Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20894 del 07/09/2017


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Cassazione civile, sez. I, 07/09/2017, (ud. 14/06/2017, dep.07/09/2017),  n. 20894

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2313/2013 proposto da:

F.M.L., in proprio e quale erede di

M.G.D.; O.C.; D.G.M.;

elettivamente domiciliati in Roma, Via G. da Carpi n. 6, presso

l’avvocato Szemere Riccardo, che li rappresenta e difende, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

P.T., elettivamente domiciliato in Roma, Via Lucrezio

Caro n. 62, presso l’avvocato Ciccotti Sabina, che lo rappresenta e

difende, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3476/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 28/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/06/2017 dal Cons. Dott. NAZZICONE LOREDANA;

lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che chiede alla Corte

di rimettere gli atti al Primo Presidente per l’eventuale

trasmissione della causa alle Sezioni Unite affinchè si pronuncino

in ordine alla natura della sentenza di condanna generica ex art.

278 c.p.c.; in subordine, chiede la trasmissione della causa in

pubblica udienza; in ulteriore subordine, chiede l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza del 28 giugno 2012, la Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del Tribunale della stessa città, ha accolto la domanda di condanna generica al risarcimento del danno, proposta con atto di citazione del 2 febbraio 1994 dall’avv. P.T. nei confronti degli altri componenti dell’associazione professionale, avendo invece condiviso la decisione di primo grado di cessazione della materia del contendere in ordine alla domanda di nullità della deliberazione di esclusione, assunta dall’assemblea dell’associazione in data 8 gennaio 1994.

La corte territoriale, per quanto ancora rileva, preso atto delle ragioni dell’esclusione consistenti nella formulazione di svariati addebiti all’escluso, ha affermato che per la pronuncia di una condanna generica al risarcimento del danno sia sufficiente la mera potenzialità del pregiudizio: ciò accade con l’esclusione da un’associazione, sia per l’eventuale diminuzione dei proventi professionali, sia per le ripercussioni sul prestigio dell’associato; mentre le altre parti non hanno con certezza dimostrato l’inesistenza del danno.

Avverso questa sentenza propongono ricorso per cassazione gli odierni ricorrenti, sulla base di quattro motivi.

Resiste l’intimato con controricorso.

Il P.G. ha depositato le sue conclusioni, chiedendo in primis la rimessione alle Sezioni unite sulla natura della sentenza di condanna generica.

Entrambe le parti hanno depositato le memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – I ricorrenti propongono avverso la decisione impugnata quattro motivi di ricorso, che possono essere come di seguito riassunti:

1) violazione degli artt. 112 e 278 c.p.c., oltre a mancanza di motivazione, perchè l’attore aveva, in origine, proposto una domanda alternativa di condanna specifica o generica al risarcimento del danno, precisandola in quest’ultima solo all’udienza di precisazione delle conclusioni, nel corso della quale i convenuti avevano dichiarato di non accettare il contraddittorio sulle domande nuove o modificate;

2) violazione dell’art. 24 c.c. e art. 278 c.p.c., oltre a mancanza di motivazione, avendo la sentenza impugnata condannato gli associati al risarcimento del danno, sia pure in via generica, per il solo fatto in sè dell’adozione della delibera di esclusione, della cui legittimità non ha operato nessun accertamento, laddove l’associazione, ai sensi della norma sostanziale ricordata, al ricorrere di taluni presupposti ha il potere di escludere l’associato;

3) motivazione contraddittoria, perchè dapprima la sentenza afferma che l’esclusione non ebbe effetto, avendo poi i soci concordato lo scioglimento della società, e, ciononostante, a quella ricollega la produzione di un danno;

4) omessa motivazione, per non avere la corte del merito verificato neppure se la deliberazione ebbe qualche effetto, come invero non accadde.

2. – Il primo pregiudiziale motivo è infondato, in quanto la domanda di condanna generica fu proposta sin dall’atto introduttivo e ribadita all’udienza di precisazione delle conclusioni, nel corso della quale i convenuti non chiesero si procedesse in modo contestuale alla liquidazione del danno, essendosi invece limitati, come essi stessi in ricorso rammentano, alla formula di stile di “non accettazione del contraddittorio sulle domande nuove o modificate” (come era tipico delle controversie ante novella del 1990).

Questa Corte ha chiarito (fra le altre, Cass. 20 febbraio 2015, n. 3366) che, in caso di azione per il risarcimento dei danni, l’attore, ove abbia chiesto, alternativamente, la condanna generica o quella integrale, può limitare la propria pretesa alla sola pronuncia sull’an debeatur, senza necessità del consenso del convenuto, il quale, peraltro, può chiedere, in via riconvenzionale, che l’accertamento della responsabilità si estenda al quantum debeatur, onde verificare l’insussistenza del danno.

Costituisce, inoltre, principio da tempo affermato (cfr. es. Cass. 29 luglio 1983, n. 5221) e da ribadire in questa sede che, “nel caso di domanda di risarcimento del danno, il divieto di separazione del giudizio sull’an da quello sul quantum non opera, se alla richiesta in tal senso dell’attore abbia prestato adesione il convenuto, anche se non espressamente, purchè in modo certo ed univoco, come quando il convenuto medesimo non abbia sollevato alcuna eccezione al riguardo”, e ciò persino quando ciò sia avvenuto “nel momento in cui la controparte, nel precisare le conclusioni definitive, abbia limitato la propria domanda alla condanna generica, con riserva di richiedere il quantum in separato giudizio”.

In definitiva, il motivo va respinto.

3. – Il secondo motivo è fondato.

La corte territoriale ha condannato gli odierni ricorrenti al risarcimento del danno, da liquidare in separata sede, senza accertare l’elemento essenziale della fattispecie, costituito da un fatto imputabile e contrario al contratto – l’illegittima esclusione dalla compagine associativa – che quell’ipotizzato danno avesse cagionato.

Ed invero, la decisione impugnata dapprima afferma che l’esclusione dall’associazione fu deliberata per gli inadempimenti imputati all’associato – consistenti nell’avere egli dato causa al recesso di altro componente con i suoi atteggiamenti aggressivi, rifiutato di eseguire l’accordo di consulenza col medesimo concluso, utilizzato una carta intestata dello studio diversa dagli altri, dimostrato disinteresse per le sorti associative e per non aver dato seguito all’invito alla sollecita fatturazione dei propri compensi – e, quindi, senza esporre nessun’altra argomentazione circa la sussistenza di quegli inadempimenti come idonei a fondare la decisione di esclusione, ha nondimeno concluso che dall’esclusione in sè (dunque, giustificata o no) deriva pur sempre un danno potenziale, limitandosi a ricordare che è sufficiente la potenzialità del medesimo per la condanna generica a risarcirlo.

Se, tuttavia, quest’ultimo assunto è condivisibile, rispondendo a principio che per detta condanna non occorra neppure la prova dell’an del pregiudizio, esso nondimeno non era, nella specie, sufficiente per la condanna stessa, dal momento che, invece, la corte territoriale avrebbe dovuto anzitutto verificare se in ipotesi facesse difetto una giusta causa di esclusione, e, solo in caso di verifica positiva, considerarla allora come cagione di danno risarcibile: atteso che la sentenza di condanna generica postula, quale presupposto necessario e sufficiente a legittimarne l’adozione, l’accertamento di un fatto ritenuto, alla stregua di un giudizio di probabilità, potenzialmente produttivo di danni (Cass. 11 ottobre 2016, n. 20444).

La procedura di esclusione dell’associato mediante deliberazione degli altri associati non ha carattere eccezionale nel campo associativo generale e si fonda sull’esistenza di fatti di grave inadempimento (cfr. artt. 24 e 2286 c.c.).

