Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21032 del 18/10/2016


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Cassazione civile sez. lav., 18/10/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 18/10/2016), n.21032

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. DI PAOLANTOPNIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 29011-2011 proposto da:

I.M., (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso

la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato (Ndr: testo originale non comprensibile),

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AZXIENDA SANITARIA LOCALE PER LA PROVINCIA DI COMO, C.F. (OMISSIS),

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA PACUVIO 34, presso lo studio dell’avvocato

GUIDO ROMANELLI, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato ERNESTO LANNI, giusta delega in atti e dichiarazione di

nomina difensori del 2/05/2016;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 386/2011 della CORTE D’APPELLO DI MILANO,

depositata il 19/05/2011 r.g.n. 192/2009;

udita la relazione nella causa svolta nella pubblica udienza del

18/05/16 dal consigliere dott. DANIELA BLASUTTO;

udito l’avvocato (Ndr: testo originale non comprensibile);

udito il P.M., in persona del sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte di appello di Milano, con sentenza n. 192/2009, respingeva l’appello proposto dal geom. I.M. avverso la sentenza del Tribunale di Como che aveva rigettato l’impugnativa della sanzione disciplinare della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per giorno otto, irrogata con provvedimento del 26.2.2007 dalla Asl della Provincia di Como, di cui il ricorrente è dipendente con qualifica di Tecnico della Prevenzione.

2. Il ricorrente nel dicembre 2003 aveva ottenuto un sentenza con cui era stato accertato il suo diritto alla qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria ed era stato dichiarato illegittimo il comportamento tenuto dalla Asl che lo aveva privato della tessera di riconoscimento, non avendo provveduto a rinnovarla alla sua scadenza decennale. A tale sentenza aveva fatto seguito la proposta di assegnazione dell’ I. con qualifica di U.P.G. al distretto di Lomazzo, proposta che era stata rifiutata dal ricorrente. Quindi, la Asl, con Deliberazioni del Direttore Generale n. 130 del 18.3.2004 e n. 200 del 30.4.2004 n. 260, aveva nuovamente revocato sia la qualifica, sia la tessera di riconoscimento. Il ricorrente aveva -continuato ad esercitare le proprie mansioni di Tecnico della Prevenzione, fino a quando, in occasione della lettura di un verbale di sopralluogo redatto dallo stesso geom. I., il 6.9.2006 il Direttore Generale della Asl aveva constatato che costui, per ovviare a tale revoca, aveva fatto formare a sue spese un timbro con cui attestare la qualità di ufficiale di polizia giudiziaria. A seguito di ciò la ASL aveva adottato la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione dello stipendio per giorni otto.

3. Il funzionario aveva, quindi, agito in giudizio eccependo la violazione delle norme sul procedimento disciplinare e la mancata (o ritardata) affissione del codice disciplinare in violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 e per fare: a) accertare e dichiarare, previo annullamento delle delibere del Direttore Generale dell’ASL della Provincia di Como n. 130 e n. 200 del 2004, che il ricorrente è, dal 1.4.2004 in poi, nei limiti delle proprie attribuzioni, ufficiale di polizia giudiziaria D.M. 17 gennaio 1997, n. 58, ex art. 1, comma 2, e quindi ha diritto all’immediato rilascio della tessera di riconoscimento ex L.R. n. 6 del 2001; b) accertare e dichiarare, previo annullamento del provvedimento disciplinare del (OMISSIS), l’inefficacia della sanzione ivi comminata; c) accertare e dichiarare che con le anzidette delibere la ASL era incorsa nella violazione dell’art. 44, comma 2, CCNL 1.9.1995, il quale prevede per il personale svolgente funzioni ispettive e di controllo previste dal D.P.R. 24 luglio 1977, n. 616 la corresponsione dell’indennità di polizia giudiziaria; d) accertare e dichiarare che il ricorrente ha diritto all’indennità accessoria prevista dal D.P.R. n. 616 del 1977, art. 77 nella misura prevista dal CCNL 1.9.95 (art. 44, comma 2) con decorrenza 1.4.2004 (data di sospensione dell’emolumento); e) e per sentire condannare la ASL al pagamento degli arretrati.

3.1. Il Giudice di primo grado aveva respinto la domanda dichiarando che le Delib. n. 130 del 2004 e Delib. n. 200 del 2004 erano valide ed efficaci; che la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria doveva essere attribuita con provvedimento amministrativo e, in difetto, il ricorrente non poteva agire in qualità di ufficiale di polizia giudiziaria; che la sanzione disciplinare della ASL del 22.2.2007 era valida e legittima.

