Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20921 del 30/09/2020

Cassazione civile sez. lav., 30/09/2020, (ud. 20/07/2020, dep. 30/09/2020), n.20921

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. BGHETICH Elena – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18666-2016 proposto da:

EUROEDILE S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA G. MAZZINI n. 8, presso lo

studio dell’avvocato ROBERTO DELLA VALLE, rappresentata e difesa

dall’avvocato PAOLO MARAN;

– ricorrente –

contro

D.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 660/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 26/01/2016 R.G.N. 575/2012.

 

Fatto

PREMESSO

che con sent. n. 660/2015, pubblicata il 26 gennaio 2016, la Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza di primo grado, con la quale il Tribunale di Treviso aveva respinto la domanda riconvenzionale proposta da Euroedile S.r.l. nei confronti di D.A., già proprio dipendente, domanda diretta al risarcimento del danno conseguente a trasporti di materiale che la società assumeva essere stati disposti da quest’ultimo a favore di soggetti privi di titolo per esserne destinatari;

– che avverso detta sentenza della Corte di appello di Venezia ha proposto ricorso per cassazione la società, affidandosi a cinque motivi;

– che il D. è rimasto intimato.

Diritto

RILEVATO

che con il primo motivo, deducendo la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere la Corte di appello, trascurando di pronunciare sulla domanda riconvenzionale (sul rilievo che il rigetto dell’eccezione di compensazione comportasse anche il rigetto della domanda riconvenzionale basata sugli stessi fatti), omesso anche, e di conseguenza, qualsivoglia motivazione in ordine alla stessa;

– che con il secondo, deducendo la violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente censura la sentenza per non avere considerato che talune circostanze di fatto dalla stessa allegate, e peraltro decisive, non avevano formato oggetto di alcuna contestazione da parte del lavoratore;

– che con il terzo e con il quarto motivo, deducendo il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, la ricorrente si duole dell’omesso esame di fatti storici decisivi, rispettivamente individuati (3) nel ruolo di uno dei destinatari dei trasporti (mero trasportatore per conto della società e non cliente della stessa) e (4) nella effettuazione di tutti i trasporti oggetto di causa senza i relativi DDT, in contrasto con la prassi aziendale;

– che con il quinto, deducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè il vizio di cui all’art. 360, n. 5, la società ricorrente censura la sentenza per travisamento delle prove e, in particolare, del contenuto di documenti prodotti dal D. e delle dichiarazioni di alcuni testi, poste dalla Corte di appello a sostegno della propria decisione, in relazione alla dichiarazione scritta di altro dipendente della società;

osservato:

che il primo motivo è infondato, posto che, diversamente da quando dedotto, la Corte territoriale ha pronunciato, con ampia e articolata motivazione, sulla domanda risarcitoria proposta in via riconvenzionale dalla società, prendendo in esame, nell’ambito del diffuso percorso argomentativo seguito, anche la relazione esistente tra domanda ed eccezione di compensazione (cfr. sentenza impugnata, p. 5);

– che il secondo motivo è inammissibile per difetto del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, non essendo riprodotte nè le allegazioni poste dalla società a sostegno della propria domanda risarcitoria, nè la prima risposta successiva da parte del lavoratore: onere da ritenersi non assolto (Cass. n. 14784/2015; conforme, fra le più recenti, Cass. n. 18679/2017) con la mera trascrizione di passi della narrativa del ricorso in appello, nei quali si afferma che taluni fatti storici e la quantificazione del danno non avevano formato oggetto di contestazione da parte del lavoratore, e tanto più a fronte di esplicito e contrario accertamento compiuto dal giudice di appello (cfr. sentenza, p. 9);

– che il terzo e il quarto motivo, da esaminarsi congiuntamente per identità di censura, sono infondati, la “decisività” degli elementi, la cui valutazione si reputa omessa nella ricostruzione fattuale del giudice di merito, dovendosi intendere non come mera rilevanza ma come attitudine degli stessi a determinare un diverso esito della controversia (Sez. Unite n. 8053 e n. 8054/2014 e successive numerose conformi);

– che di tale “decisività”, richiesta dal modello normativo del nuovo vizio di motivazione, quale risultante a seguito delle modifiche introdotte nel 2012, non viene offerta adeguata e specifica dimostrazione in entrambi i motivi in esame e cioè la dimostrazione che gli elementi di fatto omessi, ove presi in considerazione e debitamente valutati, avrebbero condotto ad una crisi irreversibile la struttura del percorso argomentativo del giudice di merito, il quale peraltro, nella specie, ha fondato la tenuta del proprio ragionamento probatorio, e quindi della decisione che ne è derivata, su di una pluralità di circostanze, desunte da fonti istruttorie (anche di natura testimoniale) diverse e convergenti;

– che non può egualmente trovare accoglimento il quinto motivo di ricorso;

– che al riguardo deve, in primo luogo, rilevarsi che il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè la violazione delle predette regole da parte del giudice di merito configura unicamente un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione e dunque nei limiti consentiti dal nuovo art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. n. 23940/2017, fra le molte conformi);

– che, nella sostanza della censura svolta, e fermo quanto già osservato a proposito della nozione di “decisività” e della necessità di una sua rigorosa dimostrazione, il motivo in esame si risolve nel sottoporre una revisione dell’apprezzamento dei fatti condotto nella sentenza impugnata e, dunque, nel sollecitare a questa Corte una pronuncia di merito, incompatibile con la funzione che alla stessa è riservata dall’ordinamento;

– che è invero del tutto consolidato il principio, per il quale, al di là della veste con cui si propongono i motivi di ricorso per cassazione, i vizi denunciati non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito, o consistere in censure che investano la ricostruzione della fattispecie concreta o che siano attinenti al difforme apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito, rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo a quest’ultimo individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute più idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare la prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvi i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. n. 6288/2011, fra le molte conformi);

ritenuto:

conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;

– che non deve farsi luogo a pronuncia sulle spese, essendo il D. rimasto intimato.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 20 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2020

 

 

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