Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20910 del 30/09/2020

Cassazione civile sez. lav., 30/09/2020, (ud. 25/06/2020, dep. 30/09/2020), n.20910

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 393-2020 proposto da:

T.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ANNA LOMBARDI BAIARDINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, presso

i cui Uffici domicilia ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 635/2019 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 08/10/2019 R.G.N. 1152/2018;

il P.M. ha depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di Appello di Perugia, con sentenza n. 635/2019, pubblicata l’8 ottobre 2019, ha pronunciato in sede di rinvio a seguito di Cass. n. 24256/2018, che, accogliendo il ricorso proposto da T.A., aveva cassato la sentenza impugnata per avere erroneamente ritenuto tardivo l’appello proposto dal ricorrente avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di Perugia in data 11 novembre 2016, con cui era stata respinta la domanda diretta al riconoscimento della protezione sussidiaria o, in subordine, della protezione umanitaria.

2. Pronunciando in sede di rinvio, la Corte di appello ha osservato che dinanzi alla Commissione territoriale il ricorrente aveva riferito di essere senegalese; di avere sposato, contro il volere dello zio, una ragazza appartenente ad un’altra tribù; di avere lasciato il suo paese quando, alla morte del padre, lo zio lo aveva cacciato da casa insieme alla moglie e figli, che erano stati ospitati dal suocero; che, stante la mancanza di lavoro, aveva dovuto lasciare il Senegal, non avendo mezzi di sostentamento per sè e per la famiglia.

3. La Corte di appello ha ritenuto: a) la genericità delle dichiarazioni rese, prive di riferimenti concreti; b) il carattere esclusivamente familiare della vicenda riferita, priva riferimenti al timore di persecuzioni o ad un rischio per la vita per ragioni socio-politiche; c) la prospettazione di ragioni di ordine essenzialmente economico, stante la necessità di trovare lavoro per mantenere se stesso e la famiglia; d) l’insussistenza sia dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) che richiede la presenza di una “minaccia grave e individuale alla vita e alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, sia dei presupposti per la protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, collegata ad un particolare stato di vulnerabilità del soggetto interessato.

4. Per la cassazione di tale sentenza T.A. ha proposto ricorso affidato a due motivi. Il Ministero dell’Interno ha depositato atto di costituzione tardiva, al solo fine dell’eventuale partecipazione alla discussione della causa.

5. Il P.G. ha formulato conclusioni scritte, chiedendo l’accoglimento del ricorso.

6. Parte ricorrente ha depositato memoria difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

7. Con il primo motivo il ricorso denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,5 e 14, al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 3,8 e 32, al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 1 stesso decreto per non avere la Corte di appello valutato la credibilità della narrazione del richiedente sulla base dei parametri stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.

Si assume che la sentenza ha espresso le sue perplessità senza motivare, nè indicare le ragioni per le quali non sarebbe credibile o sarebbe inverosimile il racconto; che la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera opinione del giudice, ma è il risultato di una procedimentalizzazione da compiersi secondo la griglia predeterminata dei criteri offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5; che vi è un obbligo del giudice di assumere officiosamente i dati mancanti, in relazione al combinato disposto di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8.

8. Con il secondo motivo il ricorso denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3 e 5, al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 3,8 e 32, al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 1 e comma 1.1., al D.Lgs. n. 394 del 1999, art. 28, nonchè omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) per avere il giudice di appello omesso la necessaria valutazione comparativa tra l’integrazione raggiunta dal ricorrente in Italia, da considerarsi fatto appurato nel caso di specie, e la situazione oggettiva riferibile al paese di origine.

Il richiedente si duole che la Corte di appello, pronunciando nel merito dell’appello, abbia ignorato le specifiche circostanze allegate (e provate) a sostegno della domanda, idonee a comprovare una peculiare ed effettiva integrazione sin dal suo ingresso in Italia nel lontano 2013, giungendo a conseguire una qualifica e un posto di lavoro nel nostro Paese (il ricorso evidenzia che il richiedente ha studiato la lingua italiana ottenendo la votazione di 55/60 con attestazione di conoscenza della lingua livello A2; ha partecipato ad un corso di formazione come aiuto cuoco, ottenendo l’attestato di qualificazione; ha frequentato un corso di formazione per addetti alla manipolazione di alimenti ottenendo la relativa attestazione; nel 2018 è stato assunto da una società che gestisce un noto locale di Perugia e lavora nel relativo ristorante; ha partecipato a laboratori culturali).

9. Il primo motivo è infondato.

10.Non risulta dalla motivazione della sentenza che la Corte d’appello abbia espresso un giudizio negativo sulla credibilità del richiedente, atteso che nessun passaggio motivazionale depone espressamente in tal senso, nè la sentenza riferisce incongruenze riconducibili alla griglia predeterminata dei criteri offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5. Il rigetto della domanda principale diretta al riconoscimento della protezione sussidiaria è stato argomentato, invece, sul difetto di prova dei fatti narrati e sul difetto di allegazioni circa l’esistenza di una minaccia grave in relazione ai presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 (il ricorrente aveva allegato di essere fuggito dal (OMISSIS) perchè osteggiato dalla famiglia a motivo del matrimonio con una donna appartenente ad un’altra tribù).

11. In tema di protezione sussidiaria, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, che è disancorato dal principio dispositivo e libero da preclusioni e impedimenti processuali, presuppone l’assolvimento da parte del richiedente dell’onere di allegazione dei fatti costitutivi della sua personale esposizione a rischio (Cass. n. 11096 del 2019). La sentenza ha evidenziato che la ragione dell’allontanamento dal Paese di origine, secondo la narrazione dello stesso richiedente, risiedeva in dissidi di ordine familiare in ragione dell’appartenenza del richiedente e della sua consorte a due diverse tribù e che non era stato neppure allegato che, in caso di rientro in (OMISSIS), il ricorrente avrebbe corso un rischio effettivo di subire un grave danno.