4. La Corte di appello, con la sopra indicata sentenza, respingeva:

– l’eccezione vertente sul mutamento della composizione del collegio disciplinare, avvenuta per sostituzione di un membro effettivo con uno dei supplenti designati;

– l’eccezione di nullità della contestazione disciplinare in quanto sottoscritta “per l’Ufficio Procedimenti Disciplinari” dal predetto membro supplente (dr. M.) anzichè dal Presidente del Collegio, osservando che l’u.c.p.d. aveva fatto proprio e ratificato il contenuto della contestazione disciplinare, come risultava dal verbale della riunione del 6.2.2007;

– l’eccezione vertente sulla mancanza, sempre alla riunione del 6.2.2007, del rappresentante dell’ASL, non essendo individuabile l’interesse del dipendente a far valere tale presenza;

– l’eccezione vertente sulla mancata lettura del provvedimento disciplinare al termine della riunione, non essendo tale adempimento in alcun modo previsto dal codice disciplinare, che regola le varie fasi del procedimento.

4.1. Nel merito, la Corte di appello confermava la sentenza di rigetto della domanda, osservando:

– che, a seguito della sentenza del Tribunale di Como n. 331/2003 e per quanto risultava dalla Delib. 30 aprile 2004 n. 200, la Asl aveva assegnato al dipendente I., Tecnico della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, una nuova sede lavorativa presso il distretto di (OMISSIS), dove lo stesso avrebbe potuto esercitare mansioni che necessitavano della qualifica di ufficiale di p.g., ma tale assegnazione era stata rifiutata;

– che il diritto alla qualifica di u.p.g. non poteva derivare direttamente dal D.M. 17 gennaio 1997, n. 58, art. 1, comma 2, in quanto, dall’interpretazione sistematica di tale norma con il D.P.R. n. 616 del 1977, la L. 23 dicembre 1978, n. 833 (artt. 21 e 22) e la L.R. n. 6 del 2001, spetta al prefetto stabilire, su proposta della regione, quali addetti ai servizi di ciascuna unità sanitaria, competenti per il controllo e la tutela dell’igiene ambientale e per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali (e tra tali addetti figurano certamente i tecnici della prevenzione), possono assumere la qualifica di ufficiale di p.g.; pertanto, solo a seguito di un provvedimento ad hoc, adottato dal Prefetto su proposta della Regione, il tecnico della prevenzione di cui al D.M. n. 58 del 1997 assume la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria, in tal senso dovendo interpretarsi del Decreto 17 gennaio 1997, n. 58, art. 1, comma 2, secondo cui “il tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro operante nei servizi con compiti ispettivi e di vigilanza è, nei limiti delle proprie attribuzioni, ufficiale di polizia giudiziaria”;

– che spettava alla ASL individuare le mansioni compatibili con l’inquadramento nella categoria D del CCNL come tecnico della prevenzione; nel caso in esame, la ASL sin dal 2004 aveva indicato l’inesistenza presso l’unità operativa di Igiene degli Alimenti e della Nutrizione di servizi ispettivi e di vigilanza per la sicurezza negli ambienti di lavoro, mentre tali mansioni avrebbero potuto essere esercitate nel distretto di (OMISSIS), dove l’appellante non aveva accettato di lavorare;

– che la sanzione irrogata era proporzionata ai fatti contestati, in quanto non solo l’ I. aveva esercitato funzioni non attribuitegli, ma, e questo era senz’altro il fatto più grave, ciò era avvenuto mediante l’utilizzo di un timbro non autorizzato, attestante la qualifica di ufficiale di P.G..

5. Per la cassazione di tale sentenza I. propone ricorso affidato a undici motivi, cui resiste la ASL con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente, va esaminata l’eccezione di improcedibilità ex art. 369 c.p.c., comma 1, sollevata dalla parte resistente per superamento del termine di venti giorni fissato dalla norma. Sostiene la ASL che, essendole il ricorso stato notificato il 21 novembre 2012, il termine per il deposito era scaduto il 12 dicembre 2012 (lunedì), mentre l’adempimento risultava avvenuto solo il 13 dicembre, e dunque tardivamente.

1.1. L’eccezione è infondata.

1.2. La previsione di cui all’art. 369 c.p.c., comma 1 secondo cui “il ricorso deve essere depositato nella cancelleria della corte, a pena di improcedibilità, nel termine di giorni venti dall’ultima notificazione alle parti contro le quali è proposto”, va integrato con la previsione di cui all’art. 134 disp. att. c.p.c., il quale prevede, al comma 1, che “gli avvocati che hanno sottoscritto il ricorso o il controricorso possono provvedere al deposito degli stessi e degli atti indicati negli artt. 369 e 370 c.p.c. mediante invio per posta, in plico raccomandato, al cancelliere della Corte di cassazione” e, al comma 5, che il deposito si ha per avvenuto “a tutti gli effetti, alla data di spedizione dei plichi con la posta raccomandata”.

1.3. Al fine di stabilire la tempestività, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 1, del deposito del ricorso per cassazione inviato a mezzo posta, deve tenersi conto, ai sensi dell’art. 134 disp. att. c.p.c., come modificato dalla L. 7 febbraio 1979, n. 59, art. 3 della data di spedizione del plico risultante dal timbro impresso dall’ufficio postale di partenza, e non già della data del suo arrivo in cancelleria (Cass. n. 1981 del 1996, conf. Cass. n. 3307 del 2000; v. pure Cass. n. 1132 del 2003).

1.4. Dall’esame del fascicolo di causa, risulta che il ricorso notificato e gli altri atti di cui all’art. 369 c.p.c. vennero spediti tempestivamente a questa Corte a mezzo posta il 2 dicembre 2011. Incidentalmente, va rilevato che anche il pervenimento del plico all’Ufficio protocollo della Corte risulta anteriore alla scadenza del termine di cui all’art. 369 c.p.c., essendo avvenuto il 6.12.2011.

2. Con il primo motivo di ricorso si denuncia error in procedendo per violazione 112 c.p.c., non avendo la Corte di appello esaminato il motivo di gravame avente ad oggetto il capo della sentenza di primo grado con cui era stata respinta l’eccezione di mancata (o ritardata) affissione del codice disciplinare. Con il secondo motivo si lamenta violazione dei principi di disponibilità e di valutazione delle prove (art. 115 e 116 c.p.c.). L’appellante, ai punti 23/27 del ricorso in appello (trascritti nel ricorso per cassazione) aveva censurato la sentenza del Tribunale che, basandosi sulla sola generica dichiarazione di un teste, aveva omesso di verificare che il documento all. 12 al ricorso introduttivo comprovava che l’affissione era avvenuta solo in data 9.3.2007, tre mesi dopo l’inizio del procedimento disciplinare. Il terzo motivo verte sulla medesima inosservanza dell’obbligo di pubblicità del codice disciplinare, in quanto previsto anche dalla normativa contrattuale di settore.

3. In ordine ai primi tre motivi, che possono essere trattati congiuntamente vertendo sulla medesima questione di fatto e di diritto, osserva questa Corte di legittimità che dalla sentenza impugnata.risulta effettivamente omesso l’esame del motivo di appello avente ad oggetto il capo della sentenza con cui era stata rèspinta l’eccezione vertente sulla omessa (o comunque ritardata) affissione del codice disciplinare: Tale adempimento costituisce un onere contemplato dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, comma 1, richiamato dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55, comma 2 nel testo anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 150 del 2009 (non applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame). Quest’ultimo decreto legislativo ha introdotto, nel nuovo art. 55, comma 2, la previsione secondo cui “la pubblicazione sul sito istituzionale dell’amministrazione del codice disciplinare, recante l’indicazione delle predette infrazioni e relative sanzioni, equivale a tutti gli effetti alla sua affissione all’ingresso della sede di lavoro”.

3.1. Pur dovendo darsi atto del vizio di omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c., deve però aggiungersi, alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 384 c.p.c., che, una volta verificata l’omessa pronuncia sul motivo di appello vertente su eccezione pregiudiziale, la Corte di cassazione può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata ed esaminare il merito del ricorso, allorquando la suddetta eccezione sia infondata, essendo in tal caso inutile il ritorno della causa in fase di merito (ex plurimis, Cass. n. 5729 del 2012, S.U. 13617 del 2012).

3.2. Al riguardo, osserva la Corte che occorre richiamare il principio secondo cui, anche relativamente alle sanzioni disciplinari conservative – e non per le sole sanzioni espulsive deve ritenersi che, in tutti i casi nei quali il comportamento sanzionatorio sia immediatamente percepibile dal lavoratore come illecito, perchè contrario al c.d. minimo etico o a norme di rilevanza penale, non sia necessario provvedere alla affissione del codice disciplinare, in quanto il lavoratore ben può rendersi conto, anche al di là di una analitica predeterminazione dei comportamenti vietati e delle relative sanzioni da parte del codice disciplinare, della illiceità della propria condotta (Cass. n. 1926 del 2011, coni. Cass. n 13414 del 2013). In particolare, è stato affermato che la percepibilità dalla coscienza sociale di un fatto quale minimo etico deve ritenersi applicabile non solo alle sanzioni disciplinari espulsive, per le quali sussiste il potere di recesso del datore di lavoro, in presenza di una giusta causa o di un giustificato motivo, ma anche per le sanzioni cosiddette conservative. Se è vero che per queste il potere disciplinare del datore di lavoro, solo genericamente previsto dall’art. 2106 c.c., esige per il suo concreto esercizio la predisposizione di una normativa secondaria, cui corrisponde l’onere della pubblicità, a norma della L. n. 300 del 1970, art. 7, che ha inteso conferire effettività nell’ambito dei rapporti di lavoro al principio nullum crimen, nulla poena sine lege, tuttavia deve ritenersi che i comportamenti del lavoratore costituenti violazioni dei doveri fondamentali siano sanzionabili a prescindere dalla loro inclusione o meno all’interno del codice disciplinare, ed anche in difetto di affissione dello stesso, in quanto in questi casi il lavoratore ben può rendersi conto, anche al di là di una analitica predeterminazione dei comportamenti vietati e delle relative sanzioni da parte del codice disciplinare, della illiceità della propria condotta (v. pure Cass. n. 17763 del 2004; Cass. n. 56 del 2007).

3.3. Tale principio, affermato in fattispecie relative a rapporti di lavoro privato, sono certamente estensibili ai rapporti di pubblico impiego, nel cui ambito peraltro non può prescindersi, ai fini dell’individuazione del nucleo di doveri costituenti tale minimo etico, dal Codice di comportamento di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 54 le cui previsioni (che non sono state modificate dal D.Lgs. n. 150 del 2009) costituiscono specificazioni esemplificative degli obblighi di diligenza, lealtà e imparzialità che qualificano il corretto adempimento della prestazione lavorativa del dipendente pubblico; la disposizione anzidetta è stata collocata dal legislatore prima di quella (art. 55) che ha demandato alla contrattazione collettiva la definizione delle infrazioni e delle relative sanzioni, a volere sottolineare il valore preminente attribuito all’individuazione dei doveri fondamentali cui deve conformasi la condotta del pubblico dipendente. L’art. 1 del Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con D.M. 28 novembre 1000, Pubblicato nella Gazz. Uff. 10 aprile 2001, n. 84, precisa che il dipendente pubblico si impegna ad osservare i principi e i contenuti del codice di comportamento sin dall’atto dell’assunzione in servizio.

3.4. Il fatto ascritto all’attuale ricorrente è consistito nell’avere attestato, nei rapporti con i terzi, il possesso di una qualità (quella di ufficiale di polizia giudiziaria) formalmente revocata dalla P.A. datrice di lavoro e nell’avere utilizzato, per tale attestazione, un timbro non autorizzato. Ora, a prescindere dalla fondatezza o meno delle censure mosse in giudizio ai provvedimenti di revoca emessi dalla P.A. e della legittimità o meno di tali atti di gestione del rapporto di lavoro facenti capo alla Asl, comunque ben poteva il ricorrente percepire come contrario ai propri fondamentali doveri attestare nei rapporti con i terzi una qualità non posseduta, in quanto oggetto di un provvedimento di revoca, ancorchè contestato e non condiviso.

