Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21136 del 02/10/2020

Cassazione civile sez. II, 02/10/2020, (ud. 06/02/2020, dep. 02/10/2020), n.21136

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamara – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21326/2019 proposto da:

R.A., rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANBATTISTA

SCORDAMAGLIA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

e contro

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO;

– intimati –

avverso la sentenza n. 17/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 07/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/02/2020 dal Consigliere Dott. ROSSANA GIANNACCARI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

R.A. ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro del 7.1.2019, che ha confermato l’ordinanza del Tribunale circondariale di rigetto dell’opposizione avverso il diniego da parte della Commissione Territoriale di Crotone della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari;

– il ricorrente, cittadino del Pakistan, aveva dichiarato alla Commissione Territoriale di essere fuggito dal proprio Paese per timore di essere ucciso da un gruppo terroristico, che aveva commesso un attentato alla moschea (OMISSIS) in data (OMISSIS); nell’occasione egli aveva accompagnato gli attentatori alla moschea in taxi, era stato interrogato dalla Polizia, aveva subito minacce per telefono, e, successivamente, il fratello era stato rapito e ritrovato morto; riferiva, ai fini della concessione del rilascio di soggiorno per motivi umanitari, di essere ammalato di epatite B e di correlati problemi psichiatrici;

– la Corte d’appello riteneva che le dichiarazioni del richiedente asilo fossero intrinsecamente inattendibili ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b); rigettava la richiesta di protezione sussidiaria ex art. 14, lett. c) e la richiesta di protezione umanitaria;

per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso R.A. sulla base di cinque motivi;

il Ministero degli Interni non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RITENUTO

che:

– con il primo motivo di ricorso si deduce la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per motivazione apparente in quanto la corte di merito non avrebbe preso in considerazione i documenti prodotti;

– il motivo è inammissibile;

– in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, ma i provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione, previsto in via generale dall’art. 111 Cost., comma 6 e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4. Tale obbligo è violato qualora la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad esplicitare le ragioni della decisione (Cassazione civile sez. VI, 25/09/2018, n. 22598; Cass. Sez. 07/04/2014 n. 8053);

– il vizio di nullità è configurabile quando la sentenza è inidonea a raggiungere lo scopo, ovvero di spiegare le ragioni del decidere; la “mancanza della motivazione” agli effetti del requisito della sentenza di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, si sostanzia, nel caso di specie, in quanto le argomentazioni sono svolte in modo talmente contraddittorio e con passaggi logici talmente incongrui da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum.

– nella specie, invece, la motivazione della sentenza impugnata consente di seguire l’iter logico giuridico della decisione, basato sull’assenza di credibilità del ricorrente, nè il sindacato di legittimità può investire la valutazione delle singole risultanze istruttorie o dei singoli mezzi di prova, salvo che non si alleghi la decisività del mezzo e non, come nel caso in esame, la rivalutazione delle prove;

– con il secondo motivo di ricorso, deducendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 3 del D. Lgs 251/07, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si censura la valutazione della corte di merito in ordine alla credibilità del ricorrente, che avrebbe fornito una versione dettagliata sull’attentato alla moschea corredata da riscontri esterni, nonchè sulle vicende successive alla sua collaborazione con le Autorità di Polizia, da cui sarebbe conseguito il rapimento e l’uccisione del fratello;

– con il terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 2 e art. 14, comma 1, lett. b), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto insussistente i presupposti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari nonostante il percolo di un danno grave, derivante da una situazione di grave conflitto esistente in Pakistan, con particolare riferimento alla regione del Punjab;

– i motivi, da trattare congiuntamente per la loro connessione, non sono fondati;

– uno dei criteri contemplati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, per la valutazione della credibilità del ricorrente è costituito dalla coerenza e plausibilità delle dichiarazioni;

– secondo il principio costantemente affermato da questa Corte, infatti, in materia di protezione internazionale, il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, verifica sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (Cassazione civile sez. I, 07/08/2019, n. 21142).

nell’applicare i summenzionati parametri, la Corte d’appello ha ritenuto incoerente ed inattendibile la ricostruzione sostenuta da parte ricorrente in ragione del carattere generico ed implausibile delle informazioni rese, con particolare riferimento all’attentato avvenuto nella moschea ed al comportamento successivo degli attentatori, che avrebbero ucciso il fratello, estraneo ad i fatti e non il ricorrente, testimone chiave del fatto; l’azione vendicativa posta in essere dopo molti mesi dall’evento, l’identificazione degli attentatori tramite la sua collaborazione con la Polizia senza che fosse seguito l’arresto del medesimo e le perplessità sulla autenticità della documentazione prodotta (pag. 9-10 della motivazione) costituiscono valutazioni che sono sottratte al sindacato di questa Corte;

– non sussiste, pertanto, alcun vizio nella “procedimentalizzazione” dell’attività valutativa delle dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale, avvenuta in conformità con il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3;

– quanto, poi, alla censura concernente l’inadempimento del dovere di cooperazione istruttoria di cui si sarebbe reso responsabile l’organo di merito, in violazione del disposto di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, l’eventuale esito negativo della valutazione di credibilità, coerenza intrinseca e attendibilità della versione resa dal richiedente la protezione internazionale non rende operante l’attivazione del dovere di cooperazione istruttoria facente capo all’organo giudicante (Cassazione civile sez. I, 30/08/2019, n. 21889; Cassazione civile sez. I, 22/02/2019, n. 5354);

– con il quinto motivo di ricorso, si deduce la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la corte di merito non avrebbe ravvisato la sussistenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per gravi ragioni umanitarie nonostante fosse attestato dalla documentazione medica prodotta che il ricorrente era affetto da epatite C e da problemi di natura psichiatrica; inoltre, la Corte d’appello, ai fini della valutazione delle condizioni di vulnerabilità avrebbe omesso di considerare il costo delle cure mediche da sostenere nel paese d’origine, attesa l’irrisorietà del proprio reddito;

– il motivo non è fondato;

– il rilascio del permesso di soggiorno per gravi ragioni umanitarie, nella disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 – applicabile ratione temporis, in conformità a quanto disposto da Cass., Sez. Un. 29459 del 13/11/2019, essendo stata la domanda di riconoscimento del permesso di soggiorno proposta prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, rappresenta una misura atipica e residuale, volta a tutelare situazioni che, seppur non integranti i presupposti per il riconoscimento delle forme tipiche di tutela, si caratterizzino ugualmente per la condizione di vulnerabilità in cui versa il richiedente la protezione internazionale;

– l’accertamento della summenzionata condizione di vulnerabilità avviene, in ossequio al consolidato orientamento di questa Corte (cfr. Cass. civ., sez. I, 15/05/2019 n. 13088; Cass. civ., sez. I, n. 4455 23/02/2018, Rv. 647298-01), alla stregua di una duplice valutazione, che tenga conto, da un lato, degli standards di tutela e rispetto dei diritti umani fondamentali nel Paese d’origine del richiedente e, dall’altro, del percorso di integrazione sociale da quest’ultimo intrapreso nel Paese di destinazione;

– le Sezioni Unite hanno consolidato l’indirizzo espresso dalle Sezioni Semplici, secondo cui occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto nel nostro Paese, isolatamente ed astrattamente considerato (Cassazione civile sez. un., 13/11/2019, n. 29459).

– la corte distrettuale, nel rigettare la domanda volta al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha puntualmente valutato entrambe le condizioni menzionate, ritenendo il percorso di integrazione sociale nel territorio italiano non integrasse un effettivo radicamento sul territorio. Inoltre, non ha ravvisato la sussistenza, nel paese d’origine di una situazione di emergenza sanitaria tale da compromettere i diritti fondamentali del cittadino che richiede la protezione internazionale;

dall’esame delle informazioni relative al Pakistan, che il ricorrente non ha specificamente contestato allegando nuove o più aggiornate fonti, è emerso che l’epatite C è oggetto di particolare attenzione da parte del sistema sanitario locale in termini di investimento e di accesso alle cure mediche gratuite da parte di tutti i cittadini, senza esclusione del Punjab, regione di provenienza del ricorrente;

– la larghissima diffusione della patologia nello stato del Pakistan e l’efficacia delle cure non integra la condizione dei “seri motivi” di carattere umanitario, derivante dalla compromissione dei diritti umani fondamentali, il cui accertamento è presupposto indefettibile per il riconoscimento della misura citata (cfr. Cass. civ., sez. I, 15/01/2020, n. 625; Cass. civ., Sez. 6 – 1, n. 25075 del 2017).

– il ricorso va pertanto rigettato.

– non deve provvedersi sulle spese non avendo il Ministero svolto attività difensiva;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 6 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2020

 

 

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