Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2084 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 25/01/2022, (ud. 12/10/2021, dep. 25/01/2022), n.2084

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9359-2016 proposto da:

MINISTERO AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– ricorrente –

contro

M.A.V.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 6318/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/09/2015 R.G.N. 4563/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/10/2021 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di Roma ha respinto l’appello proposto dal Ministero degli Affari esteri avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva accolto il ricorso di M.A.V. e condannato il Ministero al pagamento della complessiva somma di Euro 5.462,70, a titolo di differenze sul trattamento economico spettante nel periodo di malattia compreso fra il 91 giorno ed il nono mese di assenza;

2. la Corte territoriale, richiamato l’Accordo successivo per il personale del Ministero degli Affari Esteri, sottoscritto il 22 ottobre 1997, art. 7, comma 7, ha rilevato che la disposizione contrattuale è assolutamente chiara nel prevedere che nell’arco temporale in parola debba essere corrisposta la “quota di retribuzione fissa mensile, corrispondente alla retribuzione iniziale spettante nella stessa sede a parità di mansioni ai contrattisti regolati dalla legge locale, e comunque non inferiore alla quota sulla quale vengono pagati i contributi INPS”;

3. ha interpretato la clausola in parola nel senso che la stessa riconosce sempre e comunque al dipendente assente la maggior somma fra i due emolumenti indicati e posti a raffronto e, pertanto, aveva errato il Ministero nel ritenere che nella specie potesse essere corrisposta la sola somma corrispondente all’imponibile INPS, non potendo assumere rilievo la circostanza che la retribuzione piena concordata nel contratto fosse pari a quella dei dipendenti assoggettati alla legge locale;

4. il giudice d’appello ha evidenziato che la ratio che ispira la disposizione, che è quella della diminuzione progressiva del trattamento economico spettante al dipendente assente per malattia, non è sufficiente per giustificare una diversa interpretazione della clausola, dal tenore privo di equivocità, e, pertanto, ha ritenuto che nella fattispecie la riduzione potesse operare solo a partire dal 10 mese, mentre in precedenza la retribuzione andava conservata per intero in quanto corrispondente a quella iniziale prevista dalla legge locale;

5. per la cassazione della sentenza il Ministero degli Affari Esteri ha proposto ricorso sulla base di un unico motivo, al quale non ha opposto difese la M., rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. il ricorso denuncia, con un unico motivo formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, ” violazione e/o falsa applicazione Accordo successivo del 1997, art. 7, comma 7, così come modificato dal CCNL 2007, art. 34; violazione e falsa applicazione artt. 1362,1366 e 1367 c.c.”, perché ha errato la Corte territoriale nel ritenere che la ratio della clausola contrattuale, che è quella di prevedere una riduzione progressiva della retribuzione in relazione alla durata dell’assenza, non consentisse di superare il tenore letterale della disposizione e, quindi, di operare l’abbattimento nel caso in cui la retribuzione fissa contrattuale coincidesse esattamente con quella iniziale prevista per i rapporti regolati dalla legge locale;

2. preliminarmente occorre dare atto della corretta instaurazione del contraddittorio perché il ricorso, indirizzato a M.A.V. “rappresentata e difesa dall’Avv. Pasquale Lattari presso il cui studio domicilia in Roma, Via Napoli n. 51 (c/o sede Confsal Unsa Coordinamento Nazionale Giustizia)” è stato avviato alla notifica il 18 marzo 2016, nel rispetto del termine perentorio previsto dall’art. 327 c.p.c., comma 1 (la sentenza impugnata è stata pubblicata il 23 settembre 2015), e, dopo il primo tentativo non andato a buon fine per il trasferimento del domiciliatario, il procedimento notificatorio è stato tempestivamente ripreso e concluso il 7 aprile 2016;

2.1. sussistono, pertanto, nella fattispecie le condizioni richieste da Cass. S.U. n. 14594 del 2016 e da Cass. S.U. n. 17352 del 2009 per la conservazione, quanto alla tempestività del ricorso, degli effetti collegati alla richiesta originaria di notificazione dell’atto;

3. il ricorso è fondato;

con il CCNL 16 maggio 1995, art. 1, comma 4, per il personale del comparto Ministeri le parti collettive hanno rinviato ad una successiva sessione di negoziazione nazionale la definizione degli ambiti di applicabilità dello stesso contratto al “personale di nazionalità italiana assunto con contratto a tempo indeterminato dal Ministero degli affari esteri nelle sedi diplomatiche e consolari e negli Istituti italiani di cultura all’estero, ai sensi del D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 18. e ai sensi della L. n. 401 del 1990”;

e’, quindi, intervenuto l’Accordo successivo del 22 ottobre 1997, approvato nelle stesse forme, che partecipa della medesima natura del contratto nazionale e, pertanto, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 5, può essere direttamente interpretato da questa Corte, a differenza dei contratti integrativi di amministrazione non negoziati dall’ARAN e non soggetti alla procedura ed alle forme di pubblicità previste dallo stesso decreto, art. 47;

4. il richiamato accordo, art. 7, nel testo modificato dal CCNL 14 settembre 2007, art. 34, dopo aver previsto che il dipendente assente per malattia ha diritto alla conservazione del posto di lavoro per diciotto mesi (comma 1), prorogabili per ulteriori 18 mesi in caso di particolare gravità (comma 2), al comma 7 prevede che:

“Il trattamento economico spettante al dipendente che si assenti per malattia è il seguente:

a) intera retribuzione fissa mensile, per i primi 90 giorni di assenza;

b) quota di retribuzione fissa mensile, corrispondente alla retribuzione iniziale spettante nella stessa sede a parità di mansioni ai contrattisti regolati dalla legge locale, e comunque non inferiore alla quota sulla quale vengono pagati i contributi INPS, fino al nono mese di assenza;

c) 90% della retribuzione di cui alla lettera “b” per i successivi 3 mesi di assenza;

d) 50% della retribuzione di cui alla lettera “b” per gli ulteriori 6 mesi del periodo di conservazione del posto previsto nel comma 1;

e) i periodi di assenza di cui al comma 2 non sono retribuiti.”

