Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21181 del 08/08/2019

Cassazione civile sez. II, 08/08/2019, (ud. 10/04/2019, dep. 08/08/2019), n.21181

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14829-2015 proposto da:

F.M.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

EUSTACHIO MANFREDI 21, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO

ANTONELLI, rappresentata e difesa dall’avvocato LUCA PIZZOLI;

– ricorrente –

contro

FE.SI.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2620/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/04/2019 dal Consigliere ANTONIO ORICCHIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto dei primi tre motivi,

per l’accoglimento del quarto motivo e per l’inammissibilità dei

restanti motivi del ricorso;

udito l’Avvocato PIZZOLI Luca, difensore della ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

Il Tribunale di Rieti, con sentenza n. 231/2008, rigettata ogni altra istanza, accoglieva parzialmente la domanda proposta dall’attore Fe.Si. condannando la convenuta F.M.R. all’arretramento della ringhiera sovrastante il solaio del vano garage sino alla distanza di mt. 1,5 da confine col fondo dell’attore, nonchè alla rimessione in pristino dello stato dei luoghi con rimozione del materiale di cui in atti.

La F. interponeva appello avverso la suddetta decisione del Tribunale di prima istanza.

L’interposto gravame era resistito dall’appellato.

L’adita Corte di Appello di Roma, con sentenza n. 2620/2014 rigettava la proposta impugnazione.

Avverso e per la cassazione della suddetta sentenza della Corte territoriale ricorre la F. con atto affidato a tre ordini di motivi (riportati, come da ricorso ed a differenza di quanto ritenuto dal P.G., rispettivamente alle pp. 28 ss., 32 ss. e 36 ss. dell’atto stesso).

Il ricorso non è non resistito dalla parte intimata.

Parte ricorrente, nell’approssimarsi dell’udienza, ha depositato memoria difensiva.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- Con il primo motivo del ricorso si eccepisce la “nullità della sentenza gravata ex art. 360 c.p.c., n. 4 per violazione del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c.” ovvero per “omesso scrutinio della censura specificamente svolta con l’appello, fondata sulla inconfigurabilità della “ringhiera”, per le sue caratteristiche fisiche e fattuali, quale struttura idonea a determinare la creazione di una veduta rilevante ai sensi dell’art. 905 c.c.”.

Il motivo è assolutamente inammissibile per come proposto ovvero ai sensi dell’art. 360, n. 4.

La pretesa violazione del principio di corrispondenza ovvero l’omessa pronuncia attiene logicamente ad una domanda o ad una capo della stessa e, non invece (come risulta nella fattispecie dalla stessa esposizione della parte ricorrente) ad una valutazione della natura, funzione e qualità di una ringhiera.

Non vi è stata, quindi, alcuna violazione dell’invocato principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato che può ammissibilmente essere invocato solo allorchè vi sia un apposito capo di impugnazione o di domanda sul quale si sia verificato una omessa pronuncia, ipotesi non ricorrente nella fattispecie in cui si lamenta una pretesa omessa valutazione sulla natura di un elemento di fatto.

Peraltro, alla stregua della più recente giurisprudenza di questa Corte (Cass. 6 dicembre 2017, n. 29191) il lamentato vizio, in ipotesi, non sussisterebbe in ogni caso poichè anche l’eventuale “mancata decisione su un punto specifico, quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita sul rigetto del medesimo non comporta il vizio di omessa pronuncia”.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di “falsa applicazione di norma di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 e violazione di norma di diritto sostanziale che disciplina l’apertura di veduta su fondo ex art. 905 c.c.”.

La doglianza attiene, nella sostanza, all’individuazione – svolta, peraltro correttamente, dai Giudici del merito – dei presupposti fattuali comportanti la conseguente applicazione della citata disciplina in materia di distanze.

Orbene va rilevato che già il Tribunale di prima istanza, con la decisione poi confermata dalla Corte territoriale, aveva individuato la linea di confine ed a tale individuazione non poteva che conseguire l’applicazione della normativa che disciplina la materia.

Errata è, altresì, la censura svolta laddove intende attribuire alla decisione gravata la considerazione con carattere di decisività del comportamento delle parti in ordine alla concreta individuazione del confine stesso.

Il comportamento stesso risulta, infatti, essere stato esattamente considerato con una valenza ricognitiva e non certo attributiva del diritto sui fondi delle parti in causa.

Il motivo, in quanto infondato, va dunque respinto.

3.- Con il terzo motivo parte ricorrente lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per “omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”. Parte ricorrente adduce che il fatto decisivo, di cui si prospetta l’omesso esame, consisterebbe nell’accertamento in ordine alla “caratterizzazione oggettiva di detto manufatto”.

La doglianza posta col motivo qui in esame, costituisce – allo stato degli atti- questione nuova (non risultante come già svolta nei pregressi gradi del giudizio) o comunque, come tale, ritenuta in difetto di ogni altra dovuta opportuna allegazione.

Infatti “i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito nè rilevabili d’ufficio.” (Cass. civ., Sez. Prima, Sent. 30 marzo 2007, n. 7981 ed, ancora e più di recente, Sez. 6 – 1, Ordinanza, 9 luglio 2013, n. 17041).

In ogni caso col motivo in esame si prospetta non (come dovevasi) una omessa valutazione di un dato o di un fatto o di un atto (ex plurimis: Cass. S.U. 8053/2014), ma una mera valutazione ontologica in fatto svolta correttamente dal Giudice del merito e non più censurabile ai sensi del vigente art. 360 c.p.c., n. 5.

Il motivo è, quindi, inammissibile.

4.- Alla stregua di tutto quanto innanzi esposto, affermato e ritenuto, il ricorso deve, dunque, essere rigettato.

5.- Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso.

Ai sensi de3l D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 agosto 2019

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