4. Il quarto motivo denuncia violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55, dell’art. 16, punto 2 del Codice disciplinare in relazione al punto 8 dell’art. 13 stesso codice, per essere la lettera di contestazione stata sottoscritta da un membro supplente dell’Ufficio per il procedimento disciplinare. Rileva il ricorrente che l’art. 13, comma 2, del Codice disciplinare prevede che “Il presidente firma in nome e per conto dell’Ufficio”. Il quinto motivo denuncia vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5) per avere la Corte di appello ritenuto che nel verbale dell’U.c.p.d., sottoscritto dal Presidente, fosse ravvisabile una ratifica della contestazione operata dal membro supplente, mentre il tenore dell’atto non poteva condurre a tale risultato interpretativo. Con il sesto motivo si denuncia violazione dell’art. 1399 c.c. e dei principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto, dell’art. 97 Cost. e dell’art. 29, comma 2, del CCNL 1.9.95, in quanto, in presenza di termini perentori per procedere alla contestazione disciplinare e di norme inderogabili sulla competenza dell’organo disciplinare cui spetta contestare gli addebiti, non può essere legittima una ratifica ex post, se non con violazione dei diritti del lavoratore stesso.

5. Anche tale complesso di motivi, da trattare congiuntamente in quanto vertenti sulla legittimità e sulla effettiva esistenza del potere di ratifica, è infondato.

5.1. Premesso che i procedimenti disciplinari contemplati dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55, non costituiscono procedimenti amministrativi essendo condotti dalle pubbliche amministrazioni con i poteri propri del datore di lavoro privato (Cass., 29 marzo 2005, n. 6601), trova applicazione al caso in esame la disciplina dettata dall’art. 1399 c.c. – che prevede la possibilità di ratifica con effetto retroattivo, ma con salvezza dei diritti dei terzi, del contratto concluso da soggetto privo del potere di rappresentanza. Difatti, l’attività di natura privatistica della P.A. resta soggetta alla generale disciplina del codice civile in materia di rappresentanza senza potere, così che il contratto di natura privatistica – o, per il rinvio contenuto nell’art. 1324 c.c., l’atto unilaterale a carattere negoziale – posto in essere in assenza del potere di rappresentanza può formare oggetto di ratifica da parte del predetto organo, ai sensi dell’art. 1399 c.c. (cfr. Cass. n. 8876 del 2006). Tale disposizione è stata ritenuta applicabile anche a provvedimenti disciplinari (cfr., Cass., 18 novembre 2003, n. 17461; Cass., 1 dicembre 2008, n. 28514; Cass., 13 aprile 2011, n. 8459; per la specifica applicazione del principio in tema di pubblico impiego, cfr. Cass. 12245 del 2015).

5.2. Nel caso in esame, si verte in tema di ratifica della contestazione disciplinare adottata D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 55, comma 4, (anteriore alla riforma operata dal D.Lgs. n. 150 del 2009). Tale norma dispone che “ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individua l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari. Tale ufficio, su segnalazione del capo della struttura in cui il dipendente lavora, contesta l’addebito al dipendente medesimo, istruisce il procedimento disciplinare e applica la sanzione…”. La Corte di appello ha fatto corretta applicazione del riferito orientamento, rilevando che la lettera di contestazione era stata sottoscritta per l’U.c.p.d. da un membro supplente del medesimo organo, invece che dal Presidente del collegio, munito del potere rappresentativo dell’ufficio per il procedimento disciplinare, a norma del Codice di disciplina; che tuttavia, alla stregua del tenore testuale del verbale dell’adunanza convocata dinanzi all’U.c.p.d. per la difesa dell’incolpato, detto Ufficio e per esso il suo Presidente – aveva operato la ratifica, sanando così il vizio originario della contestazione disciplinare, con effetto ex tunc.

5.3. Nè varrebbe in contrario opporre che tale efficacia retroattiva della ratifica non possa operare, una volta decorsi i termini perentori per la contestazione, anche se osservati mediante l’atto emesso dal falsus procurator. Invero, il lavoratore non può considerarsi terzo, del quale, rispetto all’effetto retroattivo della ratifica, sono fatti salvi i diritti a norma dell’art. 1399 c.c., comma 2, giacchè egli non è un avente causa dal dominus di diritti incompatibili con quello su cui è destinata ad incidere la dichiarazione unilaterale datoriale, siccome titolare di una posizione soggettiva costituita con il dominus proprio in virtù del rapporto di lavoro subordinato (cfr.: Cass. n. 1250 del 1985 e n. 2824 del 1990). Il lavoratore incolpato non può pertanto pretendere di contrapporre alla ratifica del dominus il verificarsi di preclusioni o decadenze che presuppongono l’inefficacia dell’atto ratificato e che invece devono ritenersi non verificatesi proprio per effetto dell’operatività ex tunc dalla ratifica, per cui l’atto emesso dal soggetto privo del potere rappresentativo è divenuto efficace sin dal suo compimento.