4.1. le parti collettive hanno, quindi, all’evidenza modulato il quantum del trattamento economico spettante rapportandolo alla durata dell’assenza e solo per il periodo iniziale di novanta giorni hanno assicurato al dipendente la conservazione per intero della retribuzione, prevedendo, per le frazioni temporali successive, una progressiva riduzione, sino a giungere alla sola conservazione del posto, senza diritto al trattamento retributivo, nel caso di proroga del periodo di comporto;

4.2. la disposizione della cui interpretazione qui si controverte, dettata dall’art. 7, lett. b), non può essere avulsa dal contesto nel quale risulta inserita, che si esprime, appunto, nel senso della progressiva e doverosa riduzione, sicché nell’ipotesi in cui il dipendente percepisca una retribuzione fissa mensile corrispondente a quella ” iniziale spettante nella stessa sede a parità di mansioni ai contrattisti regolati dalla legge locale”, per il periodo successivo ai novanta giorni e sino al nono mese di assenza, non ne potrà pretendere la conservazione, perché ciò equivarrebbe a dilatare l’arco temporale previsto dalla lett. a), ed a vanificare le finalità e la ratio della disposizione;

4.3. in tal caso, quindi, ferma la necessità di una riduzione, non potrà che operare l’altro limite previsto sempre dalla lett. b), ed il trattamento retributivo dovrà essere pari “alla quota sulla quale vengono pagati i contributi INPS”;

5. la diversa interpretazione prospettata dall’originaria ricorrente, fatta propria dalla Corte territoriale, secondo cui deve essere riconosciuta la “maggior somma tra la quota sulla quale vengono pagati i contributi INPS e la retribuzione spettante nella stessa sede ai contrattisti regolati dalla legge locale”, anche qualora l’applicazione al dipendente di detto criterio finisca per annullare la decurtazione, contrasta con i criteri di ermeneutica imposti dagli artt. 1362 e 1363 c.c., perché: svaluta del tutto l’incipit della disposizione, che si riferisce alla “quota” della retribuzione fissa mensile; non considera l’intero contesto nel quale il periodo oggetto di esegesi è inserito, e, quindi, viola il principio secondo cui le clausole contrattuali si interpretano le une per mezzo delle altre; non tiene conto della “comune intenzione delle parti” che, lo si ribadisce, è chiaramente volta a graduare il quantum di conservazione dei trattamento retributivo in rapporto alla durata dell’assenza;

6. non è poi condivisibile la sentenza impugnata nella parte in cui sostiene che, a fronte del tenore letterale non equivoco della clausola (che considera la base contributiva solo uno sbarramento ed individua il parametro di riferimento nella retribuzione spettante al personale regolato dalla legge locale), non sarebbe possibile valorizzare la ratio della disposizione per pervenire ad un risultato esegetico che contrasta con il senso delle parole utilizzate;

6.1. in realtà il tenore letterale della disposizione è tutt’altro che univoco, tanto che anche la tesi fatta propria dalla Corte territoriale finisce per prospettare un’interpretazione che non si armonizza con il testo, nella parte in cui richiama la “quota” della retribuzione e non l’intero ammontare;

6.2. va, poi, aggiunto che il principio espresso dal brocardo in claris non fit interpretatio rende superfluo qualsiasi approfondimento interpretativo del testo contrattuale quando la comune intenzione dei contraenti sia chiara, ma a tal fine non è sufficiente la chiarezza lessicale in sé e per sé considerata ed il principio non trova applicazione nel caso in cui il testo negoziale sia chiaro, ma non coerente con ulteriori ed esterni indici rivelatori di una diversa volontà dei contraenti (Cass. n. 16181 del 2017; Cass. n. 20294 del 2019; Cass. n. 4189 del 2020);

6.3. in altri termini “il significato delle dichiarazioni negoziali può ritenersi acquisito esclusivamente al termine del processo interpretativo che deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore, anche quando le espressioni appaiano di per sé non bisognose di approfondimenti interpretativi, dal momento che un’espressione prima facie chiara può non apparire più tale se collegata alle altre contenute nella stessa dichiarazione o posta in relazione al comportamento complessivo delle parti” (Cass. n. 24560 del 2016);

7. ha, quindi, errato la Corte territoriale nel ritenere che non potessero essere valorizzati il principio della gradualità della riduzione e la ratio della disposizione in rilievo, sicché, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte territoriale indicata in dispositivo che procederà ad un nuovo esame attenendosi all’interpretazione della disposizione contrattuale enunciata nei punti da 4.1. a 4.3. e provvedendo anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimità;

8. non sussistono le condizioni processuali richieste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

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