quanto programmatica dell’assetto di interessi (ritrasferimento delle azioni dietro restituzione ad Effequattro del corrispettivo). La violazione processuale denunciata con il motivo non ha quindi alcuna incidenza sul contenuto della decisione.

Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 1362 ss. e 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente che, sulla base della comune intenzione delle parti, la corte territoriale avrebbe dovuto concludere che la restituzione delle azioni era subordinata alla restituzione dell’importo di Euro 1.162.935,00, già corrisposta all’atto della girata del certificato azionario e che la scrittura assumeva come già avvenuta al momento della sua sottoscrizione. Aggiunge che non rileva in senso contrario il riferimento al mancato versamento del corrispettivo, di cui vi è cenno nel secondo capoverso dell’art. 2, il quale si riferisce invece alla corresponsione di un eventuale importo eccedente il valore nominale delle azioni.

Il motivo è inammissibile. Viene posta come questione di ermeneutica contrattuale, e dunque come interpretazione della volontà negoziale, la circostanza di fatto del versamento del corrispettivo al momento del trasferimento fiduciario delle azioni. Trattasi all’evidenza di uno scambio di piani, l’uno riguardante la norma negoziale, l’altro il fatto. Non può pertanto, già sul piano logico, attingersi alle regole legali di interpretazione del contratto per confutare il giudizio di fatto del giudice di merito circa il mancato versamento del prezzo. Inoltre, a parte l’evidenziata aporia logica, la censura rifluisce in un sindacato di merito sulle circostanze di fatto inammissibile nella presente sede di legittimità.

In secondo luogo la ricorrente assume che la scrittura recava una dichiarazione di avvenuta corresponsione del corrispettivo. Ove una tale dichiarazione fosse evincibile nella scrittura, si tratterebbe di una dichiarazione di scienza priva di efficacia negoziale, cui sarebbero perciò inapplicabili le regole di interpretazione della volontà negoziale.

Infine il motivo di ricorso richiama, senza peraltro trascriverne il contenuto in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, un secondo capoverso dell’art. 2. Si tratta di rilievo anch’esso inammissibile perché, a parte la violazione appena evidenziata, è destinato all’accertamento di un fatto (l’avvenuto versamento del corrispettivo) nella presente sede di legittimità.

Con il terzo motivo si enuncia omesso esame di fatto controverso e decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva la parte ricorrente che, a fronte della scrittura che imponeva al F. la restituzione del corrispettivo, la corte territoriale ha reso una motivazione apparente, limitandosi a ritenere non controversa la questione del mancato versamento del corrispettivo.

Il motivo è inammissibile. La censura si basa su un assunto di violazione del principio di non contestazione articolato del tutto in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 quanto all’indicazione dello specifico contegno processuale avente il contenuto di contestazione. Ne’ si comprende quanto il giudizio di fatto del mancato versamento del corrispettivo possa essere infirmato da una previsione negoziale di restituzione del corrispettivo, relativa naturalmente al precetto normativo per le parti e non allo stato di fatto. Non può quindi scrutinarsi la censura di motivazione apparente.

In conclusione deve essere accolto solo l’ultimo motivo del ricorso principale. Non essendo necessari accertamenti di fatto la causa può essere decisa nel merito provvedendo alla liquidazione dei compensi, di primo e secondo grado, sulla base del minimo della tariffa del D.M. n. 55 del 2014, così come indicato in dispositivo. Gli esborsi dei gradi di merito, in mancanza di specifica impugnazione, vanno liquidati così come liquidati nella sentenza di appello.

La pressoché integrale inammissibilità del ricorso principale, accolto nei limiti del motivo residuale sulle spese, costituisce, alla luce dell’inammissibilità del ricorso incidentale, ragione di compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

Poiché il ricorso incidentale è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1 – quater al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente in via incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Accoglie il sesto motivo del ricorso principale, dichiarando inammissibile per il resto il ricorso; dichiara inammissibile il ricorso incidentale;

cassa la sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo la causa nel merito, condanna Effequattro s.r.l. al pagamento, in favore di F.G., sia delle spese del giudizio di primo grado, che liquida in Euro 21.424,00 per compensi e Euro 600,00, sia delle spese del giudizio di appello, che liquida in Euro 18.084,00 per compensi e Euro 2.200,00 per spese, oltre, per entrambi i gradi, le spese forfettarie nella misura del 15 per cento e gli accessori di legge;

dispone la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso incidentale, se dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 2 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA