Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21094 del 11/09/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 11/09/2017, (ud. 04/07/2017, dep.11/09/2017),  n. 21094

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21631-2016 proposto da:

Z.R., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato MARCO BOSCAROL;

– ricorrente –

contro

M.W., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA VESCOVIO

21, presso lo studio dell’avvocato TOMMASO MANFEROCE, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 215/2016 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 02/08/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 04/07/2017 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

rilevato che, con sentenza resa in data 2/8/2016, la Corte d’appello di Trento, pur parzialmente riformandola in relazione ad altro aspetto, ha confermato la decisione con la quale il Tribunale di Bolzano ha accolto la domanda proposta da M.W. diretta all’accertamento dell’inopponibilità nei propri confronti – quale aggiudicatario di un immobile in sede di esecuzione forzata – del contratto di locazione precedentemente concluso, in relazione all’immobile aggiudicato, dalla conduttrice Z.R., tenuto conto che il canone convenuto per detta locazione era risultato inferiore di oltre un terzo il giusto prezzo, con la conseguente inopponibilità all’aggiudicatario del rapporto locativo, a mente dell’art. 2923 c.c., comma 3;

che, avverso la sentenza d’appello, Z.R. propone ricorso per cassazione sulla base di cinque motivi d’impugnazione;

che M.W. resiste con controricorso;

che, a seguito della fissazione della camera di consiglio, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., M.W. ha presentato memoria;

considerato che, con il primo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 30-bis c.p.c., comma 1, nonchè per omesso esame di un fatto decisivo controverso, avendo la corte territoriale erroneamente disatteso l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla ricorrente sin dal primo grado del giudizio, essendo la controparte un magistrato in servizio presso il medesimo Tribunale di Bolzano;

che, in relazione alla norma di cui all’art. 30-bis c.p.c., comma 1, ove interpretata nel senso fatto proprio dalla corte territoriale, la ricorrente solleva questione di legittimità costituzionale;

che la censura è manifestamente infondata;

che, infatti, la corte territoriale risulta aver correttamente interpretato la norma richiamata dalla ricorrente, in conformità alla lettura fatta propria dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 147/2004, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 30-bis c.p.c. ad eccezione della parte relativa alle azioni civili concernenti le restituzioni e il risarcimento del danno da reato di cui sia parte un magistrato, ritenendo costituzionalmente legittimo l’assoggettamento delle restanti fattispecie civilistiche (come l’odierna) alle ordinarie regole di competenza previste dal codice di procedura civile;

che del tutto ingiustificata, in relazione alla questione in esame, deve ritenersi la censura relativa al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, non essendo il giudice a quo incorso in alcun omesso esame di circostanze decisive ai fini della risoluzione del thema decidendum così circoscritto;

che, in ogni caso, deve ritenersi manifestamente infondata l’eccezione di incostituzionalità sollevata dall’odierna ricorrente, atteso che – di là dalla genericità della formulazione dell’eccezione sollevata, siccome priva di immediati e specifici riferimenti a precisi parametri costituzionali – la norma denunciata deve ritenersi espressione non sindacabile di una scelta discrezionale del legislatore (come peraltro confermato dalla stessa Corte costituzionale nella richiamata sentenza n. 147/2004), nella specie esercitata nel pieno rispetto dei limiti costituzionali ad essa riferibili;

che, con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 51 c.p.c., per avere la corte territoriale omesso di rilevare l’illegittimità della mancata astensione del giudice di primo grado dalla trattazione della controversia, nonostante i rapporti di immediata prossimità professionale con il M., peraltro comuni agli stessi giudici d’appello;

che la censura è manifestamente infondata;

che, infatti, la doglianza avanzata dalla ricorrente si pone in diretto contrasto con il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa corte, ai sensi del qual, anche a seguito della modifica dell’art. 111 Cost., introdotta dalla legge costituzionale n. 2 del 1999, in difetto di ricusazione la violazione dell’obbligo di astenersi da parte del giudice non è deducibile in sede di impugnazione come motivo di nullità della sentenza da lui emessa, giacchè la norma costituzionale, nel fissare i principi fondamentali del giusto processo (tra i quali, appunto, l’imparzialità e terzietà del giudice) ha demandato al legislatore ordinario di dettarne la disciplina e, in considerazione della peculiarità del processo civile, fondato sull’impulso paritario delle parti, non è arbitraria la scelta del legislatore di garantire l’imparzialità e terzietà del giudice tramite gli istituti dell’astensione e della ricusazione; nè detti istituti, cui si aggiunge quello dell’impugnazione della decisione nel caso di mancato accoglimento della ricusazione, possono reputarsi strumenti di tutela inadeguati o incongrui a garantire in modo efficace il diritto della parti alla imparzialità del giudice, dovendosi, quindi, escludere un contrasto con la norma recata dall’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la quale, sotto l’ulteriore profilo dei contenuti di cui si permea il valore dell’imparzialità del giudice, nulla aggiunge rispetto a quanto già previsto dal citato art. 111 Cost. (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 14807 del 04/06/2008, Rv. 603856 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 20 del 04/01/2010 (Rv. 610826 – 01);

