Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21100 del 11/09/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 11/09/2017, (ud. 12/06/2017, dep.11/09/2017),  n. 21100

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3495-2015 ph posto da:

K.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso

la Cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dagli avvocati CATERINA BOZZOLI e GIORGIO BORSETTO;

– ricorrente –

contro

Prefettura Venezia;

– intimata –

avverso l’ordinanza n. 175/2014 del GIUDICE DI PACE di VENEZIA,

depositata il 16/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/06/2017 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO.

Fatto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con decreto di espulsione n. 166/2014 del Prefetto di Venezia, immediatamente esecutivo, è stato disposto l’allontanamento dal territorio nazionale di K.A., cittadino del Bangladesh, per essersi egli trattenuto nel territorio dello Stato con permesso di soggiorno scaduto da più di sessanta giorni senza averne richiesto il rinnovo nei termini previsti.

Con ricorso depositato in data 30.05.2014 il sig. K.A. ha adito l’Ufficio del Giudice di Pace di Venezia al fine di ottenere l’annullamento del decreto suddetto.

Con ordinanza n. 1384/2014 il Giudice di Pace di Venezia ha respinto il ricorso sulla base delle seguenti argomentazioni:

– il permesso di soggiorno del ricorrente è scaduto nel settembre 2013, e non risulta tempestivamente richiesto il rinnovo. La concessione di un permesso soltanto semestrale è stata determinata dal fatto che il ricorrente non ha prodotto documentazione attestante lo svolgimento di un’attività lavorativa. Risulta infine che lo stesso si è recato in Bangladesh nel settembre 2013 ed è ritornato nel successivo mese di dicembre trovandosi in Italia senza lavoro. Pertanto il mancato ritiro del documento nei tempi di legge, pronto già nell’agosto 2013, è dipeso unicamente dal ricorrente;

per quanto concerne l’eccezione sollevata dal ricorrente circa la mancata traduzione nella lingua del Bangladesh, si osserva come nel caso concreto il decreto è stato tradotto in inglese, non essendo stato possibile trovare un interprete nella lingua di origine dello straniero. Inoltre il ricorrente è risultato avere una sufficiente conoscenza della lingua italiana essendo in Italia fin dal 2009 ed essendo inserito nel mondo del lavoro.

Avverso suddetta pronuncia K.A. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi. Non è stata depositata memoria. Non ha svolte difese l’Amministrazione intimata.

Con il primo motivo viene lamentata la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. b, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Il ricorrente ha richiesto nei sessanta giorni previsti dalla legge il rinnovo del permesso di soggiorno, adducendo di non essersi attivato per la presa visione del titolo rilasciato fino a settembre perchè il rinnovo avrebbe dovuto essere di un anno; inoltre si fa presente come il ritardo nella presa visione del permesso di soggiorno e nella richiesta di rinnovo dello stesso non è dipesa da causa imputabile al sig. K., e che la richiesta di rinnovo oltre i sessanta giorni dalla scadenza non consente l’espulsione automatica, non essendo un termine perentorio.

Con il secondo motivo viene denunciata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 334 del 2004, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sulla base del quale oggi la lingua del Bangladesh non può essere considerata una lingua rara, per cui il giudice avrebbe dovuto predisporre dei provvedimenti in tale lingua; inoltre, è vero che il ricorrente vive da cinque anni in Italia, ma egli ha svolto mansioni che non gli hanno permesso di conoscere dettagliatamente la lingua italiana.

Il primo motivo è manifestamente infondato.

La parte ricorrente non coglie la ratio decidendi del provvedimento impugnato, dal momento che l’espulsione è dipesa dalla mancata richiesta di rinnovo alla scadenza del settembre del 2013, dopo l’intervenuto rinnovo semestrale, e non il mancato rinnovo dopo la domanda formulata il 21/3, dalla quale è scaturito il titolo di soggiorno scaduto a settembre. In ordine a quest’ultimo, il rinnovo è stato richiesto ben oltre i sessanta giorni successivi alla scadenza. Peraltro, ove il diniego di permesso di soggiorno annuale fosse stato ritenuto illegittimo per sussistenza di un titolo lavorativo valido, sarebbe stato necessario il ricorso al giudice amministrativo per ottenere un provvedimento temporalmente coerente con la documentazione prodotta.

Il secondo motivo è inammissibile, dal momento che il giudice di pace ha svolto un accertamento di fatto in ordine alla conoscenza della lingua italiana da parte del ricorrente non sindacabile in questa sede in quanto adeguatamente giustificato.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Non occorre provvedere in ordine alle spese processuali in considerazione della mancata attività difensiva della parte intimata.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2017

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