Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21089 del 19/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 19/10/2016, (ud. 24/06/2016, dep. 19/10/2016), n.21089

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. DE MARCHI ALBENGO P. G. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14167-2012 proposto da:

SAITT SPA, in persona del suo Amministratore Unico Sig.

R.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA 79, presso lo

studio dell’avvocato MICHELE PECORELLA, rappresentata e difesa dagli

avvocati GUIDO GORI, FRANCESCA ROMANA GORI giusta procura speciale

notarile;

– ricorrente –

contro

B.N., (OMISSIS), considerata domiciliata ex lege in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata

e difesa dall’avvocato SIRO CENTOFANTI giusta procura in calce al

controricorso;

G.A., (OMISSIS), considerata domiciliata ex lege in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata

e difesa dall’avvocato ATTILIO BIANCIFIORI giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 97/2012 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 12/03/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/06/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO GIOVANNI DEMARCHI ALBENGO;

udito l’Avvocato FRANCESCA ROMANA GORI;

udito l’Avvocato SIRO CENTOFANTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. La presente controversia ha ad oggetto l’azione revocatoria relativa alla vendita di un immobile a B.N. da parte di G.A.. L’azione è stata promossa da SAITT Spa a tutela del proprio credito derivante dalla vendita di 8.658 camice da uomo, per un corrispettivo totale di Euro 128.441,28.

2. La domanda è stata accolta in primo grado e respinta dalla Corte d’appello di Perugia, sulla considerazione che solo il creditore è legittimato all’azione revocatoria e che, nel caso di specie, dagli elementi citati nella sentenza del tribunale penale di Perugia del 20 gennaio 2009 emergeva che le camite oggetto della vendita erano contraffatte, conseguendone la nullità del contratto per illiceità dell’oggetto (di modo che nessun credito era reclamabile dalla SAITT Spa).

3. Contro la sentenza di appello la SAITT Spa propone un primo ricorso per Cassazione, notificato l’11 giugno 2012. Resistono con controricorso B.N. e G.A.. Con successivo atto, notificato il 25 luglio 2012, la SAITT Spa, rilevato il difetto di procura speciale dell’originale ricorso, propone un nuovo ricorso in sostituzione del primo, affidandolo a 2 motivi. Resistono nuovamente con controricorso B.N. e Adelia G.. SAITT Spa ha depositato una lunga memoria difensiva ex art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Deve, prima di tutto, dichiararsi inammissibile il primo ricorso per difetto di idonea procura speciale (mancanza di apostille), mentre va dichiarato ammissibile il secondo ricorso, proposto in sostituzione del primo: ai sensi dell’art. 387 c.p.c., infatti, la vana proposizione di un precedente ricorso determina la consumazione del diritto di impugnazione, anche quando il termine non sia ancora scaduto, soltanto se vi sia stata declaratoria di inammissibilità o improcedibilità; pertanto, in difetto di una pronuncia in tal senso, la proposizione di ricorso, nullo o inammissibile, non seguita dal rituale deposito ex art. 369 c.p.c., non è di per sè preclusiva di un’impugnazione di identico o anche diverso contenuto, purchè effettuata nei termini di legge (Sez. 2, Sentenza n. 15873 del 12/07/2006, Rv. 591526), e cioè nel rispetto del termine breve decorrente dalla notificazione del primo (Sez. 2, Sentenza n. 12898 del 26/05/2010, Rv. 613465; conf. Sez. 3, Sentenza n. 9265 del 19/04/2010 (Rv. 612426). Nel caso di specie, risultano rispettate entrambe le condizioni, non essendovi stata dichiarazione alcuna di inammissibilità od improcedibilità, ed essendo stato notificato il secondo ricorso entro 60 giorni dalla notifica del primo.

2. Con il primo motivo si lamenta violazione, falsa ed erronea applicazione degli artt. 654 e 651 c.p.c., in correlazione agli artt. 1418 e 2697 c.c., nonchè art. 116 c.p.c., anche per omessa o insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo.

3. Vanno stigmatizzate, innanzitutto, le modalità di formulazione del motivo, ricordandosi che “nel ricorso per cassazione, il motivo di impugnazione che prospetti una pluralità di questioni precedute unitariamente dalla elencazione delle norme che si assumono violate, e dalla deduzione del vizio di motivazione, è inammissibile, richiedendo un inesigibile intervento integrativo della Corte che, per giungere alla compiuta formulazione del motivo, dovrebbe individuare per ciascuna delle doglianze lo specifico vizio di violazione di legge o del vizio di motivazione” (Sez. 1, Sentenza n. 21611 del 20/09/2013, Rv. 627659).

