Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2108 del 29/01/2018

Civile Ord. Sez. 2 Num. 2108 Anno 2018
Presidente: MAZZACANE VINCENZO
Relatore: GRASSO GIANLUCA

ORDINANZA
sul ricorso 3246/2014 proposto da:
X.Y., rappresentati e difesi,
in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’avvocato
Giorgio Massafra, elettivamente domiciliati presso il suo studio in
Roma, Via Baldo degli Ubaldi, 272;
– ricorrenti contro

W.K. , rappresentato e difeso, in forza di procura
speciale a margine del controricorso, dall’avvocato Gino Bazzani,
elettivamente domiciliato presso il suo studio in Roma, Via Monte
Acero 2-A;
– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2587/2013 della Corte d’appello di Roma,
depositata il 7 maggio 2013;

Data pubblicazione: 29/01/2018

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 30
novembre 2017 dal Consigliere Gianluca Grasso;
viste le conclusioni scritte del P.M. in persona del Sostituto
Procuratore Generale Alessandro Pepe.

W.K. conveniva in giudizio, avanti al Tribunale di Roma, i figli
X.Y. per ottenere, a seguito del decesso
del coniuge, P.D.; la divisione dei beni caduti in
successione;
che X.Y. si costituivano in giudizio
eccependo la carenza di legittimazione attiva dell’attore, non
avendo egli la qualifica di erede, in quanto la de cujus, con
testamento pubblico del 18 luglio 2006, aveva istituito unici eredi i
figli X.Y.;
che all’udienza di prima comparizione, in virtù dell’eccezione
sollevata dalle controparti, l’attore chiedeva disporsi la riduzione
delle disposizioni testamentarie ex art. 554 c.c.;
che i convenuti dichiaravano di non accettare il contraddittorio
su tale domanda e chiedevano la concessione dei termini ex art.
183, 6 comma, c.p.c.;
che, depositate le memorie, all’udienza di ammissione dei
mezzi di prova, il giudice, ritenendo di dover decidere in via
prioritaria sulla domanda di riduzione avanzata dal W.K. ,
invitava le parti a precisare le conclusioni e tratteneva la causa in
decisione;
che il Tribunale di Roma, con sentenza depositata il 15
settembre 2010, disponeva la riduzione di un quarto delle
disposizioni del testamento e, con separata ordinanza, rimetteva la
clausola sul ruolo per la prosecuzione del giudizio;

Ritenuto che con atto di citazione dell’Il marzo 2008 Giuliano

che, a seguito di gravame proposto da X.Y.,
la Corte d’appello di Roma, con sentenza del 7 maggio
2013,

ex

articolo 281

sexies

c.p.c., rigettava il gravame,

condannando gli appellanti al pagamento delle spese di lite;
che avverso la pronuncia della corte d’appello hanno proposto

quattro motivi;
che W.K. si è costituito con controricorso.
Considerato che con il primo mòtivo di ricorso si deduce la
violazione e/o falsa applicazione dell’art. 183, comma 5, c.p.c. in
relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. I ricorrenti si dolgono
dell’erronea qualificazione dell’eccezione di carenza di
legittimazione attiva sollevata in primo grado quale eccezione in
senso stretto, idonea a giustificare la proposizione della domanda di
riduzione, sostenendo invece che essa costituisca una mera difesa
volta a contrastare il fondamento dell’azione di divisione. I
ricorrenti, inoltre, ritengono che la domanda di riduzione debba
essere considerata nuova rispetto alla domanda di divisione
ereditaria avanzata inizialmente dall’attore e che si sarebbe
verificata la violazione dell’art. 183, comma 5, c.p.c., avendo questi
mutato la propria domanda;
che con il quarto motivo di ricorso si deduce la nullità della
sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360,
comma 1, n. 4 c.p.c. I ricorrenti lamentano l’omessa pronuncia
riguardante il motivo d’appello con il quale hanno dedotto
l’inammissibilità della domanda di riduzione siccome preclusa
dall’inammissibilità dell’originaria domanda di divisione. La corte
d’appello avrebbe focalizzato la sua attenzione soltanto sul motivo
d’appello con il quale era stata dedotta l’inammissibilità della
domanda di riduzione in quanto nuova, vietata ai sensi dell’art.
183, comma 5, c.p.c.;

ricorso per cassazione X.Y. sulla base di

che i motivi secondo e quarto, da trattarsi congiuntamente in
quanto strettamente correlati, sono infondati;
che l’art. 183, comma 5, c.p.c., nel consentire all’attore di
formulare nella prima udienza di trattazione la nuova domanda o la
nuova eccezione che siano conseguenza, oltre che della domanda

comparsa di risposta, è rivolto a tutelare la parte attrice, a fronte di
iniziative difensive della parte convenuta che mutino i termini
dggettivi della controversia, o comunque introducano nel processo
ulteriori questioni (v. Cass. 8 luglio 2004, n. 12545 con riferimento
al testo dell’art. 183, comma 5, c.p.c. risultante dalla sostituzione
operata dall’art. 17 della legge 26 novembre 1990, n. 353);
che, pur essendo l’azione di divisione ereditaria e quella di
riduzione fra loro sostanzialmente diverse (Cass. 10 aprile 2017, n.
9192), perché la prima presuppone la qualità di erede e tende
all’attribuzione di una quota ereditaria, mentre la seconda implica la
qualità di legittimario leso nella quota di riserva ed è finalizzata alla
riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni lesive
della legittima (Cass. 10 novembre 2010, n. 22885), nel caso di
specie, la proposizione della domanda di riduzione è stata
formulata, tempestivamente, in sede di prima udienza a seguito
delle deduzioni dei convenuti contenute nella comparsa di
costituzione, ove si affermava, mutando i termini della
controversia, l’esistenza di un testamento che escludeva l’attore
legittimario;
che la proposizione della domanda di riduzione non ha
determinato la compromissione delle potenzialità difensive della
controparte, ovvero l’allungamento dei tempi processuali (Cass.
Sez. Un., 15 giugno 2015, n. 12310);
che una volta ritenuta ammissibile la domanda di riduzione, in
virtù delle difese spiegate dai convenuti, tale domanda assume una