12. il Collegio condivide l’orientamento espresso da questa Corte secondo cui, in tema di protezione sussidiaria, il diritto a tale forma di protezione non può essere escluso dalla circostanza che il danno grave possa essere provocato da soggetti privati, qualora nel Paese d’origine non vi sia un’autorità statale in grado di fornire adeguata ed effettiva tutela, con conseguente dovere del giudice di effettuare una verifica officiosa sull’attuale situazione di quel Paese e, quindi, sull’eventuale inutilità di una richiesta di protezione alle autorità locali (cfr. Cass. n. 26823 del 2019). Tuttavia, non risulta dalla narrativa della sentenza impugnata, nè invero dallo stesso ricorso per cassazione che il richiedente avesse allegato una minaccia grave e individuale alla vita o alla sua persona; egli aveva dedotto unicamente l’impossibilità del rientro nella famiglia di origine, con conseguenti difficoltà economiche connesse alla ricerca di un’occupazione per il sostentamento proprio e della propria famiglia. In tale contesto, la Corte di appello ha correttamente escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria.

13. Il secondo motivo, vertente sul rigetto della domanda subordinata di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, è invece meritevole di accoglimento.

14. Giova premettere che la protezione umanitaria è stata interessata dal recente intervento modificativo di cui al D.L. n. 113 del 2018, conv. in L. n. 132 del 2018. In proposito, sono intervenute le Sezioni Unite di questa Corte che, con la sentenza n. 29459 del 13 novembre 2019, hanno innanzitutto chiarito che il diritto alla protezione umanitaria, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta ad ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile. Ne consegue che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base delle norme in vigore al momento della loro presentazione, ma in tale ipotesi l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari, valutata in base alle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno “per casi speciali” previsto dall’art. 1, comma 9, del suddetto decreto legge.

15. Le Sezioni Unite, invero, con la sentenza poc’anzi citata, hanno definitivamente chiarito, quanto ai presupposti necessari per ottenere la protezione umanitaria (in consonanza con la citata pronuncia 4455/2018 di questa Corte, ed in difformità da quanto ritenuto nella ordinanza di rimessione 11749/2019):

1. che non si può trascurare la necessità di collegare la norma che la prevede ai diritti fondamentali che l’alimentano;

2. che gli interessi protetti non possono restare “ingabbiati” in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali, sicchè l’apertura e la residualità della tutela non consentono tipizzazioni (ex multis, Cass. 15 maggio 2019, nn. 13079 e 13096);

3. che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell’art. 8 della Cedu, promuove l’evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria a clausola generale di sistema, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l’attuazione;

16.4. che era necessario dar seguito a quell’orientamento di legittimità (inaugurato da Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, e riaffermato, tra le altre, da Cass. n. 11110 e n. 12082 del 2019) nonchè della prevalente giurisprudenza di merito, che assegnava rilievo centrale alla valutazione comparativa, ex art. 8 CEDU, tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio potesse determinare, come già detto, la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale.

17. In linea con tale insegnamento si pone anche questo Collegio, come peraltro già avvenuto con altre successive pronunce di questa Corte: v., tra le altre, Cass. nn. 2563, 2964, 3776, 3780, 5584, 7599 7675, 7809, 8232, 8819, 8020 del 2020.

18. Deve dunque ritenersi che il rigetto della domanda di protezione sussidiaria non possa precludere la valutazione, da parte del giudice di merito, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di “vulnerabilità”, ancorate ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio. Seppure il livello di integrazione raggiunto in Italia non costituisca un dato valutabile isolatamente ed astrattamente, esso concorre nel contesto di una valutazione comparativa tra integrazione sociale raggiunta in Italia e situazione del Paese di origine. Trattasi di valutazione rimessa al giudice di merito, cui compete tale raffronto con i dati disponibili al momento in cui è chiamato a decidere e dunque all’attualità.

19.In tale contesto, il giudice deve valutare la sussistenza di situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale capace di determinare una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti inviolabili, considerando globalmente e unitariamente i singoli elementi fattuali.

20. Nel caso in esame, il giudice di merito ha totalmente omesso di svolgere il giudizio che gli era demandato, ossia di compiere la valutazione comparativa tra la situazione specificamente allegata dal ricorrente nel giudizio di merito e la possibile compressione del nucleo dei suoi diritti fondamentali, in caso di rimpatrio in (OMISSIS), giudizio che costituiva invece il nucleo della domanda di protezione umanitaria.

21. Il provvedimento è del tutto privo di motivazione al riguardo, pur dando atto che sarebbero dovute rientrate nella valutazione unitaria anche le circostanze relative al percorso di integrazione seguito. Nè può ritenersi assolto tale onere con l’apodittica affermazione, priva di qualsivoglia motivazione, di insussistenza dei presupposti di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, senza ulteriori specificazioni riferibili al caso di specie.

22.In conclusione, in accoglimento del secondo motivo, rigettato il primo, la sentenza va cassata con rinvio, dovendo il giudice di merito svolgere un nuovo accertamento di fatto, attenendosi ai principi sopra esposti.

23. Si designa quale giudice di rinvio la Corte di appello di Perugia in diversa composizione, che provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

24. Infine, occorre dare atto che non ricorrono i presupposti dell’obbligo del versamento, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato. Ciò in considerazione dell’accoglimento del ricorso per cassazione, che esclude in radice la sussistenza dei presupposti dell’operatività di tale norma.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo; accoglie il secondo motivo di ricorso. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Perugia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 25 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2020

 

 

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA