Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20993 del 06/08/2019

Cassazione civile sez. lav., 06/08/2019, (ud. 03/07/2019, dep. 06/08/2019), n.20993

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2843-2014 proposto da:

P.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO

n. 66, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO CONSOLI XIBILIA,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIO FRANCESCO VITALE;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA DELLA REGIONE SICILIANA, in persona del Presidente pro

tempore;

ASSESSORATO DELLA FAMIGLIA, DELLE POLITICHE SOCIALI E DELLE AUTONOMIE

LOCALI, in persona dell’Assessore pro tempore, rappresentati e

difesi dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, presso i cui Uffici

domiciliano ope legis in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrenti –

e contro

ASSESSORATO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE SICILIANA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1441/2012 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 15/01/2013 R.G.N. 1541/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/07/2019 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paolo, che ha concluso per inammissibilità e in

subordine rigetto;

udito l’Avvocato ALFONSO PELUSO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Catania ha accolto l’appello proposto dalla Presidenza della Regione Siciliana, dall’Assessorato alla Presidenza della Regione Siciliana nonchè dall’Assessorato della Famiglia, delle Politiche Sociali e delle Autonomie Locali avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede, che aveva ritenuto solo parzialmente fondata l’opposizione proposta al decreto ingiuntivo, chiesto ed ottenuto da P.P., il quale aveva domandato il pagamento della somma di Euro 13.882,36, a suo dire dovuta a titolo di indennità di carica di componente del Comitato Regionale di Controllo-Sezione Provinciale di Catania per il periodo gennaio 2001/febbraio 2002.

2. La Corte territoriale, in riforma della sentenza gravata, ha dichiarato l’inammissibilità della domanda, evidenziando, per quel che ancora rileva in questa sede, che l’appellato aveva già ottenuto due decreti ingiuntivi per il pagamento dell’indennità di carica relativa al medesimo periodo al quale si riferiva il terzo decreto, richiesto sul presupposto che i precedenti ricorsi, erroneamente, avevano quantificato l’indennità sulla base delle tabelle allegate al D.M. 4 aprile 2000 anzichè in relazione ai parametri previsti dal D.P. Regione Siciliana 18 ottobre 2001n. 19.

3. Il giudice d’appello ha ritenuto violato il principio dell’infrazionabilità della domanda relativa a credito unitario ed ha precisato che l’azione sarebbe stata inammissibile anche sulla base dell’orientamento giurisprudenziale, superato da Cass. S.U. n. 23726/2007, che ammetteva il frazionamento solo nell’ipotesi di espressa riserva di azione per il residuo, mancata nella fattispecie.

4. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso P.P. sulla base di due motivi, ai quali hanno opposto difese con tempestivo controricorso la Presidenza della Regione Siciliana e l’Assessorato della Famiglia, delle Politiche Sociali e delle Autonomie Locali.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, il ricorrente denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, – violazione dell’art. 111 Cost., comma 2, – violazione del principio del giusto processo – nullità della sentenza impugnata per error in procedendo”. Rileva che l’Avvocatura dello Stato si era limitata ad eccepire l’inammissibilità della domanda per “duplicazione della richiesta” e pertanto la Corte territoriale non poteva d’ufficio sollevare la diversa questione dell’infrazionabilità della domanda. In ogni caso il giudice d’appello avrebbe dovuto, nel rispetto dell’art. 101 c.p.c., provocare il contraddittorio e assegnare alle parti un termine non inferiore a venti giorni per il deposito in cancelleria di memorie.

2. La seconda censura, intitolata “falsa applicazione del principio di diritto di infrazionabilità della domanda – illegittimità della sentenza impugnata per falsa applicazione di principio di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3”, addebita alla Corte territoriale di non avere colto che nella fattispecie il creditore non aveva proposto, a fronte di un credito complessivamente maturato, distinte azioni, perchè le prime due iniziative si riferivano a periodi diversi, mentre il terzo ricorso per decreto ingiuntivo nasceva dalla necessità di “correggere, con un solo ricorso, l’errore di diritto e di calcolo dell’indennità presente nelle pretese creditorie azionate” in precedenza.

3. Il primo motivo del ricorso è inammissibile perchè formulato senza il necessario rispetto degli oneri di specificazione e di allegazione di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4.

Occorre al riguardo rammentare che, anche qualora venga dedotto un error in procedendo, rispetto al quale la Corte è giudice del “fatto processuale”, l’esercizio del potere/dovere di esame diretto degli atti è subordinato al rispetto delle regole di ammissibilità e di procedibilità stabilite dal codice di rito, in nulla derogate dall’estensione ai profili di fatto del potere cognitivo del giudice di legittimità (Cass. S.U. n. 8077/2012). La parte, quindi, non è dispensata dall’onere imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 6 di indicare in modo specifico i fatti processuali alla base dell’errore denunciato e di trascrivere nel ricorso gli atti rilevanti, non essendo consentito il rinvio per relationem agli atti del giudizio di merito, perchè la Corte di Cassazione, anche quando è giudice del fatto processuale, deve essere posta in condizione di valutare ex actis la fondatezza della censura e deve procedere solo ad una verifica degli atti stessi non già alla loro ricerca (Cass. n. 15367/2014; Cass. n. 21226/2010). E’ necessario, inoltre, che il ricorrente assolva al distinto onere previsto, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., n. 4, indicando la sede nella quale l’atto processuale è reperibile, perchè l’art. 366 c.p.c., come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 5 richiede che al giudice di legittimità vengano forniti tutti gli elementi necessari per avere la completa cognizione della controversia, senza necessità di accedere a fonti esterne, mentre la produzione è finalizzata a permettere l’agevole reperibilità del documento o dell’atto la cui rilevanza è invocata ai fini dell’accoglimento del ricorso (fra le tante, sulla non sovrapponibilità dei due requisiti, Cass. 28.9.2016 n. 19048).

