Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20838 del 10/10/2011

Cassazione civile sez. lav., 10/10/2011, (ud. 22/09/2011, dep. 10/10/2011), n.20838

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAMORGESE Antonio – Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 24165-2007 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elett.te domiciliata in Roma, via Po n. 25/b, presso lo

stadio dell’Avv. Roberto Pessi, rappresentata e difesa dall’Avv.

Giammaria Pierluigi per procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

M.R., elettivamente domiciliata in Roma in via Pasubio

n. 15, presso lo studio dell’Avv. Lollini Susanna, che la rappresenta

e difende assieme all’Avv. Giorgio Frezza per procura rilasciata a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1235/2006 della Corte d’appello di Firenze,

pronunziata in causa n. 1837/04 r.g., depositata in data 28.09.06;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22.09.2011 dal Consigliere dott Giovanni Mammone;

uditi l’Avv. Anna Buttafoco per delega Giammaria;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- M.R. chiedeva al Giudice del lavoro di Lucca che fosse dichiarata la nullità del termine apposto ad un contratto di assunzione alle dipendenze di Poste Italiane s.p.a. per il periodo 3.03-30.06.00.

2.- Rigettata la domanda e proposto appello dalla lavoratrice, la Corte d’appello di Firenze accoglieva l’impugnazione e dichiarava l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con condanna del datore al pagamento delle retribuzioni arretrate a titolo di risarcimento, con decorrenza dal 8.11.04.

Il contratto era stipulato in forza dell’art. 8 del CCNL Poste 26.11.94, come integrato dall’accordo 25.9.97, per esigenze eccezionali connesse alla fase di ristrutturazione dell’azienda;

considerato che le assunzioni per tale causale erano ammesse fino al 30.4.98, data fissata con accordo integrativo 16.1.98, per quella in questione, decorrente dal 3.03.00, il termine era illegittimamente apposto.

3.- Avverso questa sentenza Poste Italiane s.p.a. proponeva ricorso per cassazione, cui M. rispondeva con controricorso. La ricorrente ha depositato memoria. Il Collegio ha disposto la stesura di motivazione semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4. Con quattro motivi di ricorso la soc. Poste Italiane deduce:

4.1.- violazione della L. n. 56 del 1987, art. 23 e dell’art. 1362 e segg. c.c., nonchè carenza di motivazione, sotto un duplice profilo:

in quanto detto art. 23 non ha posto alcun vincolo oggettivo alle causali di fonte collettiva e, in particolare, consente di individuare in astratto le condizioni per il ricorso alle assunzioni a termine, senza prefigurazione di alcuna limitazione temporale (primo e secondo motivo);

4.2.- violazione delle normativa in materia di messa in mora e corrispettività delle prestazioni, sottolineandosi che l’attrice avrebbe diritto a risarcimento nella misura delle retribuzioni omesse solo dal momento dell’effettiva ripresa del servizio e che il giudice non ha fornito idonea motivazione a proposito della data di decorrenza dell’obbligo di corrispondere le retribuzioni (motivo terzo);

4.3.- violazione degli artt. 210 e 421 c.p.c. sostenendosi che il giudice di merito non ha considerato l’eventualità che controparte possa avere svolto altre attività lavorative tanto da consentire la deduzione dell’aliunde perceptum da quanto dovuto dal datore a titolo di risarcimento; la Corte di merito, richiestane, avrebbe dovuto disporre l’esibizione di documentazione idonea (libretti di lavoro e buste paga) a determinare i corrispettivi eventualmente percepiti dal lavoratore alle dipendenze di terzi.

5.- Quanto al primo ed al secondo motivo (n. 4.1), la giurisprudenza ritiene che la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23 nel demandare alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati all’individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge (v. S.u. 2.3.06 n. 4588). Dato che in forza di tale delega le parti sindacali hanno individuato, quale nuova ipotesi di contratto a termine, quella di cui all’accordo integrativo del 25.9.97, la giurisprudenza ritiene corretta l’interpretazione dei giudici di merito che, con riferimento agli accordi attuativi sottoscritti lo stesso 25.9.97 e il 16.1.98, ha ritenuto che con tali accordi le parti abbiano convenuto di riconoscere la sussistenza – dapprima fino al 31.1.98 e poi (in base al secondo accordo) fino al 30.4.98 – della situazione di fatto integrante delle esigente eccezionali menzionate dal detto accordo integrativo. Per far fronte alle esigenze derivanti da tale situazione l’impresa poteva dunque procedere (nei suddetti limiti temporali) ad assunzione di personale straordinario con contratto tempo determinato, con la conseguenza che deve escludersi la legittimità dei contratti a termine stipulati dopo il 30.4.98 in quanto privi di presupposto normativo.