5.4. Infine, va rilevato che l’accertamento del giudice di merito in ordine alla sussistenza o meno della ratifica costituisce un apprezzamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua ed esente da vizi logici e giuridici (Cass. n. 8876 del 2006). Come chiarito da questa Corte (Cass. n. 2465 del 2015), in tema di interpretazione di atti negoziali, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (cfr. ex plurimis, Cass. nn. 1893/2009, 29322/2008, 18661/2006, 12786/2006, 3015/2006, 696/2006, 8293/2005).

5.5. Nel caso in esame, la sentenza ha espresso, in modo non equivoco, nè viziato da contraddittorietà, l’avviso che dal tenore del verbale di incontro fosse emersa la volontà dell’Ufficio disciplinare di ratificare l’operato di un suo membro. La Corte territoriale, nell’interpretare il verbale, ha espresso un giudizio valutativo adeguato a sorreggere la decisione. I dedotti vizi di motivazione incidono sull’intrinseco delle opzioni nelle quali propriamente si concreta il giudizio di merito, risultando per ciò stesso estranee all’ambito meramente estrinseco entro il quale è circoscritto il giudizio di legittimità.

6.. Il settimo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione del D.M. 12 gennaio 1997, n. 58, art. 1, comma 2, dell’art. 57 c.p.p., della L.R. Lombardia n. 6 del 2001, del D.P.R. n. 616 del 1977, art. 27, della L. n. 833 del 1987, artt. 21 e 22, della Delib. 3 maggio 1998, n. 32327, nonchè degli artt. 12 e 14 preleggi (art. 360 c.p.c., n. 3). Premesso di avere assunto, sin dal 1.9.2001, la posizione di “collaboratore professionale sanitario – tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro”, classificato in categoria D, e di essere stato assegnato al distretto Socio Sanitario di Como, cui compete la vigilanza e il controllo in materia di Igiene Pubblica, degli Alimenti, bevande, nonchè degli ambienti di vita, il ricorrente lamenta che, diversamente dai colleghi, non gli era stata riconosciuta la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria perchè la Ml non gli aveva rilasciato la tessera di riconoscimento con riportata tale dizione, pur avendo egli il compito di accertare e contestare le violazioni delle leggi in materia di igiene e sanità pubblica e ad irrogare le relative sanzioni amministrative. Come si desumeva proprio dal verbale di sopralluogo in materia di igiene del 2 novembre 2006, su richiesta n. 80717 del 6.9.2006, il ricorrente svolgeva attività di ispezione. Anche la circolare esplicativa n. 114/san del 30 luglio 1991 diretta alle UU.SS.LL. aveva riconosciuto che, in materia di igiene e sanità, pubblica gli operatori UPG svolgono sia funzioni amministrative che di polizia giudiziaria. Specificamente il D.M. n. 58 del 1997 riconosce la qualifica di polizia giudiziaria al tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, in forza delle attività di controllo e prevenzione svolti, come previsto dall’art. 57 c.p.p.. Tale norma prevede che “sono ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, nei limiti del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni, le persone alle quali le leggi e i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall’art. 55”. Il D.M. n. 58 del 1997 ha natura regolamentare di esclusiva fonte statale e attribuisce la qualifica di polizia giudiziaria a chi svolge le attività riportate dal terzo comma; la Asl non ha alcun potere in ordine al riconoscimento della qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria al tecnico della prevenzione dell’ambiente qualora quest’ultimo svolga le attività ispettive attribuitegli per legge, ma al più ha il solo potere di rilasciare la tessera di riconoscimento.

6.1. Con l’ottavo motivo si censura la sentenza per insufficiente e contraddittoria motivazione circa il fatto di avere ritenuto che spetti al Prefetto l’attribuzione della qualifica di UPG ai tecnici della prevenzione. Il nono motivo denuncia violazione dei principi di disponibilità e di valutazione delle prove (artt. 115 e 116 c.p.c.) sullo stesso tema. In particolare, rileva il ricorrente che la L. n. 833 del 1978 (art. 21) attribuisce al prefetto il potere di conferire la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria esclusivamente in relazione alle funzioni ispettive e di controllo esercitate relativamente all’applicazione della legislazione sulla sicurezza del lavoro; analogamente dispone la L. n. 6 del 2001, art. 1, comma 58 quater, nel prevedere il potere della Asl di rilasciare le tessere di riconoscimento per gli operatori investiti da compiti di polizia giudiziaria e addetti alle mansioni e funzioni in materia di igiene e sicurezza del lavoro, mentre il ricorrente non operava in tale campo, ma era addetto al Servizio di Igiene Pubblica e ambientale, Unità operativa “Igiene degli alimenti e della nutrizione”.

6.2 Con il decimo motivo si denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia in merito alle domande di annullamento delle Delib. Direttore generale della Asl della Provincia di Como n. 130 del 2004 e Delib. n. 200 del 2004 (art. 360 c.p.c., n. 4). Rileva il ricorrente che con tali delibere gli era stato vietato di utilizzare il timbro con la qualifica di UPG e di qualificarsi come tale; entrambi i provvedimenti erano stati contestati in giudizio per i motivi esposti nel precedente settimo motivo. La Corte di appello non aveva pronunciato sulla domanda di annullamento dei provvedimenti stessi, limitandosi ad affermare che tali delibere erano atti amministrativi di carattere organizzativo generale, suscettibili di impugnazione soltanto davanti al giudice amministrativo. Al contrario, si trattava di atti di gestione del rapporto di lavoro e comunque, ove ritenuti atti amministrativi, gli stessi ben potrebbero essere disapplicati dal giudice ordinario.

7. Il complesso dei motivi dal settimo al decimo possono essere trattati congiuntamente vertendo su questioni di diritto e di fatto tra loro interferenti.

7.1. Il D.M. 17 gennaio 1997, n. 58 (Regolamento concernente la individuazione della figura e relativo profilo professionale del tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 14 marzo 1997, n. 61, all’art. 1, prevede che “E’ individuata la figura professionale del tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, con il seguente profilo: il tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, è responsabile, nell’ambito delle proprie competenze, di tutte le attività di prevenzione, verifica e controllo in materia di igiene e sicurezza ambientale nei luoghi di vita e di lavoro, di igiene degli alimenti e delle bevande, di igiene di sanità pubblica e veterinaria.

2. Il tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, operante nei servizi con compiti ispettivi e di vigilanza è, nei limiti delle proprie attribuzioni, ufficiale di polizia giudiziaria; svolge attività istruttoria, finalizzata al rilascio di autorizzazioni o di nulla osta tecnico sanitari per attività soggette a controllo.

3. Nell’ambito dell’esercizio della professione, il tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro:

a) istruisce, determina, contesta e notifica le irregolarità rilevate e formula pareri nell’ambito delle proprie competenze;

b) vigila e controlla gli ambienti di vita e di lavoro e valuta la necessità di effettuare accertamenti ed inchieste per infortuni e malattie professionali;

c) vigila e controlla la rispondenza delle strutture e degli ambienti in relazione alle attività ad esse connesse…”.

7.2. Se è vero dunque che, a norma dell’art. 1, comma 2 di questo regolamento, il tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, operante nei servizi con compiti ispettivi e di vigilanza è, “nei limiti delle proprie attribuzioni, ufficiale di polizia giudiziaria” e che, a norma dell’art. 57 c.p.p., comma 3, sono ufficiali e agenti di polizia giudiziaria,” nei limiti del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni, le persone alle quali le leggi e i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall’art. 55″, dalle lettura coordinata di tali disposizioni si ricava che i tecnici della prevenzione, quando espletano i servizi ispettivi e di vigilanza loro assegnati esercitano funzioni proprie di un ufficiale di polizia giudiziaria. Tale situazione richiede l’assegnazione a servizi ispettivi e di vigilanza e l’effettività di svolgimento di tali compiti.

7.3. Tuttavia, non può escludersi che, in casi specifici, il Tecnico della Prevenzione, seppure “operante nei servizi”, non abbia assegnati “compiti ispettivi e di vigilanza”. Tale sembra essere la situazione prospettata dalla Asl, che ha dedotto in giudizio l’assenza presso il distretto di Como di funzioni implicanti il conferimento delle funzioni per le quali è prevista l’attribuzione della qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria e l’esistenza di posizioni organizzative implicanti tali attribuzioni presso il distretto di (OMISSIS), dove però il ricorrente aveva rifiutato di essere assegnato. Tale ricostruzione è stata fatta propria anche dai giudici di merito, nonostante una certa sua lacunosità (i fatti contestati risulterebbero commessi proprio nel corso di una verifica ispettiva, il cui affidamento all’odierno ricorrente non risulta essere mai stata contestata).

7.4. Orbene, atteso che l’illegittimità delle Delib. n. 130 del 2004 e Delib. n. 200 del 2004 è stata denunciata dall’attuale ricorrente per violazione della richiamata disciplina in tema di riconoscimento della qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria al tecnico della prevenzione, da cui dipende anche la questione relativa al mancato rilascio della tessera di riconoscimento, come pure quella del mancato riconoscimento della corrispondente indennità, il ricorso si rivela carente in ordine alla necessaria indicazione del contenuto degli atti della Asl impugnati, non trascritti nella loro interezza e neppure in parte, ma solo prospettati come lesivi di tali diritti. Il ricorso viola dunque le prescrizioni di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6. La conoscenza dei contenuti di tali delibere costituisce, difatti, il presupposto fattuale per comprendere la fondatezza o meno delle censure di falsa applicazione di norme di diritto.

7.5. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 16872 del 2014), il ricorrente che censuri la violazione o falsa applicazione di norme di diritto ha l’onere di indicare anche gli elementi fattuali in concreto condizionanti gli ambiti di operatività della violazione, ai fini di consentire alla Corte la corretta sussunzione del fatto concreto nelle norme che si assumono violate o erroneamente applicate, pena l’inammissibilità del motivo di ricorso proposto.

8. Analoga carenza è poi riscontrabile anche in ordine al decimo motivo di gravame con cui si assume l’omesso esame di un motivo di appello nel quale sarebbero state formulate “espresse eccezioni” in merito ai motivi dell’impugnazione di detti provvedimenti della Asl. Non è stato trascritto il motivo di appello di cui si lamenta l’omesso esame; la mancata indicazione preclude l’esame della censura di cui all’art. 112 c.p.c..

8.1. E’ inammissibile, per violazione del criterio dell’autosufficienza, il ricorso per cassazione col quale si lamenti la mancata pronuncia del giudice di appello su uno o più motivi di gravame, se essi non siano compiutamente riportati nella loro integralità nel ricorso, sì da consentire alla Corte di verificare che le questioni sottoposte non siano “nuove” e di valutare la fondatezza dei motivi stessi senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte (Cass. n. 17049 del 2015).

9. Con l’undicesimo motivo ci si duole della violazione del principio di proporzionalità della sanzione disciplinare in relazione alla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 e dell’art. 2106 c.c., nonchè della violazione dell’art. 6, comma 1, lett. d) del codice disciplinare, che collega il tipo e l’entità della sanzione “al grado di danno o di pericolo causato all’amministrazione, agli utenti o ai terzi ovvero al disservizio determinatosi”, posto che nel caso di specie nessun disservizio, nè danno si era verificato.

9.1. Il motivo è inammissibile.

9.2. La contestazione disciplinare oggetto di causa si è incentrata su un comportamento che ha nuociuto “agli interessi e all’immagine” della P.A.. Sono stati richiamati il Codice disciplinare e il Codice di comportamento di cui al D.M. 28 novembre 2000 e specificamente, l’art. 1 cit. e l’art. 2, comma 2, che impone al dipendente pubblico di non svolgere “… alcuna attività che contrasti con il corretto adempimento dei compiti d’ufficio” e gli prescrive di impegnarsi “ad evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione”.

9.3. La Corte di appello ha ritenuto la sanzione disciplinare congrua rispetto ai fatti ascritti. Il giudizio di proporzionalità o adeguatezza della sanzione all’illecito commesso si sostanzia nella valutazione della gravità dell’inadempimento imputato al lavoratore in relazione al concreto rapporto e a tutte le circostanze del caso. L’accertamento della ricorrenza concreta degli elementi del parametro normativo si pone sul piano del giudizio di fatto, demandato al giudice di merito e incensurabile in cassazione se privo di errori logici e giuridici.

9.4. Nel caso di specie, parte ricorrente propone un diverso apprezzamento della gravità dei fatti, senza tuttavia contestare l’operazione di sussunzione della fattispecie – quale ricostruita dai giudizi di merito – nell’alveo delle norme del Codice disciplinare e del Codice di comportamento, la cui violazione è stata posta a base della sanzione.

10. In conclusione il ricorso va respinto. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, sono regolate secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 3.000,00 per compensi professionali e oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 18 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2016

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