riconvenzionale, dell’eccezione proposta dal convenuto con la

sua autonomia che prescinde dalla questione concernente
l’ammissibilità dell’originaria domanda di divisione proposta da un
soggetto ritenuto in concreto non legittimato, in quanto non avente
la qualità di coerede. La questione risulta pertanto implicitamente
assorbita;

giuridica della sentenza per violazione dell’art. 281 sexies, comma
2, c.p.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c. Secondo i
ricorrenti, la corte d’appello avrebbe depositato – una sentenza
giuridicamente inesistente, essendo stata redatta non già sul
verbale di causa ma su otto fogli distinti del verbale stesso che è
andato smarrito prima del suo deposito. Mancherebbero, pertanto,
il verbale del giudizio e la firma del giudicante sul documento
redatto dal funzionario giudiziario, nonché l’attestazione
dell’allegazione del “documento-sentenza” al nuovo “verbale di
causa”;
che il motivo è infondato;
che l’atto processuale impugnato, sottoscritto dal consigliere
estensore e dal presidente, è riconoscibile come sentenza e produce
gli effetti tipici delle sentenze e non crea nessuna situazione di
stallo processuale, per cui non può dirsi inesistente (Cass. 30 marzo
2015, n. 6394);
che la sentenza ex art. 281 sexies c.p.c. può essere redatta a
verbale o allegata allo stesso (Cass., ord., 6 settembre 2007, n.
18743);
che, nel caso di specie, il verbale redatto dal funzionario
giudiziario il giorno dell’udienza, che precede il testo della
motivazione, ha dato atto della lettura integrale della sentenza ex
art. 281 sexies c.p.c., evidenziando che il verbale di udienza non
era stato rinvenuto;

che con il secondo motivo di ricorso si contesta l’inesistenza

che la pronuncia impugnata è stata dunque emessa all’esito
dell’udienza di discussione, con la sua lettura e il contestuale
deposito;
che la sentenza pronunciata ex art. 281 sexies c.p.c. senza
l’osservanza delle forme previste dal codice non può essere

della decisione e della sua conseguenzialità rispetto alle ragioni
ritenute rilevanti dal giudice all’esito della discussione, trattandosi,
in ogni caso, dr sanzione neppure comminata dalla legge (Cass. 14
maggio 2014, n. 10453);
che con il terzo motivo di ricorso si rileva la nullità del
procedimento per violazione degli artt. 281 sexies c.p.c., 112 e 133
c.p.p., 24, comma 2, Cost. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4
c.p.c. I ricorrenti deducono che per fatto colposo della corte
d’appello e/o del cancelliere sono stati impossibilitati a svolgere
compiutamente le proprie difese nel presente grado di giudizio, non
avendo potuto esaminare il verbale di causa di cui al fascicolo n°
316/2011 R.G., smarrito dalla corte di appello nel deposito del
documento-sentenza. Attraverso l’esame del verbale di causa del
giudizio di appello, i ricorrenti sostengono che avrebbero potuto
individuare altri motivi di ricorso da sottoporre alla Corte, non
potendo sapere né quali siano state le conclusioni assunte dalle
parti in causa, né se queste abbiano chiesto il differimento
dell’udienza di discussione orale e/o fatto confluire nel verbale
stesso ulteriori deduzioni in diritto (mediante richiamo ai principi di
diritto sopra enunciati), rispetto a quelle formulate nei rispettivi
scritti difensivi;
che il motivo è inammissibile, non prospettando il ricorso quale
potrebbe essere in concreto il pregiudizio subito dalla mancanza del
verbale, impedendo a questa Corte di esercitare il proprio sindacato
di legittimità su una doglianza prospettata in termini del tutto

dichiarata nulla ove sia stato raggiunto lo scopo dell’immodificabilità

generici e astratti. La sentenza impugnata, peraltro, dà atto
dell’avvenuta discussione, esaminando le doglianze dell’appellante,
né nell’udienza di discussione è possibile avanzare domande o
richieste diverse da quelle già formulate;
che le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate

che poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30
gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n.
228 (disposizioni per la formazione del bilancio annuale e
pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il
comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30
maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento,
da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso
delle spese processuali sostenute dal controricorrente, che si
liquidano in complessivi euro 5200,00, di cui euro 200,00 per
esborsi, oltre a spese generali nella misura del 15% e ad accessori
di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del
2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012,
dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte
dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato
pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello
stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda
Sezione civile, il 30 novembre 2017. •
Il Presidente

Avui
-7-

come in dispositivo;

°

Giudiziafio
NERi

DEPOSITATO IN CANCELLERIA

29 GEN, 2018

Roma,

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA