Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21129 del 07/08/2019

Cassazione civile sez. I, 07/08/2019, (ud. 07/06/2019, dep. 07/08/2019), n.21129

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 25119/18 proposto da:

-) E.O., elettivamente domiciliato ad Ancona, c.so Giuseppe

Mazzini n. 100, presso l’avv. Marco Giorgetti che lo rappresenta e

difende in virtù di procura speciale apposta in margine al ricorso;

– ricorrente –

contro

-) Ministero dell’Interno;

avverso la sentenza della Corte d’appello di Ancona 16 gennaio 2018

n. 42; udita la relazione della causa svolta nella camera di

consiglio del 7 giugno 2019 dal Consigliere relatore Dott. Marco

Rossetti.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. E.O., cittadino nigeriano, chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(b) in subordine, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis).

A fondamento dell’istanza dedusse di essere di fede cristiana e figlio di un pastore evangelista; che a causa del credo religioso della sua famiglia, quest’ultima venne perseguitata da un “gruppo islamista”; che la madre viene violentata e poi uccisa; che il padre venne orrendamente mutilato e morì in seguito alle ferite infertegli; che in conseguenza di questi fatti decise di lasciare il suo Paese.

2. La Commissione Territoriale rigettò l’istanza; avverso tale provvedimento l’odierno ricorrente propose opposizione dinanzi al Tribunale di Ancona, che la rigettò con ordinanza 8.9.2016.

La Corte d’appello di Ancona con sentenza 14.2.2018 rigettò il gravame. La Corte d’appello ritenne che:

a) il racconto dell’istante fosse contraddittorio, generico e non circostanziato;

b) in ogni caso non era dimostrata la sussistenza di nessuno dei requisiti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 ed in particolare d’una situazione di violenza indiscriminata nella regione della Nigeria dalla quale proveniva il ricorrente;

c) la protezione umanitaria non potesse essere concessa perchè non risultava che il ricorrente fosse esposto a lesioni dei diritti umani di particolare gravità.

3. La sentenza è stata impugnata per cassazione dal soccombente con ricorso fondato su quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno non si è difeso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo il ricorrente lamenta, formalmente richiamandosi all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 il vizio di violazione di legge e il “vizio di motivazione”.

Nella illustrazione del motivo censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto non attendibile il suo racconto.

Deduce che in tale parte la sentenza “violerebbe la legge” (il ricorso non indica sotto quale profilo), e comunque si fonderebbe su una motivazione solo apparente e costituita da formule di stile.

1.2. Nella parte in cui lamenta la violazione di legge il motivo è inammissibile per la totale mancanza dell’esplicazione della censura e dell’indicazione del parametro normativo che si assume violato, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4.

1.3. Nella parte in cui censura la sentenza per avere ritenuto non credibile il racconto del ricorrente, il ricorso è del pari inammissibile, perchè censura un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito.

1.4. Nella parte, infine, in cui lamenta il “vizio di motivazione” il motivo è del pari inammissibile, giacchè il vizio motivazionale è censurabile in sede di legittimità solo nel caso di totale mancanza di motivazione, di totale contraddittorietà o di perfetta intelligibilità (come stabilito da Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830), e nessuna di queste tre ipotesi ricorre nel nostro caso.

2. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso.

2.1. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, perchè pongono questioni sovrapponibili.

Con ambedue tali motivi il ricorrente lamenta, sempre richiamando l’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, che la Corte d’appello ha rigettato le sue domande di protezione limitandosi a rilevare la non credibilità del suo racconto, senza avvalersi dei propri poteri istruttori officiosi, al fine di accertare la veridicità dei fatti da lui narrati.

2.2. Nella parte in cui lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 il motivo è in parte inammissibile, ed in parte infondato.

Il ricorrente ha domandato il riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria ed, in subordine, a quella c.d. “umanitaria”, D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6.

La protezione sussidiaria può essere accordata per tre ragioni diverse, elencate dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. (a), (b) e (c).

Per quanto attiene alla sussistenza dei presupposti di cui alle lettere (a) e (b) (ovvero il rischio che il richiedente asilo, se tornasse in patria, possa essere condannato a morte o soggetto a tortura o trattamenti inumani), la Corte d’appello ha ritenuto che il racconto dell’odierno ricorrente non fosse credibile.

Ne consegue che la Corte d’appello non ha affatto violato il dovere di cooperazione istruttoria, poichè questo è recessivo a fronte della ritenuta non attendibilità del narrato del richiedente asilo.

Ai richiedenti asilo ed ai richiedenti protezione sussidiaria la legge accorda infatti una speciale posizione di favore nel processo, rappresentata dall’attenuazione degli oneri assertivi e probatori. Infatti è dovere (e non facoltà) del giudice, anche dinanzi a narrazioni prive di riscontri obiettivi, attivarsi per acquisire “informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati” (D.Lgs. n. 25 del 2008, cit., art. 8, comma 3), acquisendo di propria iniziativa le informazioni necessarie, e senza arrestarsi alla mera constatazione che l’istante non abbia fornito prova dei suoi assunti (ex plurimis, Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 19716 del 25/07/2018, Rv. 650193 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 26921 del 14/11/2017, Rv. 647023 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 25534 del 13/12/2016, Rv. 642305 01; Sez. 6 – 1, Sentenza n. 16221 del 24/09/2012, Rv. 624099 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 16202 del 24/09/2012, Rv. 623728 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 26056 del 23/12/2010, Rv. 615675 – 01).

Questo dovere c.d. “di cooperazione istruttoria”, tuttavia, non sorge ipso facto sol perchè il giudice di merito sia stato investito da una domanda di protezione internazionale, ma è subordinato alla circostanza che il richiedente sia stato in grado di fornire una versione dei fatti quanto meno coerente e plausibile.

Se manca questa attendibilità, non sorge quel dovere, poichè l’una è condizione dell’altro (Sez. 1 -, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549 – 02; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 16925 del 27/06/2018, Rv. 649697 01).

Questi principi sono già stati affermati da questa Corte sia con riferimento all’ipotesi di richiesta di asilo, sia con riferimento all’ipotesi di richiesta di protezione sussidiaria giustificata dal rischio di morte o tortura, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. (a) e (b) (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 16925 del 27/06/2018, Rv. 649697 – 01), ed in alcuni casi se ne è estesa la portata anche all’ipotesi di richiesta di protezione sussidiaria giustificata dal rischio di un danno alla persona causato da una situazione di conflitto armato, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. (c), (così Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 4892 del 19/02/2019, Rv. 652755 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 33096 del 20/12/2018, Rv. 652571 – 01).

La Corte d’appello, dunque, non era tenuta a ricercare d’ufficio prove del fatto che l’odierno ricorrente potesse essere condannato a morte o torturato se facesse ritorno nel suo Paese, perchè da tale obbligo era esonerata, a fronte della ritenuta inattendibilità del ricorrente stesso.

2.3. Il ricorrente parrebbe poi lamentare (molto implicitamente, in verità) che la Corte d’appello non avrebbe esercitato i propri poteri istruttori officiosi per accertare se davvero in Nigeria sussistesse una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. (c).

Anche in parte qua il motivo è inammissibile, per estraneità alla ratio decidendi.

La Corte d’appello ha infatti affermato, del tutto correttamente, che il dovere di approfondimento ex officio dell’istruttoria, per accertare la sussistenza dei requisiti previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. (c), non sorge per il solo fatto che sia stata formulata una domanda di protezione sussidiaria, ma esige che il richiedente asilo alleghi comunque fatti:

(a) precisi;

(b) circostanziati;

(c) individualizzati;

astrattamente idonei ad integrare le fattispecie di rischio previste dall’art. 14, lett. (c) D.Lgs. cit..

Sicchè, non reputando assolto quest’onere, ha di conseguenza rigettato la domanda di concessione della protezione sussidiaria.

Tale decisione è puntualmente conforme alla giurisprudenza di questa Corte. Ed infatti la giurisprudenza di legittimità ha già più volte affermato che l’onere di allegazione di cui si è appena detto è il fondamento della domanda di protezione internazionale, e per esso la legge non prevede – al contrario dell’onere di prova – alcuna attenuazione; nè, del resto, potrebbe farlo, a pena di violare il principio del ne procedat iudex ex officio (ex multis, da ultimo, Sez. 1 -, Sentenza n. 3016 del 31/01/2019, Rv. 652422 – 01; Sez. 1 -, Ordinanza n. 13403 del 17/05/2019, Rv. 654166 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 11312 del 26/04/2019, Rv. 653608 – 01).

3. Il quarto motivo di ricorso.

3.1. Col quarto motivo il ricorrente formula diverse censure.

Con una prima censura lamenta che la Corte d’appello non avrebbe attentamente valutato l’oggettiva situazione dei diritti umani in Nigeria, situazione che legittimava la concessione della protezione quanto meno sussidiaria.

Con una seconda censura lamenta che la Corte d’appello avrebbe erroneamente rigettato la domanda di protezione umanitaria, adottando una motivazione apodittica e comunque senza tener conto del percorso di inclusione sociale intrapreso in Italia dal ricorrente.

3.2. La prima delle suesposte censure è inammissibile per estraneità alla ratio decidendi.

La Corte d’appello, infatti, non ha affatto negato che in Nigeria non esistano violazioni dei diritti umani in situazioni di violenza generalizzata, ma ha ritenuto – con accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità – che tale situazione non sussistesse nella regione di provenienza del ricorrente ((OMISSIS)).

3.3. Anche la seconda delle suesposte censure è inammissibile.

La c.d. protezione umanitaria è una misura atipica e residuale, i cui presupposti non sono standardizzabili. Questa Corte, infatti, ha già ripetutamente affermato che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie “deve essere frutto di valutazione autonoma caso per caso, non potendo conseguire automaticamente dal rigetto delle altre domande di protezione internazionale” (ex multis, in tal senso, Sez. 1 -, Ordinanza n. 13088 del 15/05/2019, Rv. 653884 – 02; Sez. 1 -, Sentenza n. 13079 del 15/05/2019, Rv. 654164 – 01; Sez. 1 -, Ordinanza n. 13096 del 15/05/2019, Rv. 653885 – 01).

E tuttavia proprio questa caratteristica dell’istituto in esame impone a colui che la invochi di allegare in giudizio, nei termini e con le forme di cui all’art. 702 bis c.p.c., le circostanze di fatto che assume peculiari, e giustificative della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Pertanto, se è vero che il rigetto della domanda di protezione umanitaria non può conseguire ipso facto al rigetto delle altre domande di protezione umanitaria, è vera anche la reciproca: e cioè che l’accoglimento di essa non può reputarsi una “ruota di scorta” concessa dall’ordinamento a chi non sia riuscito a dimostrare i presupposti del rifugio o della protezione sussidiaria. Se, come è pacifico, i presupposti del rifugio e della protezione sussidiaria non coincidono con quelli della protezione umanitaria, una volta esclusa la sussistenza dei primi, il richiedente asilo, per ottenere la concessione della seconda, deve dedurre fatti ulteriori e diversi rispetto a quelli posti a fondamento delle domande non accolte.

Così ad esempio: il rischio di essere condannato a morte o torturato, o è giudizialmente accertato, o non lo è: nel primo caso spetterà al richiedente asilo la protezione sussidiaria; nel secondo caso non spetterà nulla: nè la protezione sussidiaria, nè quella umanitaria, a meno che l’interessato non ostenda al giudice circostanze ulteriori e diverse rispetto alla non provata condanna a morte.

Analogamente, il rischio di essere esposti a rischio per la propria incolumità, a causa di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, o è dimostrato, o non lo è: e nel secondo caso è puro vaniloquio, per di più contrario ad ogni logica, pretendere che, essendo mancata la prova del fatto legittimante la protezione sussidiaria, debba o possa essere concessa la protezione umanitaria.

Ciò premesso in astratto, va rilevato che nel caso concreto la Corte d’appello ha rigettato la domanda di protezione umanitaria ritenendo, innanzitutto, che il ricorrente non avesse “specificamente allegato specifiche situazioni soggettive” tali da giustificare la suddetta forma di protezione.

E tale autonoma ratio decidendi non solo non è estata espressamente impugnata dall’odierno ricorrente, ma ancora nel ricorso per cassazione continuano a restare oscure quali sarebbero le “specifiche situazioni di vulnerabilità”, diverse da quelle poste a fondamento delle altre domande di protezione e ritenute infondate, idonee a giustificare la domanda di protezione umanitaria.

4. Le spese.

4.1. Non è luogo a provvedere sulle spese, attesa la indefensio dell’Amministrazione.

4.2. La circostanza che il ricorrente sia stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato esclude l’obbligo del pagamento, da parte sua, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17), in virtù della prenotazione a debito prevista dal combinato disposto di cui agli artt. 11 e 131 del decreto sopra ricordato (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 9538 del 12/04/2017, Rv. 643826 – 01).

P.Q.M.

la Corte di cassazione:

(-) dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile della Corte di cassazione, il 10 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 7 agosto 2019

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