4. Occorre, poi, ricordare che “Quando nel ricorso per cassazione è denunziata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla Corte di Cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Sez. 3, Sentenza n. 828 del 16/01/2007, Rv. 593743); nel caso di specie, nello svolgimento del motivo non è dato riscontrare alcun riferimento agli articoli di legge indicati nella rubrica, limitandosi il ricorrente a citare una pronuncia giurisprudenziale (peraltro direttamente riferibile all’art. 652 c.p.p., non indicato nella rubrica del motivo).

5. In ogni caso, il motivo è infondato, atteso che il giudice civile ha proceduto ad una autonoma valutazione delle prove assunte nel giudizio penale, come risulta dalle pagine 2 e 3 della sentenza; e ciò rende immune da censure la valutazione di nullità del contratto per illiceità dell’oggetto (e la conseguente deduzione di inesistenza del credito per la cui tutela si agiva in revocatoria).

6. E’ la stessa giurisprudenza citata dalla ricorrente, infatti, ad affermare che il giudice civile, pur dovendo interamente ed autonomamente rivalutare il fatto (attività che è stata correttamente effettuata dalla Corte d’appello), può tener conto degli elementi di prova acquisiti in sede penale. Si veda, in proposito, Sez. U, Sentenza n. 1768 del 26/01/2011, Rv. 616366 (CONF. Sez. L, Sentenza n. 21299 del 09/10/2014, Rv. 632927): “In tema di giudicato, la disposizione di cui all’art. 652 c.p.p., così come quelle degli artt. 651, 653 e 654 stesso codice costituisce un’eccezione al principio dell’autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile e non è, pertanto, applicabile in via analogica oltre i casi espressamente previsti. Ne consegue che soltanto la sentenza penale irrevocabile di assoluzione (per essere rimasto accertato che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima), pronunciata in seguito a dibattimento, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni ed il risarcimento del danno, mentre le sentenze di non doversi procedere perchè il reato è estinto per prescrizione o per amnistia non hanno alcuna efficacia extrapenale, a nulla rilevando che il giudice penale, per pronunciare la sentenza di proscioglimento, abbia dovuto accertare i fatti e valutarli giuridicamente; ne consegue, altresì, che, nel caso da ultimo indicato il giudice civile, pur tenendo conto degli elementi di prova acquisiti in sede penale, deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione”. Cosa che, appunto, è stata fatta.

7. Con riferimento al dedotto vizio di motivazione, esso non è altro che un tentativo di rivalutare le prove e ciò costituisce attività pacificamente non consentita in sede di legittimità, a fronte di una motivazione che non può dirsi manifestamente illogica, nè contraddittoria. Già prima della modifica restrittiva introdotta nel 2012, infatti, il riferimento – contenuto nell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (nel testo modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2 applicabile “ratione temporis”) – al “fatto controverso e decisivo per il giudizio” implicava che la motivazione della “quaestio farti” fosse affetta non da una mera contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, ma che fosse tale da determinare la logica insostenibilità della motivazione (Sez. 3, Sentenza n. 17037 del 20/08/2015, Rv. 636317); circostanza certamente non ricorrente nel caso di specie. Il riferimento al “fatto controverso e decisivo per il giudizio” implica che il fatto riguardo al quale la motivazione sulla ricostruzione della quaestio facti deve essere contraddittoria, insufficiente od omessa, sia stato oggetto di una valutazione tale da parte del giudice del merito da essere affetta da contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, non già nel senso dell’evidenza della mera possibilità della contraddizione o della mera possibilità dell’insufficiente considerazione o della mera possibilità di rilievo del fatto omesso, in modo tale da rendere soltanto possibile in via alternativa una motivazione diversa da quella resa dal giudice di merito sul fatto controverso, bensì nel senso che la contraddizione, l’insufficienza o l’omissione debba determinare la logica insostenibilità della motivazione resa da quel giudice. Ebbene, l’articolazione dell’illustrazione del motivo di ricorso si risolve solo nella prospettazione di una possibile alternativa motivazionale e non nella prospettazione di tale alternativa come necessariamente implicante l’insostenibilità di quella resa dalla Corte di merito. Ne consegue la complessiva infondatezza del primo motivo di ricorso.

8. Con il secondo motivo di ricorso lamenta violazione e falsa, erronea applicazione dell’art. 111 Cost., art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 195 e 197 c.p.p., anche per omessa o insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo. In particolare, la ricorrente si lamenta della mancata valutazione delle risultanze probatorie del processo civile e dell’inesistenza di idonea motivazione in ordine alla contraffazione delle camice compravendute.