A tanto il ricorrente non ha provveduto perchè, pur avendo fondato la censura sul contenuto dell’atto di appello, ha trascritto, a pag. 5 del ricorso, solo una frase dell’impugnazione proposta dall’Avvocatura, non ha prodotto l’atto in questa sede nè ha fornito indicazioni in merito alla sua allocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte.

3.1. A soli fini di completezza osserva il Collegio che lo stesso ricorrente riconosce che l’appellante aveva eccepito “l’inammissibilità della domanda per duplicazione della richiesta” e, quindi, il richiamo al principio dell’infrazionabilità della domanda, anzichè a quello del ne bis in idem, al quale il primo comunque si ricollega, costituisce una mera qualificazione giuridica della doglianza fatta valere con il motivo di gravame.

Non è pertinente l’invocazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, perchè “il divieto della decisione sulla base di argomenti non sottoposti al previo contraddittorio delle parti non si applica alle questioni di rito relative a requisiti di ammissibilità della domanda previsti da norme la cui violazione è rilevabile in ogni stato e grado del processo, senza che tale esito processuale integri una violazione dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il quale – nell’interpretazione data dalla Corte Europea – ammette che il contraddittorio non venga previamente suscitato quando si tratti di questioni di rito che la parte, dotata di una minima diligenza processuale, avrebbe potuto e dovuto attendersi o prefigurarsi ” (Cass. n. 15019/2016 e negli stessi termini Cass. n. 11738/2018).

4. La seconda censura è infondata.

E’ incontestato fra le parti, e ne dà atto lo stesso ricorrente nell’esposizione sommaria dei fatti di causa, che P.P., dopo avere richiesto ed ottenuto due decreti ingiuntivi concernenti il pagamento dell’indennità di carica di componente della Sezione provinciale di Catania del Comitato Regionale di Controllo, rispettivamente per i periodi gennaio 2000/maggio 2001 e giugno 2001/febbraio 2002, con un terzo ricorso ha agito in sede monitoria “per correggere, con un solo ricorso, l’errore di diritto e di calcolo dell’indennità presente nelle pretese creditorie azionate con i due precedenti ricorsi” in quanto l’indennità era stata quantificata sulla base dei parametri previsti dal D.M. 4 aprile 2000 anzichè in relazione a quelli approvati con D.P.R. S. n. 19 del 2001.

Non vi è dubbio, pertanto, che il terzo decreto si riferisca alla medesima obbligazione già oggetto delle precedenti iniziative giudiziarie, sicchè correttamente la Corte territoriale ha richiamato il principio, consolidatosi nella giurisprudenza di questa Corte a partire da Cass. S.U. n. 23726/2007, secondo cui “non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale; conseguentemente, le domande giudiziali aventi ad oggetto una frazione di un unico credito sono da dichiararsi improcedibili. ” (Cass. n. 19898/2018).

Sul tema della frazionabilità/infrazionabilità del credito le Sezioni Unite sono nuovamente intervenute con la recente sentenza n. 4090/2017 con la quale, ribadito il precedente orientamento e precisato che lo stesso si riferisce “alla singola obbligazione”, quanto alla diversa ipotesi di una pluralità di crediti facenti capo ad un rapporto complesso hanno affermato che “le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, anche se relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi. Se tuttavia i suddetti diritti di credito, oltre a far capo ad un medesimo rapporto di durata tra le stesse parti, sono anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o comunque “fondati” sul medesimo fatto costitutivo – sì da non poter essere accertati separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale -, le relative domande possono essere proposte in separati giudizi solo se risulta in capo al creditore agente un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata”.

4.2. Il richiamato orientamento, che fa leva sull’obbligo imposto all’attore di “farsi carico di un esercizio consapevole e responsabile del diritto di azione che la Costituzione gli garantisce” e, quindi, di evitare “di trasformare il processo in un meccanismo potenzialmente destinato ad attivarsi all’infinito”, porta ad escludere che nella specie il ricorrente, che aveva già domandato il pagamento di una somma determinata a titolo di indennità di carica per i periodi indicati nel punto che precede, potesse poi richiedere, per i medesimi periodi e per lo stesso titolo, un importo ulteriore, realizzando in tal modo, per ciascuna mensilità alla quale la domanda si riferiva, il frazionamento di una pretesa unitaria, frazionamento che certo non può essere giustificato dall’errore, asseritamente commesso al momento della quantificazione originaria.

Soccorrono al riguardo principi già affermati da questa Corte che, sul presupposto che il giudicato copre il dedotto ed il deducibile, e, quindi, non soltanto le ragioni giuridiche e di fatto svolte in giudizio, ma anche tutte le possibili questioni proponibili in via sia di azione che di eccezione, ha evidenziato che il principio, finalizzato ad evitare che la portata precettiva della decisione venga sminuita o comunque alterata da successive sentenze incidenti sul medesimo oggetto, impedisce di rimettere in discussione l’entità di un unico credito non frazionabile e, quindi, il giudicato sull’ammontare dello stesso coinvolge anche i criteri di computo perchè, diversamente, “la portata precettiva del giudicato che abbia riconosciuto un determinato quantum debeatur potrebbe essere smentita (ridimensionata o comunque alterata) all’infinito, via via proponendo sempre nuove questioni sui criteri di calcolo del credito già determinato nel suo ammontare nel precedente giudizio” (Cass. n. 3488/2016).

5. Il ricorso va, pertanto, rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve darsi atto della ricorrenza delle condizioni previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato dovuto dal ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle legittimità, liquidate in Euro 4.000,00 per competenze professionali, oltre al prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art..

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 3 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2019

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