Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20839 del 30/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 30/09/2020, (ud. 18/09/2019, dep. 30/09/2020), n.20839

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. ANTEZZA Fabio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2412/2016 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

Bonfanti s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, largo Antonelli n. 2, presso lo

studio dell’avv. Paolo Spataro, che la rappresenta e difende giusta

procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia n. 2685/34/15, depositata il 16 giugno 2015.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18 settembre

2019 dal Consigliere Dott. Nonno Giacomo Maria.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con la sentenza n. 2685/34/15 del 16/06/2015, la Commissione tributaria regionale della Lombardia (di seguito CTR) accoglieva l’appello proposto da Bonfanti s.r.l. avverso la sentenza n. 6348/05/14 della Commissione tributaria provinciale di Milano (di seguito CTP), che aveva respinto il ricorso proposto dalla società contribuente nei confronti di un atto di irrogazione sanzioni notificato il 05/04/2012;

1.1. come si evince anche dalla sentenza di appello: a) l’atto impugnato veniva emesso a seguito di precedente notificazione, in data 28/10/2011, del relativo atto di contestazione, concernente l’anno 2004, con il quale era stata determinata la sanzione, e dell’avviso di accertamento, sempre relativo all’anno 2004, con il quale erano state accertate maggiori imposte a carico della Bonfanti s.r.l.; b) invero, dalla verifica era emerso che la società contribuente non disponeva di crediti IVA compensabili con riferimento all’anno 2003, sicchè le veniva contestata l’indebita compensazione di un credito IVA inesistente;

1.2. la CTR motivava l’accoglimento dell’appello di Bonfanti s.r.l. osservando che: a) ai sensi del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 20, “l’atto di irrogazione della sanzione deve essere notificato alla parte, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è avvenuta la violazione o nel diverso termine previsto per l’accertamento dei singoli tributi”; b) nel caso di specie, la contestazione non era legata all’avviso di accertamento relativo all’anno 2004, bensì alla intervenuta compensazione del credito IVA dell’anno 2003; c) ne conseguiva la decadenza dell’Amministrazione finanziaria dalla possibilità di irrogare nell’anno 2011 sanzioni relative all’anno d’imposta 2004; d) il credito relativo all’anno 2003 non era mai stato contestato dall’Ufficio, sicchè lo stesso ben poteva essere utilizzato in compensazione nell’anno 2004;

2. l’Agenzia delle entrate impugnava la sentenza della CTR con ricorso per cassazione, affidato a tre motivi;

3. Bonfanti s.r.l. resisteva con controricorso e depositava memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. la controricorrente formula diverse eccezioni pregiudiziali di inammissibilità/improcedibilità del ricorso delle quali, in realtà, solo quella contrassegnata con il n. 3 riguarda il ricorso nel suo complesso e non già i singoli motivi;

1.1. con la menzionata eccezione si deduce l’improcedibilità del ricorso in ragione dell’omesso deposito degli atti processuali e dei documenti sui quali lo stesso si fonda, in violazione dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4,;

1.2. l’eccezione è infondata;

1.3. come chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte, “per i ricorsi avverso le sentenze delle commissioni tributarie, la indisponibilità dei fascicoli delle parti (i quali, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ex art. 25, comma 2, restano acquisiti al fascicolo d’ufficio e sono restituiti solo al termine del processo) comporta la conseguenza che la parte ricorrente non è onerata, a pena di improcedibilità ed ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, della produzione del proprio fascicolo e per esso di copia autentica degli atti e documenti ivi contenuti, poichè detto fascicolo è già acquisito a quello d’ufficio di cui abbia domandato la trasmissione alla S.C. ex art. 369 c.p.c., comma 3, a meno che la predetta parte non abbia irritualmente ottenuto la restituzione del fascicolo di parte dalla segreteria della commissione tributaria; neppure è tenuta, per la stessa ragione, alla produzione di copia degli atti e dei documenti su cui il ricorso si fonda e che siano in ipotesi contenuti nel fascicolo della controparte” (Cass. S.U. n. 22726 del 03/11/2011; conf. Cass. n. 28695 del 30/11/2017; Cass. n. 6021 del 25/03/2015; Cass. n. 16813 del 24/07/2014);

1.4. ne consegue che la difesa erariale, avendo provveduto a presentare istanza di trasmissione ex art. 369 c.p.c., comma 3, non aveva alcun onere di produrre nuovamente i documenti contenuti nei fascicoli di parte nel giudizio di merito;