9. Il secondo motivo di ricorso è infondato per gli stessi motivi già indicati con riferimento al motivo precedente, aggiungendosi, per completezza, le seguenti considerazioni; innanzitutto, il ricorrente cita a sproposito Sez. U, Sentenza n. 27337 del 18/11/2008, Rv. 605537, riportando un passaggio della motivazione che nulla ha a che vedere con il caso oggi in esame, in quanto in quella sentenza si esaminava il caso in cui il giudizio penale non era stato promosso, riconoscendosi al giudice civile il potere di accertamento incidentale dell’esistenza di un reato ai fini di valutare il termine di prescrizione dell’azione civile.

10. Al contrario, risulta dalle sentenze già richiamate che il giudice civile, se non è obbligato a tener fede agli accertamenti contenuti nelle sentenze di improcedibilità per prescrizione, nondimeno è certamente legittimato alla rivalutazione del fatto anche sulla base delle prove assunte in quel giudizio e delle valutazioni del giudice penale in ordine alla sussistenza del fatto. Nel caso di specie, la Corte d’appello di Perugia non ha fatto altro che valutare la sussistenza del reato di contraffazione procedendo ad un’autonoma valutazione delle risultanze istruttorie del processo penale, nel pieno rispetto delle disposizioni normative vigenti. Sotto il profilo dei dedotti vizi di motivazione, non si rinvengono nella decisione impugnata illogicità manifeste o contraddittorietà della motivazione, che non può dirsi nemmeno omessa. Anche il secondo motivo di ricorso costituisce, in sostanza, un inammissibile tentativo di rivalutazione delle prove al fine di raggiungere conclusioni difformi da quelle della Corte territoriale.

11. In merito alle dedotte violazioni di legge, deve qui ribadirsi che esse non sono state minimamente illustrate, se non con riferimento a pronunce giurisprudenziali molto risalenti nel tempo o addirittura non conferenti (come si è già detto a proposito delle sezioni unite del 2008). In ogni caso, i richiami sono impropri perchè la Corte d’appello di Perugia ha proceduto ad un’autonoma valutazione delle prove assunte sia nel giudizio penale che in quello civile e non vi è stata alcuna violazione del principio dell’onere della prova, atteso che esso è stato soddisfatto attraverso la produzione della sentenza penale, da cui sono stati tratti gli elementi probatori che il giudice civile ha valutato ai fini dell’accertamento incidentale sulla sussistenza del reato di contraffazione (“In forza del principio dell’unità della giurisdizione, il giudice civile può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale conclusosi con sentenza di non doversi procedere per intervenuta amnistia o per altra causa estintiva del reato e può, a tal fine, porre anche ad esclusiva base del suo convincimento gli elementi di fatto acquisiti in sede penale, ricavandoli dalla sentenza o dagli atti di quel processo, con apprezzamento non sindacabile in sede di legittimità se sorretto da congrua e logica motivazione; Sez. 1, Sentenza n. 5009 del 02/03/2009, Rv. 607110; “Il giudice civile, può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale, già definito, ancorchè con sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, ponendo a base delle proprie conclusioni gli elementi di fatto già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede e sottoponendoli al proprio vaglio critico, mediante il confronto con gli elementi probatori emersi nel giudizio civile; a tal fine, egli non è tenuto a disporre la previa acquisizione degli atti del procedimento penale e ad esaminarne il contenuto, qualora, per la formazione di un razionale convincimento, ritenga sufficiente le risultanze della sola sentenza; Sez. 2, Sentenza n. 22200 del 29/10/2010, Rv. 615429; v. anche Sez. 3, Sentenza n. 15673 del 21/06/2013, Rv. 626844). Per il resto, il motivo censura le valutazioni di merito in ordine alla ricostruzione dei fatti ed alla contraffazione delle camici” oggetto di vendita, pretendendo di rivalutare, peraltro in modo frammentario, le deposizioni dei testi ed addirittura esprimendo valutazioni di attendibilità sugli stessi.

12. Ne consegue che, dichiarato inammissibile il primo ricorso per difetto di idonea procura speciale (mancanza di apostille), il secondo ricorso deve essere ritenuto ammissibile, ma, in quanto non fondato, va rigettato; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza.

PQM

dichiara inammissibile il primo ricorso e rigetta il secondo, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese in favore delle controricorrenti, liquidandole per ciascuna di esse in Euro 5.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso di spese forfettarie ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 24 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2016

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