Pur con riguardo all’epoca in cui si sono svolti i fatti di causa quando era ancora in vigore della L. 23 novembre 1939, n. 1815, art. 2, la quale prevedeva il divieto dell’esercizio in forma societaria delle professioni protette, divieto in seguito abrogato dalla L. 7 agosto 1997, n. 266; mentre la riforma attuata con la L. 12 novembre 2011, n. 183, che all’art. 10, ha previsto la società tra professionisti – era consentita la conclusione di un contratto per la costituzione di associazioni professionali, reputato a contenuto atipico, che provvedessero all’esercizio in comune di talune attività, ed anche la costituzione di una società personale, avente oggetto diverso dall’opera propria del professionista, come lo svolgimento di attività meramente esecutive ed ausiliarie rispetto alle attività professionali protette (cfr. Cass. 29 febbraio 2016, n. 3926; 24 ottobre 2008, n. 25735): in entrambi i casi, era lecita la previsione di clausole di esclusione (cfr., fra le altre, Cass. 16 aprile 1991, n. 4032).

Nella prospettiva dei rapporti associativi, invero, sovente i contratti costitutivi enumerano le condotte degli associati che, per la loro capacità di impedire o rendere non agevole il raggiungimento dei fini del gruppo consistenti nell’esercizio in comune dell’attività professionale e nel mantenimento di un’immagine esterna unitaria verso i clienti, siano causa di esclusione. Ciò risponde al fine lecito di favorire fra i consociati relazioni improntate a lealtà, correttezza, collaborazione e reciproca fiducia, senza le quali il raggiungimento del fine comune viene, se non totalmente impedito, quanto meno reso difficoltoso e di scarso risultato, sia per lo scadimento dell’immagine dello studio verso l’esterno, sia perchè la conflittualità interna rappresenta un ostacolo al dispiegarsi di una fattiva e proficua collaborazione.

Onde, nella specie, la corte del merito non avrebbe potuto esimersi dall’accertare, sulla scorta delle prove raccolte nel giudizio, se sussistessero i fatti contestati e se essi integrassero la nozione di grave inadempienza, come enunciata nel contratto associativo, tale da giustificare la deliberata esclusione.

Ciò tenuto altresì conto (come non ha mancato di rilevare il Procuratore generale nelle sue conclusioni), che fra le importanti ricadute di sistema della sentenza di condanna generica vi sono almeno la sua idoneità all’iscrizione dell’ipoteca giudiziale, la strumentalità rispetto al sequestro conservativo, l’ammissibilità di una condanna provvisionale.

Il giudice del merito, quindi, esaminata la deliberazione di esclusione assunta dagli altri associati in ragione delle condotte imputate al soggetto escluso, solo in caso di esito negativo dell’indagine circa l’integrazione della fattispecie costitutiva della facoltà di esclusione in capo agli altri associati avrebbe potuto sia annullare la deliberazione reputata invalida, sia accogliere la domanda di condanna al risarcimento del danno in favore dell’associato escluso.

Una volta cessata la materia del contendere, come ritenuto dal giudice di primo grado e confermato da quello d’appello, con riguardo alla prima domanda costitutiva, restava ancora da accertare il descritto presupposto prima di poter pronunciare la condanna, pur generica, al risarcimento del danno.

3. – Il terzo e quarto motivo sono assorbiti.

4. – In conclusione, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata al giudice del merito, in diversa composizione, perchè, esaminate le prove in atti, provveda: a) ad accertare se siano provate le condotte inadempienti imputate all’associato, poste a fondamento della deliberazione di esclusione; b) solo in caso di esito negativo di tale accertamento, passi ad esaminare se l’esclusione abbia prodotto un danno risarcibile, anche in via potenziale.

Al giudice del merito si demanda pure la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

 

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso, respinto il primo ed inammissibili il terzo ed il quarto motivo; cassa la sentenza impugnata e rinvia innanzi alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2017

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