Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21143 del 02/10/2020

Cassazione civile sez. I, 02/10/2020, (ud. 14/07/2020, dep. 02/10/2020), n.21143

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5205/2016 proposto da:

D.J.A.L., elettivamente domiciliato in Roma, Via

Bisagno n. 14, presso lo studio dell’avvocato Caminada Valeria, che

lo rappresenta e difende, con procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

O.M.P., elettivamente domiciliata in Roma, Largo E.

Marchiafava n. 5, presso lo studio dell’avvocato Chiocci Martino

Umberto, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato De

Peri Antonella, con procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3980/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 19/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/07/2020 dal Cons. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza emessa nel 2014 il Tribunale di Varese dichiarò lo scioglimento del matrimonio tra D.J.A.L. e O.M.P., ponendo a carico dello D.J. un assegno divorzile a favore della moglie pari a Euro 1220,00 mensili. Avverso tale sentenza propose appello lo D.J. chiedendo di accertare non dovuto il contributo al mantenimento della moglie e, in subordine, la riduzione dell’assegno a Euro 300,00 mensili. L’ O. si costituì resistendo all’impugnazione.

Con sentenza emessa il 19.10.15, la Corte d’appello di Milano respinse l’appello, osservando che: la O. aveva lasciato il suo lavoro universitario nel 2004 e che il matrimonio era durato 22 anni, con la nascita di due figli; al momento della separazione, avvenuta nel 2010, alla stessa O. era stato riconosciuto, per accordo tra le parti, un assegno di mantenimento pari a Euro 1220,00 mensile oltre rivalutazione; la situazione dell’ex-moglie non era mutata rispetto alla data della separazione, e, in ragion della sua età, era alquanto improbabile un suo reinserimento nel mondo del lavoro, essendo peraltro irrilevante che la stessa avesse ben prima della separazione abbandonato la carriera universitaria, trattandosi di evento lontano nel tempo e superato dalle stesse parti con il riconoscimento del suddetto assegno mensile; l’ex-marito svolgeva un’attività professionale ben remunerata (Euro 8000,00 mensile, somma comprensiva delle indennità e rimborsi-spese), pur considerando il mantenimento dei due figli; non era stato provato che la O. ricevesse aiuti da familiari, o che partecipasse ad un’attività alberghiera in Corsica gestita dalla nipote; l’importo dell’assegno di mantenimento era compatibile con le risorse dell’ex-marito.

D.J.A.L. ricorre in cassazione con cinque motivi.

Resiste O.M.P. con controricorso.

Diritto

RITENUTO

che:

Con il primo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonchè omessa motivazione sul rigetto delle istanze istruttorie, per non aver i giudici di primo e secondo grado ammesso i mezzi di prova dedotti dal ricorrente in ordine alla capacità patrimoniale e reddituale della O., ritenuta immutata rispetto all’epoca della separazione senza alcuna motivazione.

Con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9, non avendo la Corte d’appello svolto indagini circa la reale posizione economica della ex-moglie.

Con il terzo motivo si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, in ordine al reddito del ricorrente, avendo la Corte territoriale errato nell’esaminare le sue dichiarazioni fiscali, considerando altresì l’erroneo conteggio, quale reddito, delle indennità e dei rimborsi.

Con il quarto motivo si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, circa i miglioramenti della situazione economica dell’ex moglie, in quanto la Corte d’appello aveva omesso di valutare il fatto che, successivamente alla sentenza di separazione, la casa coniugale era stata venduta e la somma ricavata era stata suddivisa tra i due coniugi. Pertanto, il ricorrente si duole che la situazione patrimoniale della ex-moglie non poteva dirsi immutata rispetto alla epoca della separazione avendo ella incassato, quale prezzo della suddetta cessione, la somma di Euro 105.000,00, trasferendosi poi in Corsica ove viveva senza spese abitative presso la sua famiglia d’origine, svolgendo anche attività di gestione di bed & breakfast di proprietà della nipote e partecipando all’attività di un’associazione di artigianato.

Con il quinto motivo si denunzia violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, avendo la Corte territoriale omesso di considerare che la capacità lavorativa della O. era rimasta intatta, essendo ella titolare di un ingente patrimonio mobiliare, senza peraltro fornire una specifica motivazione sui criteri di determinazione dell’assegno divorzile, essendosi riportata semplicemente all’accordo di separazione.

I primi due motivi – esaminabili congiuntamente poichè tra loro connessi – sono infondati. Va premesso che la Corte d’appello non ha effettivamente motivato sul motivo concernente la mancata motivazione sull’omessa ammissione delle varie istanze istruttorie dello D.J. (prove testimoniali e istanza di esibizione di documentazione bancaria relativa al rapporto lavorativo della controricorrente). Al riguardo, viene in rilievo l’orientamento di questa Corte secondo cui il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di esso, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass., n. 19985/17).

Inoltre, va osservato che il giudice di merito, sebbene non sia tenuto ad analizzare e discutere distintamente i singoli elementi di prova acquisiti al processo, deve comunque tener conto, nella valutazione complessiva dei medesimi, di tutte le circostanze decisive e mettere in rilievo quanto è necessario per chiarire e sorreggere adeguatamente la ratio decidendi; nel caso in cui la sentenza di merito sia impugnata per cassazione per vizio di motivazione, a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso o insufficiente esame di talune circostanze può assumere rilevanza quando le stesse siano idonee – secondo la valutazione al riguardo condotta in via presuntiva dalla Corte – a fornire la prova di fatti che possano ritenersi decisivi, in quanto atti ad orientare il giudice di merito verso una decisione diversa da quella della sentenza (Cass., n. 2464/2000).

Nel caso concreto è emerso che le prove testimoniali non sono decisive, ovvero rilevanti, in quanto aventi ad oggetto fatti che la Corte territoriale ha accertato attraverso documenti inerenti alle dichiarazioni dei redditi e alle proprietà immobiliari, nè è stata formulata una specifica doglianza circa depositi di conto corrente intestati alla O. non giustificati dai redditi e dalle entrate patrimoniali denunciate. Pertanto, deve affermarsi che la Corte territoriale, pur non avendo espressamente motivato sulla mancata ammissione dei mezzi di prova suddetti, ha comunque esaminato ogni elemento probatorio idoneo a sorreggere la ratio decidendi.

Il terzo, quarto e quinto motivo – esaminabili congiuntamente poichè tra loro connessi – sono inammissibili perchè tendenti al riesame dei fatti relativi alla situazione reddituale e patrimoniale dei coniugi. In particolare, con riguardo all’incasso da parte della controricorrente della metà del prezzo della vendita della casa coniugale (circa 100.000,00 Euro secondo quanto esposto dal ricorrente) – vendita che rientrava nell’accordo dei coniugi di cui il Tribunale prese atto nella sentenza di separazione – non emerge dagli atti che tale questione fosse stata dedotta nei motivi d’appello (non trascritti nel ricorso), e di essa non ha fatto menzione la Corte d’Appello.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida nella somma di Euro 4200,00 di cui 200,00 per esborsi, oltre alla maggiorazione del 15% quale rimborso forfettario delle spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Dispone, per l’ipotesi di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2020

 

 

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