1.5. le ulteriori eccezioni pregiudiziali proposte dalla società contribuente possono essere valutate unitamente all’esame dei singoli motivi di ricorso;

2. con il primo motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate deduce la violazione e/o la falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 20, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziando che l’avviso di accertamento relativo all’anno d’imposta 2004 è il presupposto logico dell’atto di irrogazione sanzioni, sicchè quest’ultimo beneficia del raddoppio dei termini previsto per l’avviso di accertamento in presenza di reato;

2.1. in proposito, da un lato, la questione del raddoppio dei termini sarebbe già stata posta in sede di impugnazione dell’avviso di accertamento e non potrebbe essere riproposta in questa sede;

dall’altro, il raddoppio dei termini non è collegato all’effettiva sussistenza di una denunzia di reato, essendo sufficiente la sussistenza di una violazione che comporti l’obbligo di denuncia penale;

3. con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziandosi che erroneamente la CTR avrebbe ritenuto non contestato il credito IVA 2003;

4. con il terzo motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, nonchè la nullità della sentenza per carenza di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

4.1. in buona sostanza, la CTR avrebbe apoditticamente affermato l’inesistenza di un legame tra l’avviso di accertamento del 2004 e la sanzione, senza dare conto delle argomentazioni delle parti al riguardo;

5. i motivi primo e terzo possono essere esaminati congiuntamente e sono inammissibili per difetto di specificità;

5.1. secondo la giurisprudenza di questa Corte, “il ricorso per cassazione – per il principio di autosufficienza – deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicarne specificamente, a pena di inammissibilità, oltre al luogo in cui ne è avvenuta la produzione, gli atti processuali ed i documenti su cui il ricorso è fondato mediante la riproduzione diretta del contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con specificazione della parte del documento cui corrisponde l’indiretta riproduzione” (così Cass. n. 14784 del 15/07/2015; conf. Cass. n. 18679 del 27/07/2017; cfr., altresì, Cass. n. 16147 del 28/06/2017; Cass. n. 11482 del 03/06/2016);

5.2. nel caso di specie, come eccepito anche dalla parte controricorrente, l’Agenzia delle entrate, a fronte di un contrario accertamento del giudice di appello, sostiene che l’atto di irrogazione sanzioni impugnato troverebbe il suo presupposto logico nell’avviso di accertamento relativo all’anno 2004, con conseguente raddoppio dei termini in applicazione della seconda parte del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 20 (l’irrogazione della sanzione deve avvenire “nel diverso termine previsto per l’accertamento dei singoli tributi”), ma non trascrive il contenuto dei menzionati atti nella parti rilevanti, non li allega al ricorso, nè indica dove l’avviso di accertamento sia stato prodotto ed è reperibile;

5.3. la mancata conoscenza di tali documenti impedisce a questa Corte di apprezzare la eventuale fondatezza dei rilievi formulati dalla difesa erariale;

6. l’esame del secondo motivo è reso superfluo dal rigetto degli altri due motivi, presupponendo la tempestività della contestazione, esclusa dal giudice di appello;

7. in conclusione, il ricorso va rigettato e l’Agenzia delle entrate va condannata al pagamento, in favore della Bonfanti s.r.l., delle spese del presente giudizio, che si liquidano come in dispositivo avuto conto di un valore della lite dichiarato di Euro 154.800,00.

7.1. il provvedimento con cui il giudice dell’impugnazione, nel respingere integralmente la stessa, ovvero nel dichiararla inammissibile o improcedibile, disponga, a carico della parte che l’abbia proposta, l’obbligo di versare – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto ai sensi del medesimo art. 13, comma 1 bis non può aver luogo nei confronti di quelle parti della fase o del giudizio di impugnazione, come le Amministrazioni dello Stato, che siano istituzionalmente esonerate, per valutazione normativa della loro qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo stesso, mediante il meccanismo della prenotazione a debito (Cass. n. 5955 del 14/03/2014; Cass. n. 23514 del 05/11/2014; Cass. n. 1778 del 29/01/2016).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano, in favore della controricorrente, in Euro 5.600,00, oltre alle spese forfetarie nella misura del quindici per cento e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 settembre 2019.

Depositato in cancelleria il 30 settembre 2020

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