In altre parole, dato che le parti collettive avevano raggiunto originariamente un’intesa priva di termine ed avevano successivamente stipulato accordi attuativi che avevano posto un limite temporale alla possibilità di procedere con assunzioni a termine, rissato inizialmente al 31.1.98 e successivamente al 30.4.98, l’indicazione di tale causale nel contratto a termine avrebbe legittimato l’assunzione solo ove il contratto fosse scaduto in data non successiva al 30.4.98 (v., ex plurimis, Cass. 23.8.06 n. 18378).

Conseguentemente i contratti scadenti (o comunque stipulati) al di fuori di tale limite temporale sono illegittimi in quanto non rientranti nel complesso legislativo-negoziale costituito dalla L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23 e dalla successiva legislazione collettiva che consente la deroga alla L. n. 230 del 1962.

La giurisprudenza ha, altresì, ritenuto corretta, nella ricostruzione della volontà delle parti come operata dai giudici di merito, l’irrilevanza dell’accordo 18.1.01 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell’ultima proroga, e cioè quando il diritto del soggetto si era già perfezionato. Ammesso che le parti avessero espresso l’intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell’accordo 25.9.97 (scaduto in forza degli accordi attuativi), sarebbe stato violato il principio dell’indisponibilità dei diritti dei lavoratori già perfezionatisi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche mediante lo strumento dell’interpretazione autentica, di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non più legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. 12.3.04 n. 5141).

6.- L’impostazione adottata, basata su ormai univoco orientamento di questa Corte, consente di affermare che la sussistenza delle esigente eccezionali è stata negozialmente riconosciuta dalle parti stipulanti limitatamente ad un periodo temporale limitato alla data del 30.4.98 e che, conseguentemente, la legittimità dei contratti a termine stipulati entro tale data è basata su una ricognizione di fatto derivante direttamente dal sistema normativo nato dall’attuazione dell’art. 23, che esclude l’onere di Poste Italiane di dare prova di una specifica e concreta esigenza. Essendo stato il contratto a termine della M., oggetto della pronunzia impugnata, stipulato per il periodo 3.03-30.06.00, i primi due motivi sono infondati.

7.- E’, invece, inammissibile il terzo motivo (n. 4.2). Il giudice di appello ha fatto corretta applicazione del principio della mora credendi ed ha rilevato che la lavoratrice ha chiesto il ripristino del rapporto di lavoro ed ha offerto la prestazione “con missiva del 2.11.04 … pervenuta alla società il successivo giorno 8”. Trattasi di accertamento di merito non esplicitamente contestato e, quindi, incensurabile in questa sede.

8.- Patimenti è inammissibile in quarto motivo (n. 4.3).

Sostiene la ricorrente che la Corte d’appello avrebbe omesso la decisione in merito alla richiesta di esibizione di documentazione per determinare eventuali corrispettivi percepiti dal lavoratore nell’espletamento di attività lavorative alle dipendenze di terzi.

Il giudice di appello ha, tuttavia, affrontato la questione ed ha rigettato l’eccezione di aliunde perceptum, sulla base della considerazione che Poste Italiane si era limitata all’astratta enunciazione del principio, senza fornire alcuna indicazione concreta utile alla sua determinazione, ancorchè sulla base di mezzi istruttori da disporsi d’ufficio. Il mezzo di impugnazione è, dunque, inidoneo a contrastare la decisione in parte qua.

9.- Poste Italiane s.p.a. con la memoria sopra indicata, preso atto dell’intervento della L. 4 novembre 1910, n. 183 (cd. collegato lavoro), pubblicata sulla Gazzetta ufficiale 9.11.10 n. 262 (suppl.

ord. 243/L) ed in vigore dal 24.11.10, ha chiesto alla Corte che il risarcimento del danno venga effettuato secondo i criteri ivi previsti.

L’ingresso nel presente giudizio di legittimità della questione dei detti nuovi criteri di quantificazione è, tuttavia, subordinato alla sussistenza delle condizioni processuali per esaminare la richiesta di risarcimento del lavoratore. Tali condizioni si verificherebbero nel caso che, rigettati i motivi di censura contro la dichiarata nullità del termine, dovesse esaminarsi un motivo di impugnazione che affronti anche il punto della liquidazione del risarcimento effettuata dal giudice di merito.

Nel caso di specie, tuttavia, l’impugnazione non è idonea ad affrontare questo punto specifico, essendo – come appena rilevato – inammissibile il mezzo relativo, di modo che non sorge questione circa l’applicabilità dell’invocato ius superveniens e non si pone alcun problema di procedere a nuova liquidazione del risarcimento, che è questione ormai non più sub indice.

10.- In conclusione, il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida nella misura di Euro 40,00 per esborsi e di Euro 2.500 per onorari, oltre spese generali, Iva e Cpa.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2011

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