che, con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2923 c.c., per avere la corte territoriale erroneamente condiviso l’interpretazione del primo giudice incline a ritenere applicabile la norma invocata anche in relazione alle ipotesi, come quella di specie, in cui il pagamento del canone di locazione sia avvenuto anticipatamente in unica soluzione, anzichè mensilmente in corso di rapporto;

che la censura è manifestamente infondata;

che, infatti, la corte territoriale ha correttamente evidenziato le ragioni della radicale inaccoglibilità della proposta interpretativa avanzata dall’odierna ricorrente, avendo quest’ultima arbitrariamente ritenuto di accreditare un’interpretazione della norma invocata priva di alcuna positiva corrispondenza con il dettato legislativo, non ravvisandosi alcuna ragione per la quale le modalità di corresponsione del canone di locazione possano valere a giustificare la revoca, o anche solo la modificazione delle ragioni di giustizia poste a fondamento della norma interpretata;

che, con il quarto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di un punto decisivo della controversia, nonchè per violazione dell’art. 63 c.p.c., correlato all’art. 51 c.p.c., per avere la corte territoriale omesso di rilevare l’erroneità della decisione con la quale il primo giudice ha respinto l’istanza di ricusazione del consulente tecnico d’ufficio;

che la censura è inammissibile;

che, al riguardo, è appena il caso di evidenziare come, attraverso le censure indicate (sotto entrambi i profili di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), la ricorrente si sia sostanzialmente spinta a sollecitare la corte di legittimità a procedere a una rilettura nel merito della decisione emessa dal primo giudice sull’istanza di ricusazione dedotta, in contrasto con i limiti del giudizio di cassazione e con gli stessi limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (nuovo testo) sul piano dei vizi rilevanti della motivazione;

che, in particolare, sotto il profilo della violazione di legge, la ricorrente risulta aver prospettato le proprie doglianze attraverso la denuncia di un’errata ricognizione della fattispecie concreta, e non già della fattispecie astratta prevista dalle norme di legge richiamate (operazione come tale estranea al paradigma del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3), coinvolgendo, la prospettazione critica della Z., solo un diverso (soggettivo) apprezzamento in fatto delle circostanze relative alla questione rimessa al giudizio discrezionale del giudice di merito;

che, quanto alla denuncia relativa al preteso omesso esame dei fatti controversi richiamati nel motivo di censura, si osserva che la ricorrente trascura di articolare in modo specifico, tanto le occorrenze concrete dell’omissione denunciata, quanto i profili di decisività dei fatti dedotti, non emergendo, in modo incontroverso e inequivocabile, il disegno del differente esito della risoluzione della controversia che sarebbe emerso con certezza là dove la corte territoriale avesse tenuto conto in modo specifico e analitico dei fatti richiamati;

che, da questo punto di vista, osserva il Collegio come la ricorrente si sia limitata a invocare (non già l’omesso esame, ad opera del giudice d’appello, di fatti decisivi già controversi tra le parti, bensì) una rilettura nel merito dei fatti ritenuti rilevanti, riproposti in una diversa prospettiva interpretativa;

che, con il quinto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2923 c.c., comma 3, per avere la corte territoriale erroneamente omesso di rilevare la scorrettezza della determinazione del giusto valore del canone di locazione relativo all’immobile oggetto di giudizio;

che la censura è inammissibile.

che, al riguardo, osserva il collegio come la ricorrente abbia prospettato il vizio in esame sotto il profilo della violazione di legge, là dove la stessa risulta aver viceversa richiamato, a fondamento della censura illustrata, l’esame delle risultanze di causa con riguardo alla (da lei ritenuta) più esatta determinazione del giusto valore del canone di locazione relativo all’immobile oggetto di giudizio, al fine di comprovare l’erronea ricognizione, da parte della corte territoriale, della fattispecie concreta e non già l’erronea lettura di una fattispecie normativa astratta, unica rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3;

che tale denuncia – neppure coinvolgendo l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sè incontroverso (insistendo la Z. nella prospettazione di una diversa ricostruzione dello stesso, rispetto a quanto operato dal giudice a quo) – rimane del tutto estranea alla logica di prospettazione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, come tale inammissibilmente sollevato in questa sede, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti;

che, sulla base delle considerazioni sin qui indicate, rilevata la complessiva manifesta infondatezza del ricorso, dev’esserne pronunciato il rigetto con la conseguente condanna della ricorrente al rimborso, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, secondo la liquidazione di cui al dispositivo;

PQM

 

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 3.200,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, il 4 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2017

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